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A spasso al parco

Una bella giornata primaverile, soleggiata e calda invogliò la giovane Sandra ad andare al parco per fare una passeggiata e divertirsi un pò con il suo fidanzato Ruggero. Erano una coppia decisamente particolare, lei una bella ragazza 30enne dal fisico minuto ma molto tonico. Lui,un uomo di 45 anni ben tenuto e piacente. Entrambi coltivavano una passione comune, l’attrazione verso i giochi BDSM. Difatti i due non vivevano da soli ma con un sottomesso che assecondava ogni loro desiderio trasformandosi da cane di compagnia in autista, cuoco, massaggiatore, sguattero…

Sandra preparò la borsa con i vari giochini per andare al parco mentre lo schiavo personale si occupò della cesta del picnic. Solitamente guidava Klaus, lo schiavo 25 enne, pugile professionista, tuttavia questa volta Sandra decise che sarebbe stato messo sui sedili posteriori come un vero cagnolino e gli mise anche il collare con la sua targhetta personalizzata e una gag ball a forma di osso stretta bene in bocca.

Una volta giunti al posto, un’oasi di natura poco frequentata immersa nel bosco, Sandra decise di portare al guinzaglio Klaus per fargli sgranchire un po’ i muscoli. Ruggero nel frattempo preparò il picnic. Una volta tornata dalla passeggiata Sandra tolse il guinzaglio e la gag ball a Klaus e si sedette sulla coperta distesa sul prato, si sfilò la sneakers e la lanciò a Klaus per farsela riportare. Continuò a giocare così finchè non fu tutto pronto, poi chiese a Ruggero di legare con la catena Klaus all’albero che faceva loro ombra mentre avrebbero consumato le pietanze. Si sfilò le scarpe e sentendo i piedi un po’ sudati se li fece rinfrescare da Klaus con la lingua mentre consumava da semisdraiata l’ottimo pranzetto. Ogni tanto lei o Ruggero lanciavano qualcosa nella ciotola di Klaus che non esitava a ripulirla, sapendo che altrimenti Sandra l’avrebbe punito con il guinzaglio sul sedere.

A pasto terminato Sandra e Ruggero andarono a fare una passeggiata nei dintorni lasciando Klaus legato e solo a far da guardia. Il cane soffrì molto la loro mancanza e quei pochi minuti lì sotto il sole gli sembrarono una vera eternità. Gioì quando in lontananza vide i propri Padroni, in realtà non gli rimaneva altro da fare per evitare punizioni. Sandra era particolarmente severa nell’addestramento e non tollerava un cane privo di festeggiamenti alla vista dei Padroni. Klaus però ha esagerò dimenandosi troppo, cosa che indispose la padrona. La ragazza per risposta gli sferrò un doloroso calcio al fianco per farlo accucciare. “Hai sete bestiolina?”, chiese a Klaus, che poteva solo abbaiare per risponderle. “Va bene allora ti abbevererai dalla ciotola del mio divino nettare.”, si slacciò i jeans e li abbassò svuotandosi la vescica nella ciotola. Klaus vi immerse la testa e cercò di finirla tutta, come da regola della ciotola vuota. “Scommetto che da bestia quale sei vorresti pure leccarmela per ripulirla. Porco schifoso…” gli gridò contro dandogli un sonoro schiaffo in viso. “Lo sai che certe cose le può fare solo il mio uomo, sciocco.”, incalzò la ragazza avvicinandosi a Ruggero. Per provocare decise di limonare con il suo uomo davanti allo schiavo ancora legato all’albero. Sandra si eccitò e portò la mano di Ruggero tra le sue cosce, era bagnata e gli chiese di far leccare le sue dita umide allo sfigato al guinzaglio. Ruggero si divertiva molto a provocare lo schiavo in questo modo quindi avvicinò le sue dita intrise degli umori di Sandra allo schiavo e gli disse: “Prima annusa per imparare l’odore della figa e poi puoi leccare. ” Klaus era al settimo cielo.

Si fece un po’ tardi ed era ora di rientrare a casa per evitare il traffico. Ma Sandra ebbe una favolosa idea. Bendò il cane e si sfilò le mutandine, lanciandole nel prato. “Dai odora il profumo della tua Padrona se vuoi tornare a casa, bestia. ” lo sbeffeggiò ridendo. Lei e Ruggero si divertivano un mondo a vedere quel ragazzo cercare le mutandine alla cieca, così goffo nei movimenti. Cercava di aiutarsi con le mani allargandole in avanti più che poteva. Ogni tanto veniva sollecitato con calci nelle palle o nei glutei da entrambi i Padroni. Poi trovò le mutandine e come premio Sandra gliele fece annusare e leccare. Sapevano di lei e dei suoi umori.

Poi fecero rimettere tutto a posto allo schiavo e lo lasciarono guidare sedendosi dietro per amoreggiare mentre lui visibilmente eccitato doveva badare alla strada. Sandra si divertiva a essere particolarmente rumorosa durante per provocare ulteriormente il coglione. Una volta a casa la regola era prima i Padroni poi il cane. Quindi appena arrivarono a casa Klaus scattò fuori dalla macchina aprì ai Padroni e si sdraiò davanti alla porta per far loro da zerbino. Loro con grande piacere lo calpestarono per entrare in casa e lo intimarono a fare in fretta perchè avevano fame. Lo schiavo dovette portare alla Padrona le sue ciabattine in bocca e a quattro zampe come un bravo cagnolino. Quindi proseguì a scaricare in fretta la macchina, mise tutto a posto e corse in bagno dove Sandra lo attendeva scocciata per l’attesa. Lo lavò con un getto di acqua gelida. Una volta pulito Sandra gli fece indossare la cintura di castità e un dildo bello grosso per allargare il culo. Gli rimise il collare e lo spedì in cucina.

Durante la cena venne permesso al cane di stare sotto il tavolo mentre i Padroni banchettavano. Sandra si divertiva a mostrargli le mutandine scosciandosi e provocando così allo schiavo dolore per l’erezione bloccata dalla cintura di castità. A cena terminata gli venne ordinato di mettere a posto tutto nel minor tempo possibile e senza far rumore per non disturbare la coppia dominante mentre sorseggiava un bicchiere di vino davanti alla tv. Uno dei tanti compiti serali del sottomesso era fare da poggiapiedi e massaggiatore a entrambi… prima di accompagnarli a letto.

Sandra era esibizionista e amava fare sesso davanti al cane, per cui era sua abitudine legare lo schiavo ai piedi del letto per farsi ammirare meglio. Il sottomesso assisteva a tutti i loro giochi erotici ma non poteva avvicinarsi perché era immobilizzato a dovere e l’erezione provocata dalla visione gli era particolarmente fastidiosa a causa della cintura di castità. Era frustrato… Sandra adorava vedere la disperazione nei suoi occhi. Si fece sborrare sul corpo e si avvicinò allo schiavo dicendogli: “Ora se vuoi essere liberato lecca tutta la sborra del tuo Padrone. Quando mi avrai ripulita ti libererò dalla cintura.”

Lo schiavo obbedì e gli venne concesso di dormire ai piedi del letto dei Padroni per essere pronto a far loro da scendiletto la mattina successiva.

Divagazioni sul CFNM in un rapporto DS

Scritto da: schiavo amos
Pubblicato da: Elvira Nazzari

Il CFNM (Clothed Female Naked Male) è un acronimo che identifica tutte quelle situazioni in cui un uomo è nudo in presenza di una o più donne vestite. Esiste anche una versione meno conosciuta al femminile, il CMNF.

Se gli acronimi che identificano queste pratiche appartengono al mondo contemporaneo non lo è certo la raffigurazione che ha diversi esempi nell’arte ed è stata una tematica artistica ricorrente, specie nelle pitture orientaliste del diciannovesimo secolo, quantomeno nella versione femminile.

L’esempio archetipico di questo genere di scene è raffigurato da Jean-Leon Gerome nel dipinto The Slave Market, dove una schiava femmina nuda è esaminata da un potenziale acquirente.

Nell’iconografia contemporanea presente sulla Rete la connotazione non è legata esclusivamente al mondo del BDSM ma ha anche risvolti esibizionisti più classici che però non rientra tra i miei interessi. Tuttavia è perlopiù associata all’ambito dell’imbarazzo e della nudità forzata (ENF Embarrassed Nude Female o anche ENM Embarrassed Nude Male) e, anche la pratica dell’esibizionismo, che ha connotazioni anche al di fuori dell’universo BDSM, nel caso che prendo in esame è visto come il piacere di esibire ad altri una persona, come ad esempio il proprio sottomesso e quindi fa parte di queste dinamiche.

Nel mio ragionamento analizzerò esclusivamente gli aspetti legati al mondo della dominazione/sottomissione e in particolare quelli presenti nel rapporto con la mia Padrona e che ho potuto vivere e quindi comprendere.

Credo che questo aspetto sia stato presente fin dalle prime avvisaglie della mia natura sottomessa, anche se ai tempi non penso nemmeno che esistesse la categorizzazione di questa sfaccettatura della sottomissione, e nonostante nel mio percorso di sottomesso abbia provato e sperimentato diverse pratiche e situazioni, questa è rimasta sempre una costante.

Quali sono quindi gli aspetti che entrano in gioco? Perché privarsi dei propri indumenti di fronte a qualcuno vestito può essere un atto così fortemente imbarazzante?

Il vestirsi è nato dalla necessità di proteggersi dagli elementi atmosferici, il freddo, la pioggia, il sole.

Nel corso dell’evoluzione il vestire ha poi acquisito una grande importanza sociale, aiuta a definire la nostra personalità e ad integrarci in un gruppo di persone. Inoltre, il vestito è un fattore determinante nella costruzione dell’identità personale.

Il vestito è quindi di fatto un qualcosa che ci identifica e ci protegge, obbligare qualcuno alla nudità significa privarlo della propria identificazione, del senso di protezione e, in un contesto sociale, portarlo al gradino più basso. In parole povere è una potentissima forma di umiliazione.

La vittima, privata da questa armatura atavica, si sente fortemente a disagio ed estremamente vulnerabile.

Le parti più intime sono esposte a sguardi e commenti e sono anche immediatamente accessibili al dominante, il che da al sottomesso una forte sensazione di essere un oggetto ad uso e consumo del padrone.

Nello schiavo di sesso maschile sensibile a questo tipo di umiliazione, c’è poi un aspetto che aumenta in misura esponenziale il suo senso di degradazione, cioè il fatto che la sua eccitazione, a differenza della donna, è palesemente manifesta e questo lo rende ancora più vulnerabile all’essere ridicolizzato.

Nel rapporto con la mia Padrona abbiamo adottato questa pratica come una costante e di regola è stato stabilito io devo essere sempre nudo in ogni situazione.

Questo perché rimarca costantemente il mio stato di sottomissione nei suoi confronti e, in un rapporto che regola le sue dinamiche sull’espressione delle nostre differenti nature che è di fatto quotidiano, è importante non cadere nelle trappole dell’abitudine. Così come in ogni genere di rapporto dopotutto.

Il fatto che io in sua presenza sia sempre completamente nudo mi mette in modo automatico e mi ricorda costantemente il mio status di schiavo nei suoi confronti, non c’è scampo.

Però c’è un aspetto molto importante che ho compreso vivendo questa esperienza.

L’effetto del CFNM è molto più potente quando questa condizione viene rimarcata e fatta pesare dal dominante.

Trascurando questo aspetto la sensazione di imbarazzo tende ad affievolirsi perché c’è molta differenza tra l’essere nudo e l’essere fatto sentire nudo.

Infatti ho notato che anche dopo anni di rapporto, quando la Padrona adotta alcuni accorgimenti l’effetto di imbarazzo e umiliazione è potente come le prime volte.

Quando indossa indumenti che la coprono molto, per esempio, per me è molto più umiliante. Probabilmente perché enfatizza il divario tra me e lei. Pantaloni e stivali per me sono come la kriptonite per Superman.

E poi quando si sofferma con lo sguardo, quando mi ispeziona, quando fa commenti espliciti sulle mie parti intime, quando mi obbliga a stare fermo in posizioni che mi espongono, quando mi fa foto e video dicendomi che li mostrerà in giro.

Oppure anche quando, anche se non è mai successo, mi minaccia di mostrarmi nudo ad altre persone.

Insomma, quando calca la mano e mi fa pesare la situazione per me è molto più difficile reggere il senso si umiliazione.

 

Applicazioni e varianti

Detto delle sensazioni che la pratica del CFNM provoca sul sottomesso ci sono poi le svariate possibili applicazioni che possono amplificarne le sensazioni. Mi viene per esempio in mente quando la Padrona mi ha obbligato ad imparare le Slave Position, oppure la volta che mi ha imposto un training fisico facendomi svolgere esercizi sotto la sua supervisione.

Oppure quando devo svolgere i lavori domestici (argomento che approfondirò con un articolo dedicato), dove oltre all’imbarazzo di essere nudo c’è l’umiliazione che si aggiunge di dover praticare un lavoro degradante e dove, per calcare la mano, mi viene imposto un plug, una ball gag e un campanello legato ai genitali.

Un’altra variante di umiliazione estrema potrebbe essere costringere il sottomesso a mettere in scena spettacoli di genere sessuale. Obbligarlo a penetrarsi con toys, fare pompini a falli di gomma e indurlo a gemere come una cagna e, perché no, magari di fronte a un pubblico. Tempo fa ricordo la Padrona mi aveva detto che mi voleva esibire in una video chat dal vivo.

Non mi è ancora capitato di subire un’umiliazione pubblica e mi tremano le gambe al solo pensiero. Tuttavia non posso escludere che succederà in futuro e, visto il percorso che ho deciso di percorrere, non credo che potrò tornare indietro.

La dottoressa

Scritto da: Gelindo
Pubblicato da: Elvira Nazzarri (i racconti sono espressioni di fantasia messa in prosa)

Era diverso tempo che rimandavo una visita di controllo, non ho mai amato moltissimo farmi visitare e poi sapevo quello che il medico mi avrebbe detto: dovevo perdere dei chili e fare più moto, gli anni passavano e non mi potevo più permettere di trascurarmi. La solita ramanzina che avrebbe colto nel segno, visto che sapevo benissimo che avrebbe avuto ragione.

Quando sul lavoro mi dissero che a breve sarebbe stato necessario produrre un certificato medico e che per farlo dal medico convenzionato aveva tempi di attesa lunghi per poi avere una visita assolutamente sbrigativa pensai che la misura era colma e che era l’occasione per farmi vedere da un medico preparato. Fu così che, attraverso una mia collega – che capii solo dopo il perché del suo insistere e dei sorrisi maliziosi nel farlo – mi fu consigliato il nome della dottoressa Elvira Nazzarri.

Presi appuntamento per una visita completa spiegando che era diverso tempo che non facevo controlli e la settimana dopo mi recai nel suo ambulatorio.

Ero, come sempre in questi casi nervoso, feci le scale rapidamente e quando entrai nel bel ambulatorio la dottoressa, facendomi accomodare, notò subito che avevo l’affanno. Ricordo ancora il suo sguardo severo e come mi disse che era davvero inaccettabile che per pochi piani di scale avessi il fiatone, che ora avrebbe fatto tutta la visita in modo scrupolosissimo, ricordo perfettamente proprio come scandì la parola scrupolosissimo perché mi gettò abbastanza nel panico e aggiunse che già prima di cominciare già era chiaro che in futuro sarebbe servito fare molto esercizio.

In pochi istanti ero esattamente nella situazione di agitazione e panico di cui avevo timore e che mi teneva da sempre alla larga dagli ambulatori. Ad aggravare il tutto la dottoressa era una donna di assoluto fascino, non solo molto bella, ma di una presenza che riempiva lo spazio, molto elegante e raffinata, una di quelle donne che è davvero impossibile passino inosservate. Pensai, in uno stato di confusione crescente e che dovevo stare attento a non farmi beccare a guardarla in modo maleducato e a non farmi prendere da strani pensieri.

Ricordo che dopo aver riempito i primi dati della scheda mi chiese subito di levarmi la giacca e tirare su una manica della camicia per misurarmi la pressione visto che mi vedeva agitato, dicendomi che l’avrebbe misurata più volte, ma che voleva capire come mai di questo mio affanno e fiato corto, che non poteva essere di certo per poche scale. Si alzò dalla sua bella scrivania antica in legno e si sedette vicino a me per misurare la pressione camminando con passi decisi e mostrando le sue bellissime gambe che accavallò mentre mi fissava il bracciale e inforcava lo stetoscopio. Il mio cuore batteva davvero per l’emozione della situazione e ci vollero due misurazioni perché si risiedesse a completare l’anamnesi dicendo che avrebbe rimisurato dopo perché così non andava bene, ma ero troppo agitato perché i dati fossero normali. Lo sguardo era molto serio, non cattivo, ma si capiva che non si poteva scherzare con quanto lei chiedeva, aveva oramai il pieno controllo di tutto e, dopo una serie di domande personali a cui finii per rispondere con lo sguardo sempre più imbarazzato e basso io e sempre più divertita e in controllo lei, mi disse di levarmi cravatta camicia e le scarpe per mettermi sul lettino per la visita completa. E di rilassarmi, che ci avremmo messo parecchio tempo visto che era bene controllare tutto ed era chiaro che ero uno di quelli che non prestano attenzione alla propria cura, cosa che lei trovava sbagliatissima, ci tenne a sottolineare.

Per prima cosa mi ha oscultato molto a lungo il cuore e i polmoni, sia davanti che dietro, mi faceva tenere lunghi respiri e ricordo il modo con cui diceva, molto severa, di inspirare ed espirare, al punto che una volta che misi fuori l’aria in modo autonomo seguendo il ritmo di tutte le continue richieste, venne davanti a me e alzandomi il mento con il dito mi guardò dritto negli occhi dicendo: “le ho detto di espirare? Non mi pare, lei deve fare quello che le dico qui da me in ambulatorio e visto come è messo il suo fisico sarebbe bene anche fuori da qui! Alla dottoressa si ubbidisce. A capito?” Rimasi di sasso e farfugliai che avevo capito e che non sarebbe successo più. “Speriamo” disse lei e tornò ad oscultarmi la schiena facendomi ripetere 33 per molte volte. A quel punto mi disse che pareva che mi fossi calmato e che si poteva rimisurarmi la pressione, mi fece distendere bene e mi fece la misurazione su entrambe le braccia, cosa che non mi aveva mai fatto nessun medico. Da disteso iniziò a fare tutta una serie di palpazioni al ventre, spingendo anche forte dicendo che c’era talmente tanta ciccia che non riusciva a sentire gli organi e che se mi faceva un po’ male era solo meglio perché mi sarei ricordato che era il caso di dimagrire.

Poi venne la volta, questa volta da seduto, di visitare naso, occhi, ghiandole, mi palpava, spostava, girava il tutto fissandomi dritto in volto. Ed io avevo la sensazione che avrebbe potuto farmi quello che voleva, continuavo ad obbedire e mi sentivo ogni minuto più succube di questa dottoressa inflessibile.

Credo che mi abbia chiesto di dire Ahhh almeno 8 volte prima di dire che era impossibile e vergognoso che non riuscissi a stare con la bocca bene aperta e la lingua completamente fuori. Prese un abbassalingua e provò ancora con più decisione a tenermela ben fuori per vedere la gola… ahhhhh a me veniva da deglutire e tossire e iniziai a scusarmi e al punto che si arrabbiò e mi disse che proprio non capivo che alla dottoressa di ubbidisce e basta e che dovevo fare solo quello che mi ordinava senza discutere e cercare scuse. A quel punto, mentre io non sapevo più cosa pensare, lei ondeggiò sui tacchi e andò nell’armadietto degli strumenti, tornò con una pinza e mi prese la lingua tirandola fuori. “Adesso si fa come dico io e si controlla bene tutto mio caro, dica Ahhhh” Ahhhh lo feci a lungo e anche per il male, guardando dentro la mia gola sentenziò che la lingua era sporca, il che è del tutto normale per una persona che mangia male, prospettandomi come imminente e necessaria una dieta rigorosa.

Con la mia lingua ancora dolente e con una pinza attaccata che decise di lasciare li appesa divertita. mi disse di spogliarmi dei pantaloni che adesso avremmo dovuto procedere alle misurazioni e soprattutto affrontare il “brutto momento della verità del peso” disse proprio così. Sentivo freddo alle mani, ero sempre più nervoso e in qualche modo anche eccitato da una situazione di cui non avevo più nessun controllo, a maggior ragione perché mi faceva delle domande sulla mia salute a cui rispondevo blaterando con la lingua tenuta fuori dalla pinza, mentre lei si gustava la scena del mio imbarazzo.

Mi mise sulla bilancia, mi fece leggere il mio peso scandendolo bene, non occorre che vi dica che c’erano da perdere almeno 10 chili e che lei trovava questa trascuratezza una cosa molto disdicevole. I miei occhi guardavano oramai al massimo all’altezza delle sue ginocchia.

Poi venne il momento di essere misurato sia in altezza che nelle varie circonferenze in cui abbi la sensazione che la dottoressa si divertisse a tirare il metro per stringermi l’addome, piuttosto che pizzicare la mia ciccia nel mentre mi faceva notare come le facesse ribrezzo tutto quello sballonzolare di grasso.

“A terra, qui sul lenzuolo sterile che ho messo” disse secca, e io in mutande finii a fare miseramente alcune flessioni sulle braccia dimostrando tutta la mia poca forma. Mi stava davvero umiliando e sentivo tutta la disapprovazione del caso ogni volta che toccavo con il torace terra e non mi tenevo quando notai sia le bellissime scarpe che delle calze davvero di classe, non erano collant elasticizzati, facevano le pieghe, di quelle calze stupende che purtroppo le donne oggi, prese da mille affari, non usano più. Per la prima volta ebbi la sensazione che avrei voluto davvero baciarle le scarpe, chiederle umilmente di seguirmi nella mia ripresa fisica, tenere lei il controllo di una dieta che avrei cominciato in quello stesso momento, ero da un lato pronto a tutto, dall’altro mortificato a terra a provare a rialzarmi sulle braccia mentre una donna, che trovavo fantastica e terribile, mostrava tutta la sua disapprovazione e mi faceva notare quanto fossi del tutto inadeguato.

Mi fece fare più volte la posizione di plank tenendo il cronometro e alternandola con altre oscultazioni per sentire lo stato del mio cuore e fiato sotto sforzo, poi venne la volta di piegamenti vari, sempre intervallati da misurazioni, di nuovo la pressione, poi respirazioni prima veloci poi lente, colpi di tosse ripetuti e poi sentenziò che per avere dati sotto sforzo servivano 10 minuti di esercizio a una sorta di vogatore che muove anche le gambe. Mi mise il bracciale della pressione, vari cavi, alcuni fissati al torace, altri all’addome – il che permise di farmi notare ancora quanto ero vergognosamente grasso nel mentre mi pizzicava per fissare gli strumenti – mi tirò con un colpo secco i capezzoli con un sorriso a cui abbozzai visto il dolore e iniziai a ad andare su e giù con questo trabicolo. Ovviamente, fuori forma come ero, andari presto in affanno e arrivarono subito sguardi e commenti imbarazzanti. Alla fine ero tutto sudato cosa che mi fece notare con disprezzo, mi oscultò nel mio fiatone e misurò di nuovo la pressione. Sentenziò un perentorio “non ci siamo proprio” e disse che, oltre serviva fare da subito molta ginnastica oltre ad una dieta rigorosa che mi avrebbe prescritto lei stessa, ma che trovava meglio condividere con una sua collega specialista, molto più severa di lei che avrebbe “senza dubbio trovato il modo di farmi cambiare le mie pessime abitudini”.


Ero sbiancato, terrorizzato da un lato, davvero in forte imbarazzo, mi vergognavo, ma ero anche eccitato dall’assoluto controllo e potere che la dottoressa riusciva ad esercitare. Nel mentre pensavo a come avrei potuto seguire un programma che mi pareva potesse trasformare la mia vita in un incubo e se potevo svegliarmi da questo strano sogno andari verso i miei vestiti convinto che la visita fosse terminata. Infondo tutto il peggio potesse succedermi era avvenuto.

Mi fermò subito e disse: “Dove crede di andare, dobbiamo ancora controllare bene i genitali, che di sicuro lei non si fa vedere da anni e soprattutto la prostata che alla sua età va fatto sempre. Il suo medico, per quanto poco ci vada, già vedo che non controlla queste cose. ”Mi scese il gelo, con un sorriso mi mise sull’attenti, mi fece levare le mutande e allargare le gambe. Mise in modo molto scenografico dei guanti di lattice e iniziò a osservare il mio pene. Finì velocemente di nuovo disteso sul lettino a tossire a inspirare ed espirare mentre mi visitava i genitali, ebbe ancora modo di farmi vergognare della mia erezione completa che oramai era incontrollabile e ricordo disse che con la dieta oltre ai controlli del peso che avrebbe fatto, sicuramente avremmo dovuto vederci per una visita mensile di controllo visto lo stato di abbandono completo del mio fisico arrivato a uno stato da lei definito “indecente” per cui mi conveniva imparare presto a controllare le erezioni perché dalla prossima volta non avrebbe di certo tollerato di vedere ancora il mio pene eretto senza più controllo. Ero livido dalla vergogna e completamente alla sua mercé, cambiò i guanti “devo mettere adesso quelli più grossi per controllare la prostata”, sentivo freddo e caldo allo stesso tempo, poi solo il suo dito che mi inchiodava al lettino. Ancora colpi di tosse, respirazioni a comando, ricordo che mi mise lo stetoscopio sul torace per sentire il respiro mentre premeva sulla mia prostata che successe l’inevitabile.

Usci senza dire nulla dall’ambulatorio mentre ero imbarazzatissimo, tornò con un secchio e degli stracci dicendomi con un fare sprezzante: “si vergogni, ora pulisca tutto per bene, poi si vesta, troverà qui fuori le prime prescrizioni alimentari per presentarsi all’appuntamento che le sto fissando per il prossimo martedì. Le ho prescritto una dieta rigorosa e io sono una dottoressa con cui non conviene scherzare. Lo vedo benissimo che lei è un lavativo senza schiena che se non lo si comanda a bacchetta non ha disciplina”. La farò contattare dalla mia segretaria per l’orario.

 

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Amanti a distanza

Era la prima giornata di pioggia dopo un lungo periodo di beltempo che aveva reso ancor più pesante la quarantena forzata. Una vena di malinconia attraversava la mente di Silvia. Gli alberi in fiore nel giardino le ricordavano la primavera, i colori vivaci risvegliarono i sensi e le voglie…  era il momento di fare qualcosa per movimentare la fantasia. Dopotutto i siti di filmini porno li aveva consultati tutti e ormai conosceva i filmati a memoria. La sessualità cala sempre quando si smette di immaginare.

Decise quindi di contattare Amleto, sapeva che il suo amante era a casa probabilmente sommerso da qualche faldone e che gli sarebbe certamente piaciuta qualche “loro” distrazione. Spesso si sentivano per giocare a distanza anche quando ai tempi ci si poteva muovere, lo reputavano un modo per tenere viva la loro storia e alimentare il desiderio reciproco.  Silvia lanciò una proposta ad Amleto, gli diede un orario e un indirizzo… un piccolo negozio di alimentari in centro a Milano, raggiungibile facilmente da entrambi. Ci voleva però un’ulteriore stimolo per motivare l’uomo. Silvia decise quindi di registrare il suono dei tacchi sul pavimento e lo inviò via whatsapp ad Amleto per sollecitare ulteriormente la sua fantasia. Inutile dire che ci riuscì alla grande.

Il negozietto indicato era poco conosciuto e con il maltempo sicuramente sarebbe stato vuoto pensò la donna e si recò al posto.  Ebbe presto la conferma dei suoi piani, difatti non c’era anima viva a parte due addetti distratti. Gli unici due clienti erano Silvia e Amleto, rigorosamente a distanza e con mascherina, tuttavia Silvia era molto conturbante. Aveva indosso il classico impermeabile beige e décolletè marroncine Jimmy Choo con tacco 10. Amleto la fissò a distanza, si vedeva il piedino con la caviglia sottile e ovviamente le gambe sexy in calze velate  molto fini di tonalità tan da giorno.

Silvia stava guardando un prodotto mentre si accertava dello sguardo complice di Amleto e poi inavvertitamente il cestino della spesa ha sollevato il bordo del suo impermeabile e fece trasparire la balza della calza con il gancino da reggicalze. Amleto andava pazzo per questi dettagli e decise di spostarsi per vedere anche da dietro le gambe sexy della sua amante. Mentre le passava affianco fece scorrere il mignolo della sua mano sulla calza della donna. Silvia aveva percepito un brivido di piacere lungo la schiena, era così tanto che nessuno la accarezzava…  si immaginò a casa di Amleto. Sulla sua scrivania a gambe aperte e la lingua di lui che scorre da una balza all’altra con un’attesa infinita prima di soffermarsi sul suo piacere. Mentre stava immaginando cominciò a sfilare leggermente la scarpa, la pianta del suo bel piedino si poteva ammirare tutta, tranne le dita ancora infilate nella décolté… sapeva che questo giochetto oltre a essere molto eccitante esalta il polpaccio definito e crea meravigliosi giochi di pieghette sulla calza da reggicalze.

Decise però di provocare di più, tanto erano soli a parte le telecamere e avevano la mascherina. Il suo amante aveva un’altra debolezza. La pieghetta tra la coscia e il culetto bello sodo di Silvia… quindi si chinò per prendere una confezione di broccoletti posizionati in fondo al reparto frigorifero ed è proprio in quel momento che Amleto notò la lingerie sexy di Silvia, delle mutandine molto trasparenti con ricami in pizzo, proprio quelle che andarono a prendere assieme da Agent provocateur…

I suoi ricordi lo portarono a quel giorno di giugno dell’anno scorso. Erano andati a fare shopping assieme. Silvia che aveva un debole per i bustini e reggicalze si stava provando un bustino in pizzo e Amleto l’aveva accompagnata dentro il camerino. Lì circondati da specchi ed esaltati dall’atmosfera proibita data dalla presenza di altre clienti e commesse si eccitarono. Amleto si mise in ginocchio a leccare il culo e successivamente anche il nettare di Silvia mentre questa si toccava e si ammirava nello specchio, gemendo di piacere. Era esaltante fare sesso sapendo che al di fuori della tendina del camerino c’erano donne che probabilmente hanno intuito cosa stesse accadendo. Quella volta Amleto si sfogò strofinando il suo pene contro le balze delle calze finissime di Silvia, avvolto dal calore delle sue cosce.

Quando Silvia si girò per incrociare lo sguardo di Amleto vide i suoi occhi vivaci con le pupille dilatate di piacere, diede un’occhiata sui pantaloni di lui e notò che aveva una macchiolina di eccitazione ben visibile sul tessuto grigio e un rigonfiamento in sito piuttosto evidente. Si avvicinò a lui e questa volta fu lei che passando accarezzò proprio quella zona dicendo: “Quì non possiamo più andare oltre, fammi una videochiamata quando torni a casa così mi dici come devo toccarmi per te mentre tu fai lo stesso per me. ” Amleto rispose: “Certo, ma tu vestiti di tutto punto e in total black, sai che amo spogliarti piano piano…

 

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La lezione

Scritto da: schiavo amos
Pubblicato da: Elvira Nazzari
(ricordo a tutti che i racconti sono narrazioni in prosa di contenuto fantastico)

Sapevo che la Padrona era irritata anche se come suo solito non lo dava a vedere. Non avevo potuto essere presente alla convocazione per le pulizie del lunedì e come avevamo recentemente condiviso sul nuovo contratto sapevo che sarei stato punito.

Quello che non sapevo era come…

Varcai la soglia e come prima cosa iniziai a levarmi tutti i vestiti. Normalmente quando mi spogliavo la Padrona mi salutava e mi raccontava qualcosa. Questa volta no.

Era seduta con i piedi sulla scrivania e mi guardò senza proferire parola. Sentivo il suo sguardo mentre mi mettevo nudo e quel silenzio mi mise in forte imbarazzo.

Solitamente una volta nudo mi dovevo buttare ai suoi piedi come forma di saluto ma la scrivania ci separava e ero indeciso su che fare.

Lei continuava a fissarmi fredda, io davanti a lei in piedi, nudo, con le mani dietro la schiena e il capo chino capivo che godeva nel percepire il mio imbarazzo, poi con un cenno indicò il pouf.

Capii e mi misi nella posizione concordata “ispezione anale” per verificare che fossi come da disposizioni ben depilato e pulito internamente.

Sdraiato sulla schiena, gambe al petto e con le mani allargai i glutei per mettere in mostra l’ano.

Invece di procedere all’ispezione la Padrona rimase seduta a fissarmi e, vista anche la posizione, mi sentivo sprofondare nell’imbarazzo. Nel silenzio udivo il ticchettio dell’orologio a pendolo.

Poi dopo qualche lunghissimo minuto si alzò e mi passò di fianco andando nell’altra stanza. Sapevo che però dovevo mantenere la posizione fino a nuovo ordine così rimasi li ad attendere pazientemente che la Padrona decidesse cosa fare di me.

L’attesa a volte è più pregna del contenuto.

Tornò con in mano una bacchetta molto sottile e mi disse :« Ho deciso che oggi sarai punito molto duramente per la tua mancanza. Inizierò frustando la tua fica da cagna. Apri bene le chiappe e non osare spostarti».

Si avvicinò, e tenendo ferma la base della bacchetta fletteva la parte superiore lasciandola andare di scatto. I primi colpi furono per prendere la mira, poi successivamente aumentò la forza dei colpi provocandomi delle fitte, vista la sensibilità della zona colpita.

Vidi che iniziava a prenderci gusto e nel frattempo mi umiliava dicendomi «Questo è per la tua lussuria visto che ultimamente ti piace così tanto prendere cazzi».

Io non ce la facevo più e dopo avere urlato e quasi pianto implorai pietà.

Si fermò e mi disse «Per ora può bastare, ora fai le solite pulizie e dopo che avrai finito ho in serbo per te una punizione esemplare. Veloce e preciso, che oggi sono nervosa».

Mi misi al lavoro, arrotolai tutti i tappeti, poi scopai i pavimenti. Successivamente presi lo straccio e mi misi a fare la polvere.

«E questo?» mi disse con tono scocciato indicando un residuo di polvere.

«Mi scusi Padrona» e mi lanciai subito a terra a pulire.

«Mettiti in ginocchio schiavo!!» Mi diede due ceffoni sul viso «Ti sembra questo il modo di pulire in casa della tua Padrona schiavetta sguattera e puttanella?» Poi un altro ceffone e disse «A terra e culo per aria che ora prendi il resto!!!».

Mi diede venti colpi cane forti. Poi disse: « Ora per ringraziarmi mi lecchi gli stivali dai tacchi fino in cima. Oggi faremo così, ogni errore le prendi e poi mi lecchi gli stivali. Così vediamo se impari a fare le pulizie come si deve».

Trovò da ridire altre tre volte, così, quando dopo due ore finii le pulizie stremato, avevo il culo segnato da 80 colpi di cane e la bocca secca per la saliva lasciata sugli stivali.

Chiesi alla Padrona se potevo bere e lei mi disse sorridendo «Certamente, ma non subito, ora seguimi…».

La seguii nella sala grande e mi guidò fino a un robusto tavolo di legno. Mi ordinò di sdraiarmi a pancia in su con il sedere vicino a bordo. Poi mi fece piegare le gambe e mi legò le caviglie all’altezza dell’attaccatura delle gambe. Le ginocchia, a cui fece un giro di corda che fece passare dietro le robuste gambe del tavolo, vennero tirate al massimo ai lati aprendomi e lasciando ben esposti ano e genitali. Infine mi legò i polsi e poi mise in trazione la corda all’altro del tavolo. Ero immobilizzato e alla sua mercé.

Mise un guanto di lattice, lo lubrificò e iniziò a violarmi. Poi, come suo solito, mi fece l’indovinello che la divertiva per umiliarmi. «Quante sono?». «Due?» le chiesi. «No, quattro… Sei proprio una vera cagna!» mi rispose ridendo.

Poi si levò il guanto andò a prendere un carrello sulla quale era posizionata la fucking machine e la posizionò vicino al tavolo. Frugò all’interno di una grossa borsa di pelle dalla quale prese un enorme fallo di gomma che poi montò sul braccio delle fucking machine. Spinse il carrello e avvicinò la punta del grosso cazzo vicino al mio ano e poi con un altro piccolo movimento mi penetrò con la cappella.

Mi guardò e poi mi disse «E’ da questa mattina che la tengo ma è stato un piccolo fastidio che ora sarà ben ripagato…». Quindi prese una grossa caraffa da uno scaffale e dopo sentii la lampo dei suoi pantaloni aprirsi e successivamente il rumore della sua pioggia dorata.

Si rivestì e uscì dalla stanza per ritornavi poco dopo con un’asta portaflebo su rotelle al cui apice era fissata una busta in plastica da clistere alla cui base era collegato un lungo tubicino di gomma. Prese poi la caraffa colma di urina e la versò nella busta del clistere. Sarà stata almeno un litro.

Poi posizionò il carrellino accanto al tavolo, vicino alla mia testa e mi mise il tubicino in bocca.

Si allontanò per godere della vista d’insieme e sorrise soddisfatta.

«Ora azionerò la fucking machine alla massima velocità e aprirò il rubinetto della pipì. Visto che avevi sete sei fortunato perché non fermerò la fucking fino a quando il sacchetto non sarà completamente vuoto. Buon divertimento…».

Accese la fucking machine e aprì il rubinetto e poi si sedette a poca distanza per godersi la scena.

Mi resi subito conto che sarebbe stata una prova durissima. Bere un litro d’acqua già non è banale, figurarsi di pipì calda… Inoltre il tubicino ne faceva passare poca per volta.

Il cazzo intanto stantuffava senza pietà con la ritmica freddezza che solo una macchina può avere. Nonostante il gusto tremendo dell’urina cercavo di succhiare avidamente per dare termine al supplizio del mio ano sfondato a ripetizione.

La Padrona questa volta era stata veramente diabolica e la vedevo godersi la scena divertita. Ogni tanto prendeva lo smartphone e mi faceva foto e video. Si fece anche alcuni selfie con me sullo sfondo. Chissà cosa ne avrebbe fatto.

Nonostante bevessi senza sosta il sacchetto sembrava sempre pieno, mi sentivo senza via d’uscita. La Padrona mi stava dando una lezione che non avrei dimenticato. Mi stava facendo capire che dovevo abituarmi a non disattendere mai ogni suo volere.

Non so quanto ci misi per svuotare la sacca, avevo perso la cognizione del tempo.

La Padrona spense la fucking machine ma mi lasciò il grosso cazzo infilato nel culo per metà e non mi liberò. Anzi, al posto della cannuccia mi mise una ballgag e poi si mise fare cose sue ignorandomi. Scrisse alcuni messaggi e fece un paio di telefonate mentre distrattamente giocherellava con i miei genitali con la punta del cane che teneva in mano.

Quindi si alzò e disse «La lezione non è finita, ora avrai tempo per ragionare sulle tue mancanze» e senza dire altro uscì dalla stanza.

Rimasi li solo, immobilizzato con il culo aperto e il sapore acre dell’urina della Padrona in bocca. Credo che passarono delle ore perché vidi il cielo dalla finestra imbrunire.

Quando tornò finalmente per liberarmi crollai ai suoi piedi e la ringraziai leccandogli alla perfezione gli stivali.

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Dandling sensuale

Shoeplay… il negozio dei sogni divenuti realtà

Celso era un ragazzo trentenne laureato in psicologia e purtroppo disoccupato come spesso accade scegliendo quel tipo di studi.  Tuttavia per lui era fondamentale quel percorso, sperava di scoprire di più su sè stesso al fine di conoscersi meglio e sconfiggere i suoi demoni. Le sue pulsioni lo turbavano, sin da quando ne aveva ricordi era attratto da particolari circostanze legate al piede femminile e la sottomissione a esso. Celso se ne vergognava profondamente e il disinteresse per il resto dei così detti rapporti normali lo aveva spinto a emarginarsi e astenersi dal contatto con il gentil sesso.

Un giorno evidentemente il filo rosso del destino giocò la sua parte. Celso aveva trovato lavoro in un negozio di scarpe con un nome particolare: Shoeplay. Il primo giorno di lavoro andò piuttosto bene, era un negozio frequentato da signore che sapevano cosa desiderare. Gli articoli erano eleganti ma sopratutto sexy, l’ambiente era molto curato e le vendite andavano alla grande. Celso era soddisfatto, le clienti erano gentili, la responsabile del negozio era una donna piacevole e provare le scarpe alle signore era sempre stato il suo sogno proibito. Così arrivò il pomeriggio, Celso avrà venduto un centinaio di paia di scarpe e di certo non si poteva lamentare di svolgere un lavoro faticoso, era tutto così ordinato in quel negozio.

Mentre stava provando delle décolleté classiche color borgogna a una signora vide entrare una donna in tubino nero con capelli raccolti e gambe velate. Quando la cliente si mise a sfilare davanti allo specchio Celso diede un’occhiata alla donna appena entrata. C’era qualcosa di diverso rispetto alle altre clienti. La donna inoltre aveva un modo di fare deciso e austero, questa cosa lo affascinò molto. Notò una certa deferenza nei comportamenti della responsabile del negozio nei confronti della donna. Si era incuriosito ma non ha avuto molto tempo per pensare visto che è stato chiamato dalle due.

Celso si avvicinò e la responsabile gli disse: “Ti presento la signora Elvira, è la proprietaria del negozio, accompagnala a scegliere la scarpa adatta per un evento a cui presenzierà”. Celso seguì Elvira al piano di sopra, nel fare le scale rimase magnetizzato nel guardarla. Osservava stupito le sue  linee perfette esaltate dal tubino che indossava e con particolare interesse fissava le gambe definite. Con lo sguardo seguiva la riga della calza sino alla caviglia sottilissima e il tacco a spillo. Elvira si sedette sul comodo sofà accavallando le gambe e spiegando le sue esigenze al ragazzo, che sospettò qualche vena sadica nella donna dato che la tipologia di scarpe da lei richiesta era al piano di sotto. In un baleno il ragazzo si ritrovò a correre su è giù per proporre svariati modelli di scarpe che la signora scartava talvolta solo anche alla loro vista. Altre volte si faceva calzare la scarpa prendendo in giro il ragazzo emozionato per la sua goffaggine. Il giovane si era agitato a essere preso di mira e deriso ma non poteva certo mostrarsi ostile alla sua datrice di lavoro, quindi proseguì con dedizione la sua mansione. Elvira a un certo punto mentre stava sfilando davanti allo specchio guardò Celso accovacciato sul pavimento vicino alle numerose scatole di scarpe aperte e gli si avvicinò. Mise il suo piede calzato nella décolletè con tacco a spillo in metallo sulla coscia del ragazzo, schiacciando con il tacco e gli disse: “Mi è venuto un improvviso crampo al piede, provedi a massaggiarmelo, ma fai attenzione! Sono molto delicata!” Lui, scosso, cominciò a carezzare il piede, ma Elvira lo interruppe subito: ” Sono scomoda!” Il giovane si scusò con Elvira e la fece accomodare sul sofà. “Su, non stare lì imbambito e sfilami le scarpe per massaggiarmi meglio”, disse Elvira al ragazzo impacciato. Celso aveva cominciato a massaggiare il piede di Elvira scrutando ogni particolare, dalla linea perfetta alla pelle setosa e infine alla pedicure impeccabile con uno smalto rosso corallo. Estasiato dalla sua visione l’istinto feticista ebbe la meglio e Celso si lasciò andare a una sniffatina del piede avvicinando troppo palesemente il viso al piedino di Elvira, che si alterò! “Cosa stai facendo animale!”, gli rispose adirata dandogli un piccolo calcetto sul viso. “Rimettimi le scarpe!” Elvira si alzò di scatto per scendere dalla responsabile del negozio.

Celso ebbe paura delle conseguenze e seguì Elvira giù per le scale nel tentativo di scusarsi. Elvira però non disse nulla dell’accaduto alla responsabile, invece esordì con un innaspettato: “Loretta, il ragazzo mi seguirà a casa con i colli, sai che non amo portare i miei acquisti da sola. Non si addice a una signora del mio livello.” Celso era sollevato ma anche stupito e seguì Elvira senza esitazioni.

Elvira risiedeva in una bellissima casa con giardino ampio e curato. Era certamente dotata di gusto in quanto nulla sembrava arrangiato e tutto l’insieme era armonico. L’arredamento era un pò d’altri tempi in quanto lei amava molto l’art déco. Ma solo alla visione della camera dedicata alla scarpiera il ragazzo ebbe un sussulto. C’erano centinaia di paia di scarpe in quella stanza. Il giovane era incredulo. Elvira si avvicinò a lui e gli disse:”Ora per rimediare al tuo comportamento inadeguato metti i nuovi acquisti nella scarpiera e vieni a finire il massaggio che mi stavi facendo. ” Il ragazzo obbedì, ripose le scarpe nella scarpiera e si lanciò ai piedi di Elvira. Il loro profumo delicato lo aveva stregato. Cominciò a dedicarsi al suo arco definito e la caviglia quando Elvira lo interruppe: “Sono scomoda, mettiti sdraiato così distendo i miei piedi e li appoggio sul tuo petto. ” Il ragazzo non se lo fece ripetere e senza perdere neanche un secondo si sdraiò facendo da poggiapiedi a Elvira che cominciò a leggere la sua posta giornaliera dialogando distrattamente con lui.

A un certo punto Elvira cominciò a strofinare i suoi piedi sul viso del ragazzo mandandolo in confusione. Era esattamente ciò che voleva. Raggiunto il suo scopo si alzò in piedi e mise un piede sul petto di lui, trasferendogli sopra la maggiorparte del suo peso. Il ragazzo si sentì impotente e finalmente libero dai suoi turbamenti, stava vivendo i suoi sogni proibiti. Non c’era più niente di indegno a immaginare certe cose  e tantomeno farle. Elvira guardò negli occhi il ragazzo mentre col piede scivolava nella zona della cintura in un diabolico tease and denial… chiese quindi al ragazzo:” Che ne dici di occuparti della mia scarpiera e delle mie esigenze a essa collegate?” Il ragazzo ormai fuori da ogni controllo continuò a riptere:” Sì, sì, sì… non desidero altro.” Elvira soddisfatta e con espressione furbesca si fermò e ordinò a Celso di ricomporsi e seguirla nel seminterrato. C’erano tante camere con porta chiusa, tranne una, Elvira introdusse il ragazzo in quella camera sguarnita. Era fornita di solo armadio, letto, scrivania e un bagno privato. Il giovane si stava ancora guardando intorno per familiarizzare quando Elvira con un balzo saltò fuori dalla stanza e lo rinchiuse dentro a chiave. “Ti chiamerò quando mi servirai, non temere non morirai deperito, mi occupo dei miei accessori.” Il ragazzo sconcertato  sentì un’altra porta aprirsi. “Vieni Amos, ci sono le pulizie di casa da fare.” disse Elvira nel corridoio. Celso capì che era divenuto prigioniero al servizio di una Padrona che l’aveva attirato in una trappola come il gatto con il topo. Tuttavia era sereno, non avrebbe più avuto turbamenti e non era mai stato l’unico in questa condizione. Era un accessorio di cui la sua Padrona si sarebbe presa cura e che finalmente aveva uno scopo.

 

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Lo strillo

Certo sognare, immaginare, fantasticare ci dona speranze e ci allontana dalla realtà permettendoci viaggi mentali spesso surreali in mondi totalmente diversi dai nostri. Spesso questo ci rigenera e ci aiuta ad allegerire la mente, tuttavia vorrei precisare che i miei racconti e i racconti dei miei “fedelissimi” servono proprio a questo. Sono in gran parte wishful thinkings e molti di questi racconti contengono abbondante licenza poetica…

Ci terrei a precisare che non ho contatti fisici con persone e non svolgo incontri.

Regalo fantasie per stimolare l’anima.

 

Sognai sul far dell’alba…

scritto da: Dasa
Pubblicato da: Elvira Nazzarri

Dolcemente sognai di aver rinunciato a condurre una vita privata, consapevole dell’impossibilità di vivere lontano dal Suo dominio. Non era una distanza fisica a spaventarmi, quella restava a disposizione della volontà di Mistress Elvira, quanto una distanza più intima: la mia anima doveva appartenerLe e non potevo vivere sentendomi ancora imprigionato nel mio libero arbitrio. Decisi quindi di abbandonare il lavoro in azienda e mi misi in proprio, avrei così potuto sovvertire le priorità ed essere sempre a Sua disposizione, ogni minuto della giornata per tutto l’anno. Vivevo sempre nel mio appartamento e conducevo una vita regolare con la differenza, rispetto a prima, che potevo allontanarmi da Milano solo col Suo permesso, restando costantemente a mezz’ora dalla Sua dimora, pronto a mettermi a Sua disposizione al comando della Regina.

Così quel pomeriggio, mentre ero fuori per delle commissioni, mi giunse il Suo messaggio. Mi ordinò di fare la spesa per la cena e di andare a casa Sua immediatamente, avrei avuto poi altre istruzioni. Appena fui da Lei mi fece spogliare e indossare un costume che mi aveva fatto comprare e che era la mia livrea. Una spece di muta elasticizzata nera con una cerniera davanti che, volendo, poteva coprirmi anche la testa, lasciando solo i fori per gli occhi, il naso, la bocca, il pene e l’ano. Completamente depersonalizzato, una maschera anonima e priva di identità, così come mi sentivo ormai da tempo: il Suo schiavo e nient’altro. Si mise alla scrivania e mi ordinò di sdraiarmi ai Suoi piedi supino. Appoggiò i piedi morbidi sul mio petto e cominciò a lavorare. Muoveva ogni tanto le Sue sensuali estremità sul mio ventre e sul mio petto, scivolando in alto verso il viso, per il gusto di sentirmi ansimare. In realtà ero eccitato dalla circostanza, dal sentire l’inerzia distratta del Suo piede sul mio corpo, quel leggero contatto che mi faceva sentire prigioniero, indipendentemente dalla volontà della Dea di stimolarmi.

ConoscendoLa, la immaginavo sorridente e compiaciuta sopra di me mentre continuava a digitare sulla tastiera del suo computer. A un certo punto mi ordinò di spostarmi e sistemarmi ai piedi della poltrona, sempre disteso a terra ma reclinato su un lato, guardando la poltrona. Aveva bisogno di un appoggio per i piedi più alto e stabile. Decise cosi di legarmi le mani dietro la schiena e mi sistemò il collare a cui agganciò il guinzaglio. Completò l’opera, riempiendomi con un plug, in modo da farmi sentire ancora più inerte di fronte al Suo potere sublime. Sedette, smanettò sul suo smartphone e si mise a chiacchierare con qualcuno. Più tardi avrei intuito che si trattava di un’amica giacché le parlava del Suo schiavo ai Suoi piedi in quel momento. Mi sentii esibito e mi procurò uno stato di confusa eccitazione, presi a dimenarmi e gemere e arrivò dapprima un secco, fortissimo colpo di frusta che nemmeno la protezione del tessuto riuscì ad attenuare e poi una serie di piccoli altri colpi, altrettanto dolorosi per la frequenza e la numerosità, mentre mi intimava di tacere. Si assicurò che non un altro suono provenisse dalla mia bocca, chiudendola con il Suo piede che penetrò impietoso e autoritario. La sensazione di totale violazione e annientamento che sempre genera il Suo piede violatore mi eccitò ancora di più. Il mio mondo era rappresentato dalla Sua calza, stranamente compressa ed elastica e la potente sensazione di pienezza del Suo piede tonico. La mia lingua cedeva al dominio, il respiro si fece lento e mi acquietai, annientato e adorante. Non mancò di descrivere la mia condizione e non potei non sperare che quella esibizione telefonica diventasse reale.

Come sempre con Mistress Elvira, le mie fantasie non sono propriamente mie, sono l’esito di un gioco sottile che la Sua mente concepisce allo scopo di farmi desiderare quello che vuole che desideri senza chiedermelo. In effetti, mi mandò a preparare da mangiare e mi fece apparecchiare per due. La splendida donna che vidi, in ginocchio di fianco alla mia Dea quando andò ad aprire la porta, mi lasciò senza fiato. Una bionda, coi capelli a caschetto, un fisico da ballerina, vestita in maniera molto informale ma sufficientemente esplicita da scatenare desideri da maialazzo come immediatamente mi redarguì la mia Dea, intuendo i pensieri lubrichi che si fecero spazio nella mia mente al vedere questo corpo meraviglioso in stivali neri borchiati dal tacco basso sotto dei leggings neri che ne esaltavano glutei rotondi e tonici sotto la maglia, nera anch’essa, che lasciava scoperto un collo incantevole. Il viso aveva un ovale perfetto e labbra carnose non troppo protese. Era il tipo che piaceva a Mistress Elvira e capii che sarei stato oggetto dei loro giochi erotici.

Servita la cena e nutritomi con gli avanzi delle mie regine, accucciato sottto il tavolo, sparecchiai e sistemai tutto mentre le due amiche si misere a sedere sul divano per l’ultimo sorso prima di abbandornarsi l’una all’altra. Il mio ruolo fu di stare ai piedi del divano dove si accarezzavano con sapienza tutta femminile e osservarLe devoto ed eccitato. Si amarono e si regalarono orgasmi reciproci mentre io, su ordine imperioso ora dell’una ora dell’altra, avevo il compito di completare la stimolazione di entrambe nei punti irraggiungibili. Così le mie labbra, le mie mani e la mia lingua si occuparono delle loro estremità e, all’occorrenza, le loro parti intime, anche posterieri. Fui annullato da un desiderio insopprimibile e governato dalle due fino a che, quando entrambe erano ebbre dei loro piaceri, decisero di concedermi più attenzione. Elvira mi ordino di spogliarmi e giacere supino sotto di Lei. Mi bendò e legò le mani allungate dietro la testa al piede di una tavola bassa nel salotto. Sedette su di me e potei sentire tutto l’aroma del Suo sesso inumidito dall’orgasmo. La Sua amica intanto mi sfiorò ripetutamente il pene, passando una mano sotto i miei testicoli, causandomi un’erezione ancor più forte. Mi lego i testicoli e il pene e cominciò a masturbarmi. Poi mi penetrò, non compresi bene con cosa data la mia condizione di assoluta passività. Così, inebriato dall’odore della mia Dea e dal contatto con le Sue mutande pregne di umore, i miei capezzoli stimolati dalla mani magiche di Mistress Elvira e il mio pene prigioniero delle sapienti mani della Sua amica, cedetti con impeto e frenetico come un cavallo che cerca inutilmente di disarcionare il suo cavaliere. La mia domatrice era saldamente in sella. Ne sentii la voce imperiosa e fredda, Bravo schiavo, fai vedere come godi prigioniero della Padrona.

Avrei completato le faccende domestiche mentre le due amiche si ritiravano nelle loro stanze. Quando restavo la notte da Mistress Elvira, potevo approfittare di un giaciglio dietro le sbarre, dal quale mi avrebbe tolto al mattino dopo. Per quanto mi piacesse e mi desse tranquillità essere prigioniero dietro le sbarre, non vedevo mai l’ora che giungesse il mattino, nella speranza che il primo ruolo assegnatomi al mattino fosse quello di gabinetto.

Ma poi tristemente mi svegliai nella dura realtà di tutti i giorni.

Colloquio di lavoro con donna di potere

scritto da: Ambrogio
pubblicato da: Elvira Nazzarri

Era nella grande meeting-room già da più di mezz’ora… da quando un’austera segretaria l’aveva introdotto lì dicendogli con tono distaccato «Attenda qui, vado ad avvertire la Signora…». Era rimasto colpito dall’uso di quella parola, “Signora”, così estranea all’odierno gergo aziendale fatto ormai di vocaboli inglesi “CEO”, “CFO”, “HR Manager”, “General Counsel” ecc. Pensava che anche quella poteva essere una scelta deliberata per distinguersi, una specie di “brand” per evidenziare la peculiarità di quell’azienda al cui
vertice c’era appunto la ”Signora”… Una famosissima “griffe” che produceva calzature di altissima qualità e raffinato design, ricercate in tutto il mondo per il fatto di essere creazioni originali e realizzate con metodi ancora artigianali… E la “Signora” era unanimemente ritenuta l’anima e il motore dell’azienda, fin da quando, grazie ad un accorto divorzio, ne era diventata l’unica proprietaria resuscitandola dal limbo in cui vivacchiava da anni nella miope gestione dell’ex marito e della sua famiglia, alla quale l’azienda era appartenuta sin dalla sua fondazione più di 60 anni prima.

Lui si riteneva incredibilmente fortunato per essere stato invitato a quel colloquio di lavoro dopo che aveva inviato l’abituale C.V. senza neanche troppa convinzione ritenendo altamente improbabile che esso potesse essere ritenuto adeguato anche solo per un colloquio preliminare. Dopotutto lui non aveva ancora alcuna vera esperienza lavorativa e tantomeno specifica di quel settore… Era un CV fatto ancora quasi esclusivamente di titoli di studio e di corsi di specializzazione… e poi ora aveva davvero
bisogno di lavorare per guadagnare…

Viveva a Milano in ristrettezze economiche dopo che aveva rotto con la sua famiglia d’origine che abitava lontano e che comunque non era benestante. Mentre era immerso in quei pensieri e divorato dall’ansia, ricompare l’austera segretaria di prima che gli dice: “Mi segua, la Signora la riceverà nel suo ufficio…” Anche quella gli parve una prassi insolita… Seguì docilmente la segretaria che lo condusse in un ascensore che li portò con un sibilo all’ultimo piano del palazzo di cristallo in cui si trovavano. All’apertura delle porte notò subito un ambiente arredato diversamente dal piano da cui proveniva che era caratterizzato dai soliti arredi essenziali e tecnologici, tutti di gran marca, ma assolutamente asettici. Il nuovo ambiente presentava invece diversi pezzi d’antiquariato, prevalentemente in stile Impero, che senza essere un esperto intuì essere di grande valore… Silenzio assoluto e assenza pressoché totale di personale… Percorsero un lungo e largo corridoio, con quadri antichi alle pareti, fino ad un’anticamera nella quale, ad una piccola ma evidentemente preziosa scrivania, stava una segretaria agé, ma distintissima, se possibile anche più austera di quella che lo stava accompagnando, che con un cenno congedò l’accompagnatrice e subito lo squadrò con uno sguardo inquisitore restando seduta. “Allora lei sarebbe il candidato… attenda che vado ad annunciarla alla Signora…». E con uno scatto si alzò dirigendosi verso una grande porta in legno che aprì senza bussare… evidentemente essa non conduceva direttamente nell’ufficio della Signora. Ancora quell’appellativo pronunciato con una sorta di timore reverenziale. Ormai rassegnato alle attese, restò in piedi non essendovi in quell’anticamera altre sedie oltre a quella dellascrivania.

Ma questa volta l’attesa fu breve. La segretaria agé ricomparve e lo invitò a seguirla… Passata di nuovo la grande porta di legno si introdussero in un breve corridoio pannellato di radica che conduceva ad un’altra grandeporta, a due ante, anch’essa in radica. Davanti alla quale la segretaria si fermò e bussò. Una voce sonora e decisa dall’intero disse “Avanti!” La segretaria aprì entrambe le ante, si fece da parte e così lui potei avere la visuale libera: nella grande stanza riccamente arredata, dietro una scrivania monumentale, seduta su una specie di trono, stava lei: la Signora…

Benché fosse una donna famosa e quindi la sua fisionomia gli fosse nota, non l’aveva mai vista dal vero e rimase stupito della Sua bellezza ed eleganza: capelli neri raccolti in uno chignon perfetto, due orecchini di perle ai lobi, filo di perle attorno al collo elegante e poi un tailleur di sartoria di cui poteva vedere solo la giacca leggera, color cru; al taschino una pochette bianca vagamente maschile… Praticamente era senza trucco, eccetto una leggera highliner agli occhi e un velo di rossetto. Lo squadrò per alcuni istanti che sembrarono infiniti, girò gli occhi verso la segretaria agè che congedò con un sintetico “Ci lasci soli…” e subito aggiunse: “Venga avanti e sieda pure lì”… indicandogli una sediola di fronte alla grande scrivania. Una volta seduto, si accorse di trovarsi decisamente più basso di lei assisa su quella specie di trono… Quindi gli si rivolse con una voce distaccata e professionale dicendo: “Ho letto il suo CV… non ha alcuna esperienza concreta di lavoro: secondo lei per quale motivo dovrei pensare di assumerla?” Lui aveva una certa esperienza di colloqui di lavoro e si aspettava un domanda simile… Quindi si era preparato una risposta che riteneva potesse essere quella giusta: “Sì ha ragione, naturalmente… Però posso compensare la mancanza di esperienza con una assoluta disponibilità a imparare… e poi sono molto volenteroso… non mi farei condizionare dagli orari… sono ancora single… quindi non ho vincoli familiari… vivo da solo…” Lei parve interessarsi… “Disponibilità, buona volontà, sì sì dicono tutti così per farsi assumere… ma poi…alle prime richieste di straordinario… “ Lui ribadì “Si lo so che molti fanno così… ma io sono sincero…” Lei a quel punto si alzò dal suo trono e cominciò a camminare per aggirare l’immensa scrivania e venire dalla sua parte… La manovra gli consentì di guardarla in tutta la persona… sotto la giacca del tallieur, con sua sopresa, non portava la castigata gonna longuette che si era immaginato, ma una gonna appena sopra il ginocchio, con uno spacco anteriore chiuso da alcuni bottoni…

Inoltre, dettaglio che lo aveva colpito in modo speciale, indossava un paio di finissime calze velate che viste le pieghette alle caviglie e all’altezza delle ginocchia non potevano certo essere né collant, né autoreggenti, ma proprio calze-calze… dunque Lei doveva anche portare il reggi-calze… Ai piedi – ma questo non lo sorprese considerato il prodotto dell’azienda – aveva due splendide scarpe di vernice nera con tacco vertiginoso, molto poco “vestenti”, nel senso che lasciavano intravvedere sia l’arco perfetto del piede e sia l’attaccatura delle dita… La visione non lo lasciò per nulla indifferente.

Lei si avvicinò alla sua sediola e si appoggiò al bordo anteriore della scrivania…restando in piedi ma sovrapponendo le gambe. Movimento che gli permise di udire il delicato fruscio delle calze che si sfioravano… Inoltre Lei piegò sul lato esterno il piede sul quale non poggiava, mettendone così in evidenza l’arco… Il tutto avveniva a meno di mezzo metro di distanza dal volenteroso candidato, il quale non poté trattenersi dall’abbassare lo sguardo in direzione di quelle gambe meravigliose… “Allora dicevamo della massima disponibilità che lei mi assicura di essere in grado di garantire… Ma si renderà conto che una disponibilità riferita solo all’orario non sarebbe sufficiente… è anche un problema di mansioni… Lei si è proposto per un profilo estremamente duttile: “Manager personal assistant””… “Sì certo, ne sono perfettamente consapevole… mi rendo conto che si tratta di una posizione che richiede grandeflessibilità di ruoli… essere multi-tasking come si dice…”“Ecco appunto… flessibilità di ruoli e multi-tasking… mi sembrano due termini chiave…” Lui si compiacque di essere riuscito a far colpo su un tema in genere molto delicato nei colloqui di lavoro… Quindi si sentì più sicuro e pensò di potersi rilassare.

Lei allora si sedette sul bordo della scrivania davanti a lui e accavallò le gambe… di nuovo il fruscio delle calze… Allungò una mano verso una scatola di legno intarsiato che stava sulla scrivania e ne estrasse un sigaro lungoe sottile… Si girò verso di lui e disse “Fammi accendere!” Lui sorpreso e impacciato rispose quasi balbettando: “No, mi spiace… non fumo…”. Al che Lei lo fissò con uno sguardo gelido e sibilò “Non ti ho chiesto se fumi, ti ho ordinato di farmi accendere!” e mentre lo diceva gli indicava con gli occhi un pesante accendisigari da tavolo che stava lì accanto sulla scrivania… Lui si sentì confuso e anche mortificato per non aver notato l’oggetto… Gli sfuggì anche il dettaglio che lei era passata al “tu” … Ma per rimediare allungò la mano per afferrare l’accendisigari e glielo porse acceso acceso mentre Lei avvicinava il viso verso la fiamma… Tirò un paio di volte per farlo prendere… poi invece di ritrarsi, si avvicinò ancora di più a lui, sempre seduto sulla sediola, e gli soffiò in faccia una grande voluta di fumo aromatico, che Lei faceva uscire sapientemente dalla bocca socchiusa… “Ed ora vediamo come te la cavi con l’analisi del prodotto!” e così dicendo, gli pose in grembo il piede della gamba accavallata vestito della scarpa di vernice nera… “Come ti sembrano queste scarpe?” Lui era ora decisamente imbarazzato… “Beh ecco… molto belle… naturalmente… eleganti…slanciate…” “Tutto qui?!?” chiese lei con tono irritato… A questo punto gli pose in grembo anche l’altro piede e accavallò di nuovo la gamba cosicché il piede della gamba sollevata prese a ondeggiare a pochi cm. Dalla facci stralunata del candidato…. “Guarda meglio! Non noti la qualità della vernice, la precisione delle cuciture, la perfezione del tacco, la finezza del design?!?!?” E nel mentre cominciò a premergli con il piede che era appoggiato sul suo grembo… Intanto Lei continuava a fumare il lungo cigarillo soffiando il fumo verso di lui.

Lui si rese conto che stava accadendo qualcosa di insolito… che quel colloquio di lavoro aveva preso una pieg a dir poco bizzarra…ma soprattutto avvertì una inattesa reazione provenire dal suo coso premuto ora dalla suola della Signora… “E non è tutto! Devi analizzare anche l’interno!”… “L’interno?” fece lui fingendo di non aver compreso…. “Sì esatto! Muoviti!” … Lui avvicinò esitante la mano alla scarpetta che Lei gli continuava a far ondeggiare davanti alla faccia… ma prima che lui arrivasse a toccarla, Lei muovendo abilmente le dita dei piedi, si sfilò il tallone cosicché la scarpetta adesso dondolava sulla punta del piede per il resto libero… Lui avvertì la fragranza di cuoio nuovo unita al delicato profumo di Lei… E si accorse di avere un’erezione… Se ne accorse anche Lei perché l’altro piede ancora premeva sul basso ventre di lui… Lei fece scivolare per terra la scarpina che dondolava sulla punta del piede il quale apparve così nudo, proprio sotto il naso di lui, con le unghie perfettamente laccate di rosso e fasciato dalla finissima calza. Con studiata lentezza Lei spense il cigarillo e si rivolse a lui con voce ferma: “Ora apri quella bocca!” Gli sembrò che quelle parole provenissero da un’altra dimensione e senza neanche rendersene conto si ritrovò con la bocca spalancata fino a slogarsi la mascella e con il piede di lei penetratogli nella bocca fin quasi alla caviglia!

Nel contempo Lei rapida gli afferra la cravatta e tirandola a sé come se fosse un guinzaglio, imprime un movimento ritmico alla testa del candidato in sincronia con il movimento che Lei fa fare al suo piede dentro la bocca… Con l’altra mano si sbottona la gonna aprendo lo spacco… Lui, semi soffocato dal piede che gli sta sverginando la bocca e dal nodo della cravatta che lei sta tirando come se fosse un guinzaglio, si accorge che la Signora non indossava mutandine, ma solo il reggi-calze incorporato in un’elegante guepiere che mostra un pube perfettamente depilato… E mentre lui mette a fuoco quell’immagine sublime, Lei allunga la mano che aveva appena terminato di aprire lo spacco e inizia a toccarsi forsennatamente, allo stesso ritmo impresso al piede nella bocca del candidato. La scena si protrasse per un tempo che a lui parve infinito… fino a quando lei ebbe un lungo e trionfale orgasmo… A quel punto estrasse il piede dalla bocca di lui, e restando sempre seduta sulla scrivania, tirò ancora più a sé la cravatta e afferatagli la testa, gli premette la faccia sul suo pube grondante di umori, ordinandogli: “E ora pulisci per bene con la lingua! Ti avevo detto che devi essere multi-tasking!”

Il giorno in cui diventai uno schiavo

Scritto da schiavo amos
Pubblicato da Elvira Nazzarri

 

Normalmente gran parte della nostra vita è fatta di giornate una uguale all’altra e dove gli avvenimenti non modificano un granché ciò che avverrà nei giorni seguenti. Poi, a volte, capitano eventi che invece ci cambieranno per sempre. Ma non sempre sono semplici da riconoscere nel momento in cui accadono, si vedono più chiaramente guardandosi indietro, sono momenti chiave in cui una decisione modificherà in modo sostanziale la nostra vita. Questo è il racconto di uno di questi momenti. Il giorno che diventai lo schiavo di Elvira.

Il suono della notifica di e-mail ricevuta mi ridestò dalla concentrazione del lavoro che stavo portando a termine. Pensai fosse la solita scocciatura, ma quando aprii il client di posta di lavoro non vidi nulla. Guardai allora gli altri account e vidi che il numero 1 nel bollino rosso era quello della mail di Elvira.

Era da qualche giorno che non ci sentivamo e diversi mesi che la nostra frequentazione era diventata molto saltuaria. La aprii con la solita emozione che provavo ogni volta che ricevevo un suo messaggio. Era una breve mail dal tono asciutto.

«Domani alle 13 presentati in via Patti 1, ho cambiato casa. Inizia il tuo servizio, schiavo».

Rimasi senza fiato e gli risposi chiedendole spiegazioni ma, come capita spesso, neanche mi rispose.

Erano anni che mi aveva detto che il giorno che avesse cambiato casa mi avrebbe usato come schiavo domestico, ma ormai con ci credevo più. Sembrava una di quelle cose dette un po’ così per dire.

Ci conoscevamo da 8 anni ormai e il nostro rapporto aveva avuto un’evoluzione molto particolare. Ci siamo frequentati, siamo stati amici intimi e poi piano piano avevamo dato sempre più spazio alla nostra indole e avevamo iniziato a giocare alla padrona e allo schiavo. E il gioco lentamente era diventato una cosa sempre più seria, tant’è che avevamo deciso di comune accordo di scrivere un contratto che regolava la nostra particolare relazione. Però, anche se avevamo preso la cosa molto sul serio, il fatto che ognuno di noi continuasse ad avere la propria vita contribuiva fatalmente a mantenere il nostro rapporto in una dimensione pur sempre ludica.

L’indomani mi presentai puntuale e dopo avermi fatto entrare mi disse: «Non te lo aspettavi, vero?». «Già» gli risposi, «ormai pensavo fosse una cosa finita nel dimenticatoio».

«Ah si? Ti sbagliavi. Credi che io parli a vanvera? Eh no caro, e ora capirai il vero significato della parola schiavo. Ora che finalmente vivo da sola niente più giochetti, da oggi verrai qui due volte a settimana e farai tutto quello che ti dirò di fare. Perlopiù ti occuperai della casa e di tutti quei lavori noiosi che io non ho proprio nessuna intenzione di fare».

«Beh, dai…» le dissi «addirittura due volte a settimana, non so mica se riesco, ho anche i miei impegni».

Come un fulmine a ciel sereno mi arrivò un ceffone. «Non ti ricordi più le regole? Tu in mia presenza devi essere sempre completamente nudo. Ed è in questa condizione che eseguirai ogni ordine in questa casa da oggi in poi». Non mi aspettavo questa svolta e non ero in condizione di argomentare alcuna difesa, così mi tolsi tutto, visto il piglio con cui mi aveva affrontato pensai non fosse una buona idea contrariarla.

Ero in piedi di fronte a lei, nudo. Lei aveva dei jeans attillati, un paio di décolleté e una maglia aderente. Sexy ed elegante in modo naturale come sempre. Sapeva che questo genere di situazioni mi metteva in forte imbarazzo e quindi rigirava il coltello nella piaga guardandomi con un’espressione divertita. Un grande specchio restituiva la nostra immagine riflessa e aumentava ancor di più il mio senso di umiliazione.

Mi parlava girandomi intorno e intanto mi faceva sentire il peso del suo sguardo. «Se non l’hai ancora capito da questo momento la storia è completamente cambiata. Non siamo più alla pari, io sto sopra e tu stai sotto. Quindi, non osare mai più rivolgerti a me in questo modo, ti ho detto che da oggi sei il mio schiavo e se ti dico che tu vieni qui due volte a settimana a fare le pulizie non ci sono scuse, tu ci vieni e stai anche zitto. Non me ne frega un cazzo di tua moglie, della famiglia, del lavoro. Io comando e tu esegui. Ci siamo capiti?».

«Si… Padrona» risposi con un filo di voce. «Devo solo avere il tempo di abituarmi alle nuove regole, credo». «Esatto!». E subito dopo mi arrivò un altro ceffone. «E non ti preoccupare, so bene come aiutarti, hahahaha! Te la faccio passare io la voglia di fare il brillante con le femminucce…».

«E ora seguimi in cucina, schiavo!».

C’era un tavolo apparecchiato per una persona e un paio di pentole sui fornelli. Di fronte al tavolo, sul pavimento, c’erano tre libri impilati  sui quali era posizionato un grosso fallo a ventosa.

«Bene, adesso devo pranzare ma nel frattempo mi voglio godere lo spettacolo di te che soffri. Lì c’è un lubrificante, usalo, e poi accucciati e infilati quel cazzo nel culo!». Poi andò a prendere le mie mutande e me le infilò a forza in bocca. Mi legò i polsi dietro la schiena e le caviglie alle cosce e mi mise due pinze con pesi ai capezzoli.

Iniziò a consumare il pranzo con sfrontata lentezza e intanto mi parlava del più e del meno. Dei suoi diversi uomini e dei suoi schiavi. Mi sentivo pesantemente disagio esposto in quella posizione e ogni tanto vedevo apparire sul suo viso un sorrisino soddisfatto per come mi aveva ridotto. Dopo una decina di minuti iniziai a soffrire per il fallo che mi apriva senza pietà per effetto della la posizione precaria e per le gambe indolenzite. Pregavo perché finisse in fretta il pranzo ma invece, come leggendomi nel pensiero, rallentò ancor di più e nel frattempo di tanto in tanto prendeva lo smartphone e mi scattava delle foto. Poi si alzò da tavola, aprì il frigo e prese un dessert, mi si mise di fronte con la sedia e mi strappò le mutande dalla bocca. Poi sollevò una gamba e mi mise il piede a pochi centimetri dal viso. «LECCA!» mi ordinò e nel frattempo si gustava lentamente il suo dolce di fine pasto.

«Hai visto che fine hai fatto da quel giorno di 8 anni fa? Chi lo avrebbe mai detto, vero? Pensavi che fosse solo un gioco ma alla fine invece ti ho trasformato nel mio schiavo. Però lo sai, sono buona e voglio darti una possibilità, l’unica. Se me lo dici ora ti lascio andare e ti libero per sempre ma non ci vedremo mai più. Sappi però che se non lo fai non potrai mai più tornare indietro e se un giorno dovessi cambiare idea e provare a fuggire tutte le foto che ho di te, e sai bene quante ne ho e in che situazioni ti ritraggono, finiranno nella email di tua moglie».

Sapevo che non scherzava e che avrebbe potuto essere molto pericoloso ma non riuscii a dire nulla, ormai le appartenevo. Amavo alla follia quella donna e l’idea di perderla mi era inaccettabile. Anche se questo voleva dire amarla come può farlo uno schiavo. Rimasi in silenzio e accettai il mio destino, ormai era inevitabile.

Lei mi guardò con un espressione soddisfatta e trionfale. «Lo sapevo…» disse.

Finito di mangiare mi liberò. «Ora sistemerai tutta la cucina e poi quando avrai finito laverai tutti i pavimenti della casa. Ma, prima di iniziare sdraiati qui sul tavolo e apri le gambe che ti do una bella scopata, PUTTANA!». Poi uscì dalla cucina e tornò con uno strapon indossato. Iniziò a scoparmi con forza mentre mi teneva le gambe aperte con le mani. Nel frattempo faceva delle foto con lo smartphone.

«E ora vai a pulire, cagna! Sparecchia, lava i piatti e pulisci la cucina. Io vado di la a rilassarmi, quando hai finito vieni a chiamarmi».

Mi misi al lavoro e nel mentre non potevo evitare di riflettere sulla mia condizione. Nel giro di mezz’ora mi aveva fatto comprendere cosa significava essere sottomesso. E che in fondo anche se era difficile da accettare era quello di cui avevo bisogno.

Ogni tanto veniva in cucina a controllare il lavoro e mi scattava delle foto ridendo. «Poi ti spiegherò cosa ci devi fare con queste foto, hahahaha».

Quando finii in cucina andai nel soggiorno, come mi aveva ordinato. «Ho finito di sistemare la cucina Padrona» le dissi. «Bene, ora lavi tutti i pavimenti e voglio che lo fai in ginocchio come una vera sguattera. Vai nello sgabuzzino e prendi tutto l’occorrente, fila!».

Mentre ero più o meno a metà del lavoro la vidi arrivare decisa verso di me con lo strapon in vita. «Faccia a terra e apri il culo che ti do un’altra ripassata, troia!». La sentivo spingere con violenza e intanto mi tirava degli schiaffoni sul culo. Poi quando decise che era abbastanza mi tirò un calcione che mi mandò per terra. «E ora finisci il tuo lavoro, puttanella sottomessa». Ripresi il lavoro sentendomi sempre più sprofondare nell’umiliazione, obbligato a svolgere i lavori domestici nel modo più umiliante, abusato sessualmente senza il minimo riguardo. Il mio piacere non contava più nulla. Mi stava facendo capire che da oggi avrebbe demolito dalle fondamenta la mia dignità di maschio.

Terminato di pulire i pavimenti tornai in soggiorno. Molto umilmente le dissi: « Ho finito con i pavimenti Padrona, ha altre istruzioni?». Rimasi a testa bassa ad attendere la risposta.

«Se hai finito lo decido io e ora vado a controllare come hai svolto il lavoro». Si alzò dal divano e prese lo strapon appoggiato sul tavolino. Poi me lo cacciò in bocca. «Rimani così in ginocchio e aspetta finché non torno dalla verifica». Sentivo il rumore dei tacchi sul pavimento mentre si spostava per le varie stanze e intanto l’ansia saliva. Temevo che se avesse trovato qualche difetto non l’avrei passata liscia.

Quando rientrò in soggiorno impugnava un cane, lo strumento che temevo di più. Poi mi disse: «Ho trovato degli aloni e per questo ti meriti 25 frustate con il cane! E ti va anche bene perché la prossima volta che succede te li faccio togliere con la lingua». Cercai di dissuaderla implorardola, temevo i segni e non avrei saputo come giustificarli a mia moglie.«Non me ne frega un cazzo di te e di quella troia di tua moglie, mezz’ora fa ti ho dato una possibilità di uscirne, ora sono cazzi tuoi. Mettiti in posizione e stai zitto! Devi imparare a eseguire i miei ordini in maniera impeccabile. Ora basta storie, mani dietro la nuca e se il cazzo che hai in bocca cade durante la punizione ricomincio».

La punizione fu difficile da sopportare sia per il dolore ma più per l’ansia di come sarebbe stato il mio sedere al termine. Verso la fine le lacrime mi rigavano il volto e mi rendevo sempre più conto che, non avendo più via d’uscita, stavo entrando in un nuovo livello di sottomissione. Ero davvero diventato lo schiavo di quella donna e la mia vita non sarebbe stata più la stessa. Quando ebbe finito mi toccai tremante i glutei, bruciavano e sentii che erano pieni di segni in rilievo.

La Padrona prese nuovamente il cellulare mi fece alzare e mi obbligò ad assumere diverse posizioni mentre scattava altre foto.

«Ottimo, direi che per oggi abbiamo finito, rivestiti e vattene! Ah, ho deciso che voglio tu apra un Tumblr come fosse una gogna pubblica dove ti esporrai pubblicamente umiliandoti come ti dirò. Per cominciare devi pubblicare le foto che ti ho fatto oggi, poi ti obbligherò anche di farti delle foto da solo. Ricordi come quando ti ho detto di penetrarti con il barattolo del deodorante spray e di madarmi le foto? Hahahahaha, veramente spassoso… Dovrai anche descrivere nei particolari le umiliazioni che ti farò subire. E poi voglio che fai di tutto per creare pubblico e favorisci i commenti e le derisioni. Hai due mesi per arrivare a 1000 follower, se fallisci subirai una punizione durissima che ovviamente poi dovrai rendere pubblica».

«Ah, e voglio che metti giù il nuovo contratto, quello definitivo con gli ultimi sviluppi, così lo firmiamo. Anzi, la prossima volta faccio venire anche il mio amico… sai, quello che fa l’avvocato, così quando lo leggi ci darà anche il suo parere. Così facciamo le cose per bene. Dai non fare quella faccia, non dirmi che ti vergogni…».

«Ora puoi andare, ci vediamo fra tre giorni, stessa ora».

 

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