Latest Posts

Sognai sul far dell’alba…

scritto da: Dasa
Pubblicato da: Elvira Nazzarri

Dolcemente sognai di aver rinunciato a condurre una vita privata, consapevole dell’impossibilità di vivere lontano dal Suo dominio. Non era una distanza fisica a spaventarmi, quella restava a disposizione della volontà di Mistress Elvira, quanto una distanza più intima: la mia anima doveva appartenerLe e non potevo vivere sentendomi ancora imprigionato nel mio libero arbitrio. Decisi quindi di abbandonare il lavoro in azienda e mi misi in proprio, avrei così potuto sovvertire le priorità ed essere sempre a Sua disposizione, ogni minuto della giornata per tutto l’anno. Vivevo sempre nel mio appartamento e conducevo una vita regolare con la differenza, rispetto a prima, che potevo allontanarmi da Milano solo col Suo permesso, restando costantemente a mezz’ora dalla Sua dimora, pronto a mettermi a Sua disposizione al comando della Regina.

Così quel pomeriggio, mentre ero fuori per delle commissioni, mi giunse il Suo messaggio. Mi ordinò di fare la spesa per la cena e di andare a casa Sua immediatamente, avrei avuto poi altre istruzioni. Appena fui da Lei mi fece spogliare e indossare un costume che mi aveva fatto comprare e che era la mia livrea. Una spece di muta elasticizzata nera con una cerniera davanti che, volendo, poteva coprirmi anche la testa, lasciando solo i fori per gli occhi, il naso, la bocca, il pene e l’ano. Completamente depersonalizzato, una maschera anonima e priva di identità, così come mi sentivo ormai da tempo: il Suo schiavo e nient’altro. Si mise alla scrivania e mi ordinò di sdraiarmi ai Suoi piedi supino. Appoggiò i piedi morbidi sul mio petto e cominciò a lavorare. Muoveva ogni tanto le Sue sensuali estremità sul mio ventre e sul mio petto, scivolando in alto verso il viso, per il gusto di sentirmi ansimare. In realtà ero eccitato dalla circostanza, dal sentire l’inerzia distratta del Suo piede sul mio corpo, quel leggero contatto che mi faceva sentire prigioniero, indipendentemente dalla volontà della Dea di stimolarmi.

ConoscendoLa, la immaginavo sorridente e compiaciuta sopra di me mentre continuava a digitare sulla tastiera del suo computer. A un certo punto mi ordinò di spostarmi e sistemarmi ai piedi della poltrona, sempre disteso a terra ma reclinato su un lato, guardando la poltrona. Aveva bisogno di un appoggio per i piedi più alto e stabile. Decise cosi di legarmi le mani dietro la schiena e mi sistemò il collare a cui agganciò il guinzaglio. Completò l’opera, riempiendomi con un plug, in modo da farmi sentire ancora più inerte di fronte al Suo potere sublime. Sedette, smanettò sul suo smartphone e si mise a chiacchierare con qualcuno. Più tardi avrei intuito che si trattava di un’amica giacché le parlava del Suo schiavo ai Suoi piedi in quel momento. Mi sentii esibito e mi procurò uno stato di confusa eccitazione, presi a dimenarmi e gemere e arrivò dapprima un secco, fortissimo colpo di frusta che nemmeno la protezione del tessuto riuscì ad attenuare e poi una serie di piccoli altri colpi, altrettanto dolorosi per la frequenza e la numerosità, mentre mi intimava di tacere. Si assicurò che non un altro suono provenisse dalla mia bocca, chiudendola con il Suo piede che penetrò impietoso e autoritario. La sensazione di totale violazione e annientamento che sempre genera il Suo piede violatore mi eccitò ancora di più. Il mio mondo era rappresentato dalla Sua calza, stranamente compressa ed elastica e la potente sensazione di pienezza del Suo piede tonico. La mia lingua cedeva al dominio, il respiro si fece lento e mi acquietai, annientato e adorante. Non mancò di descrivere la mia condizione e non potei non sperare che quella esibizione telefonica diventasse reale.

Come sempre con Mistress Elvira, le mie fantasie non sono propriamente mie, sono l’esito di un gioco sottile che la Sua mente concepisce allo scopo di farmi desiderare quello che vuole che desideri senza chiedermelo. In effetti, mi mandò a preparare da mangiare e mi fece apparecchiare per due. La splendida donna che vidi, in ginocchio di fianco alla mia Dea quando andò ad aprire la porta, mi lasciò senza fiato. Una bionda, coi capelli a caschetto, un fisico da ballerina, vestita in maniera molto informale ma sufficientemente esplicita da scatenare desideri da maialazzo come immediatamente mi redarguì la mia Dea, intuendo i pensieri lubrichi che si fecero spazio nella mia mente al vedere questo corpo meraviglioso in stivali neri borchiati dal tacco basso sotto dei leggings neri che ne esaltavano glutei rotondi e tonici sotto la maglia, nera anch’essa, che lasciava scoperto un collo incantevole. Il viso aveva un ovale perfetto e labbra carnose non troppo protese. Era il tipo che piaceva a Mistress Elvira e capii che sarei stato oggetto dei loro giochi erotici.

Servita la cena e nutritomi con gli avanzi delle mie regine, accucciato sottto il tavolo, sparecchiai e sistemai tutto mentre le due amiche si misere a sedere sul divano per l’ultimo sorso prima di abbandornarsi l’una all’altra. Il mio ruolo fu di stare ai piedi del divano dove si accarezzavano con sapienza tutta femminile e osservarLe devoto ed eccitato. Si amarono e si regalarono orgasmi reciproci mentre io, su ordine imperioso ora dell’una ora dell’altra, avevo il compito di completare la stimolazione di entrambe nei punti irraggiungibili. Così le mie labbra, le mie mani e la mia lingua si occuparono delle loro estremità e, all’occorrenza, le loro parti intime, anche posterieri. Fui annullato da un desiderio insopprimibile e governato dalle due fino a che, quando entrambe erano ebbre dei loro piaceri, decisero di concedermi più attenzione. Elvira mi ordino di spogliarmi e giacere supino sotto di Lei. Mi bendò e legò le mani allungate dietro la testa al piede di una tavola bassa nel salotto. Sedette su di me e potei sentire tutto l’aroma del Suo sesso inumidito dall’orgasmo. La Sua amica intanto mi sfiorò ripetutamente il pene, passando una mano sotto i miei testicoli, causandomi un’erezione ancor più forte. Mi lego i testicoli e il pene e cominciò a masturbarmi. Poi mi penetrò, non compresi bene con cosa data la mia condizione di assoluta passività. Così, inebriato dall’odore della mia Dea e dal contatto con le Sue mutande pregne di umore, i miei capezzoli stimolati dalla mani magiche di Mistress Elvira e il mio pene prigioniero delle sapienti mani della Sua amica, cedetti con impeto e frenetico come un cavallo che cerca inutilmente di disarcionare il suo cavaliere. La mia domatrice era saldamente in sella. Ne sentii la voce imperiosa e fredda, Bravo schiavo, fai vedere come godi prigioniero della Padrona.

Avrei completato le faccende domestiche mentre le due amiche si ritiravano nelle loro stanze. Quando restavo la notte da Mistress Elvira, potevo approfittare di un giaciglio dietro le sbarre, dal quale mi avrebbe tolto al mattino dopo. Per quanto mi piacesse e mi desse tranquillità essere prigioniero dietro le sbarre, non vedevo mai l’ora che giungesse il mattino, nella speranza che il primo ruolo assegnatomi al mattino fosse quello di gabinetto.

Ma poi tristemente mi svegliai nella dura realtà di tutti i giorni.

Colloquio di lavoro con donna di potere

scritto da: Ambrogio
pubblicato da: Elvira Nazzarri

Era nella grande meeting-room già da più di mezz’ora… da quando un’austera segretaria l’aveva introdotto lì dicendogli con tono distaccato «Attenda qui, vado ad avvertire la Signora…». Era rimasto colpito dall’uso di quella parola, “Signora”, così estranea all’odierno gergo aziendale fatto ormai di vocaboli inglesi “CEO”, “CFO”, “HR Manager”, “General Counsel” ecc. Pensava che anche quella poteva essere una scelta deliberata per distinguersi, una specie di “brand” per evidenziare la peculiarità di quell’azienda al cui
vertice c’era appunto la ”Signora”… Una famosissima “griffe” che produceva calzature di altissima qualità e raffinato design, ricercate in tutto il mondo per il fatto di essere creazioni originali e realizzate con metodi ancora artigianali… E la “Signora” era unanimemente ritenuta l’anima e il motore dell’azienda, fin da quando, grazie ad un accorto divorzio, ne era diventata l’unica proprietaria resuscitandola dal limbo in cui vivacchiava da anni nella miope gestione dell’ex marito e della sua famiglia, alla quale l’azienda era appartenuta sin dalla sua fondazione più di 60 anni prima.

Lui si riteneva incredibilmente fortunato per essere stato invitato a quel colloquio di lavoro dopo che aveva inviato l’abituale C.V. senza neanche troppa convinzione ritenendo altamente improbabile che esso potesse essere ritenuto adeguato anche solo per un colloquio preliminare. Dopotutto lui non aveva ancora alcuna vera esperienza lavorativa e tantomeno specifica di quel settore… Era un CV fatto ancora quasi esclusivamente di titoli di studio e di corsi di specializzazione… e poi ora aveva davvero
bisogno di lavorare per guadagnare…

Viveva a Milano in ristrettezze economiche dopo che aveva rotto con la sua famiglia d’origine che abitava lontano e che comunque non era benestante. Mentre era immerso in quei pensieri e divorato dall’ansia, ricompare l’austera segretaria di prima che gli dice: “Mi segua, la Signora la riceverà nel suo ufficio…” Anche quella gli parve una prassi insolita… Seguì docilmente la segretaria che lo condusse in un ascensore che li portò con un sibilo all’ultimo piano del palazzo di cristallo in cui si trovavano. All’apertura delle porte notò subito un ambiente arredato diversamente dal piano da cui proveniva che era caratterizzato dai soliti arredi essenziali e tecnologici, tutti di gran marca, ma assolutamente asettici. Il nuovo ambiente presentava invece diversi pezzi d’antiquariato, prevalentemente in stile Impero, che senza essere un esperto intuì essere di grande valore… Silenzio assoluto e assenza pressoché totale di personale… Percorsero un lungo e largo corridoio, con quadri antichi alle pareti, fino ad un’anticamera nella quale, ad una piccola ma evidentemente preziosa scrivania, stava una segretaria agé, ma distintissima, se possibile anche più austera di quella che lo stava accompagnando, che con un cenno congedò l’accompagnatrice e subito lo squadrò con uno sguardo inquisitore restando seduta. “Allora lei sarebbe il candidato… attenda che vado ad annunciarla alla Signora…». E con uno scatto si alzò dirigendosi verso una grande porta in legno che aprì senza bussare… evidentemente essa non conduceva direttamente nell’ufficio della Signora. Ancora quell’appellativo pronunciato con una sorta di timore reverenziale. Ormai rassegnato alle attese, restò in piedi non essendovi in quell’anticamera altre sedie oltre a quella dellascrivania.

Ma questa volta l’attesa fu breve. La segretaria agé ricomparve e lo invitò a seguirla… Passata di nuovo la grande porta di legno si introdussero in un breve corridoio pannellato di radica che conduceva ad un’altra grandeporta, a due ante, anch’essa in radica. Davanti alla quale la segretaria si fermò e bussò. Una voce sonora e decisa dall’intero disse “Avanti!” La segretaria aprì entrambe le ante, si fece da parte e così lui potei avere la visuale libera: nella grande stanza riccamente arredata, dietro una scrivania monumentale, seduta su una specie di trono, stava lei: la Signora…

Benché fosse una donna famosa e quindi la sua fisionomia gli fosse nota, non l’aveva mai vista dal vero e rimase stupito della Sua bellezza ed eleganza: capelli neri raccolti in uno chignon perfetto, due orecchini di perle ai lobi, filo di perle attorno al collo elegante e poi un tailleur di sartoria di cui poteva vedere solo la giacca leggera, color cru; al taschino una pochette bianca vagamente maschile… Praticamente era senza trucco, eccetto una leggera highliner agli occhi e un velo di rossetto. Lo squadrò per alcuni istanti che sembrarono infiniti, girò gli occhi verso la segretaria agè che congedò con un sintetico “Ci lasci soli…” e subito aggiunse: “Venga avanti e sieda pure lì”… indicandogli una sediola di fronte alla grande scrivania. Una volta seduto, si accorse di trovarsi decisamente più basso di lei assisa su quella specie di trono… Quindi gli si rivolse con una voce distaccata e professionale dicendo: “Ho letto il suo CV… non ha alcuna esperienza concreta di lavoro: secondo lei per quale motivo dovrei pensare di assumerla?” Lui aveva una certa esperienza di colloqui di lavoro e si aspettava un domanda simile… Quindi si era preparato una risposta che riteneva potesse essere quella giusta: “Sì ha ragione, naturalmente… Però posso compensare la mancanza di esperienza con una assoluta disponibilità a imparare… e poi sono molto volenteroso… non mi farei condizionare dagli orari… sono ancora single… quindi non ho vincoli familiari… vivo da solo…” Lei parve interessarsi… “Disponibilità, buona volontà, sì sì dicono tutti così per farsi assumere… ma poi…alle prime richieste di straordinario… “ Lui ribadì “Si lo so che molti fanno così… ma io sono sincero…” Lei a quel punto si alzò dal suo trono e cominciò a camminare per aggirare l’immensa scrivania e venire dalla sua parte… La manovra gli consentì di guardarla in tutta la persona… sotto la giacca del tallieur, con sua sopresa, non portava la castigata gonna longuette che si era immaginato, ma una gonna appena sopra il ginocchio, con uno spacco anteriore chiuso da alcuni bottoni…

Inoltre, dettaglio che lo aveva colpito in modo speciale, indossava un paio di finissime calze velate che viste le pieghette alle caviglie e all’altezza delle ginocchia non potevano certo essere né collant, né autoreggenti, ma proprio calze-calze… dunque Lei doveva anche portare il reggi-calze… Ai piedi – ma questo non lo sorprese considerato il prodotto dell’azienda – aveva due splendide scarpe di vernice nera con tacco vertiginoso, molto poco “vestenti”, nel senso che lasciavano intravvedere sia l’arco perfetto del piede e sia l’attaccatura delle dita… La visione non lo lasciò per nulla indifferente.

Lei si avvicinò alla sua sediola e si appoggiò al bordo anteriore della scrivania…restando in piedi ma sovrapponendo le gambe. Movimento che gli permise di udire il delicato fruscio delle calze che si sfioravano… Inoltre Lei piegò sul lato esterno il piede sul quale non poggiava, mettendone così in evidenza l’arco… Il tutto avveniva a meno di mezzo metro di distanza dal volenteroso candidato, il quale non poté trattenersi dall’abbassare lo sguardo in direzione di quelle gambe meravigliose… “Allora dicevamo della massima disponibilità che lei mi assicura di essere in grado di garantire… Ma si renderà conto che una disponibilità riferita solo all’orario non sarebbe sufficiente… è anche un problema di mansioni… Lei si è proposto per un profilo estremamente duttile: “Manager personal assistant””… “Sì certo, ne sono perfettamente consapevole… mi rendo conto che si tratta di una posizione che richiede grandeflessibilità di ruoli… essere multi-tasking come si dice…”“Ecco appunto… flessibilità di ruoli e multi-tasking… mi sembrano due termini chiave…” Lui si compiacque di essere riuscito a far colpo su un tema in genere molto delicato nei colloqui di lavoro… Quindi si sentì più sicuro e pensò di potersi rilassare.

Lei allora si sedette sul bordo della scrivania davanti a lui e accavallò le gambe… di nuovo il fruscio delle calze… Allungò una mano verso una scatola di legno intarsiato che stava sulla scrivania e ne estrasse un sigaro lungoe sottile… Si girò verso di lui e disse “Fammi accendere!” Lui sorpreso e impacciato rispose quasi balbettando: “No, mi spiace… non fumo…”. Al che Lei lo fissò con uno sguardo gelido e sibilò “Non ti ho chiesto se fumi, ti ho ordinato di farmi accendere!” e mentre lo diceva gli indicava con gli occhi un pesante accendisigari da tavolo che stava lì accanto sulla scrivania… Lui si sentì confuso e anche mortificato per non aver notato l’oggetto… Gli sfuggì anche il dettaglio che lei era passata al “tu” … Ma per rimediare allungò la mano per afferrare l’accendisigari e glielo porse acceso acceso mentre Lei avvicinava il viso verso la fiamma… Tirò un paio di volte per farlo prendere… poi invece di ritrarsi, si avvicinò ancora di più a lui, sempre seduto sulla sediola, e gli soffiò in faccia una grande voluta di fumo aromatico, che Lei faceva uscire sapientemente dalla bocca socchiusa… “Ed ora vediamo come te la cavi con l’analisi del prodotto!” e così dicendo, gli pose in grembo il piede della gamba accavallata vestito della scarpa di vernice nera… “Come ti sembrano queste scarpe?” Lui era ora decisamente imbarazzato… “Beh ecco… molto belle… naturalmente… eleganti…slanciate…” “Tutto qui?!?” chiese lei con tono irritato… A questo punto gli pose in grembo anche l’altro piede e accavallò di nuovo la gamba cosicché il piede della gamba sollevata prese a ondeggiare a pochi cm. Dalla facci stralunata del candidato…. “Guarda meglio! Non noti la qualità della vernice, la precisione delle cuciture, la perfezione del tacco, la finezza del design?!?!?” E nel mentre cominciò a premergli con il piede che era appoggiato sul suo grembo… Intanto Lei continuava a fumare il lungo cigarillo soffiando il fumo verso di lui.

Lui si rese conto che stava accadendo qualcosa di insolito… che quel colloquio di lavoro aveva preso una pieg a dir poco bizzarra…ma soprattutto avvertì una inattesa reazione provenire dal suo coso premuto ora dalla suola della Signora… “E non è tutto! Devi analizzare anche l’interno!”… “L’interno?” fece lui fingendo di non aver compreso…. “Sì esatto! Muoviti!” … Lui avvicinò esitante la mano alla scarpetta che Lei gli continuava a far ondeggiare davanti alla faccia… ma prima che lui arrivasse a toccarla, Lei muovendo abilmente le dita dei piedi, si sfilò il tallone cosicché la scarpetta adesso dondolava sulla punta del piede per il resto libero… Lui avvertì la fragranza di cuoio nuovo unita al delicato profumo di Lei… E si accorse di avere un’erezione… Se ne accorse anche Lei perché l’altro piede ancora premeva sul basso ventre di lui… Lei fece scivolare per terra la scarpina che dondolava sulla punta del piede il quale apparve così nudo, proprio sotto il naso di lui, con le unghie perfettamente laccate di rosso e fasciato dalla finissima calza. Con studiata lentezza Lei spense il cigarillo e si rivolse a lui con voce ferma: “Ora apri quella bocca!” Gli sembrò che quelle parole provenissero da un’altra dimensione e senza neanche rendersene conto si ritrovò con la bocca spalancata fino a slogarsi la mascella e con il piede di lei penetratogli nella bocca fin quasi alla caviglia!

Nel contempo Lei rapida gli afferra la cravatta e tirandola a sé come se fosse un guinzaglio, imprime un movimento ritmico alla testa del candidato in sincronia con il movimento che Lei fa fare al suo piede dentro la bocca… Con l’altra mano si sbottona la gonna aprendo lo spacco… Lui, semi soffocato dal piede che gli sta sverginando la bocca e dal nodo della cravatta che lei sta tirando come se fosse un guinzaglio, si accorge che la Signora non indossava mutandine, ma solo il reggi-calze incorporato in un’elegante guepiere che mostra un pube perfettamente depilato… E mentre lui mette a fuoco quell’immagine sublime, Lei allunga la mano che aveva appena terminato di aprire lo spacco e inizia a toccarsi forsennatamente, allo stesso ritmo impresso al piede nella bocca del candidato. La scena si protrasse per un tempo che a lui parve infinito… fino a quando lei ebbe un lungo e trionfale orgasmo… A quel punto estrasse il piede dalla bocca di lui, e restando sempre seduta sulla scrivania, tirò ancora più a sé la cravatta e afferatagli la testa, gli premette la faccia sul suo pube grondante di umori, ordinandogli: “E ora pulisci per bene con la lingua! Ti avevo detto che devi essere multi-tasking!”

Amerigo

Scritto da Amerigo
Pubblicato da Elvira Nazzarri

Ho immaginato di entrare nel suo studio convinto di trovarla in piedi di fronte alla scrivania ad aspettarmi come sempre.

Ma è arrivata perentoria la Sua voce inflessibile che mi ha detto: “rimani rivolto di verso la scrivania ed inizia a spogliarti schiavo”.

La voce arrivava da dietro me, forse dal bagno: “Ora inginocchiati e prostrati verso la scrivania”.

A quel punto sento il rumore dei tacchi che si avvicinano, è dietro di me ed appoggia la sua scarpa nel mio sedere, il tacco sta sfiorando l’ano e lei inizia a strisciarlo lentamente e dolcemente mentre inizio ad eccitarmi come un maiale.

“Vedo che sei già eccitato porco, come ti permetti! Lo puoi fare solo se sono io a concedertelo. Se non sei in grado di controllarti penserò io ad un bel rimedio per te! Voglio che tu vada a quattro zampe a metterti davanti alla pedana in ginocchio ed appoggi la testa sotto al trono con gli occhi chiusi”.

Mi dirigo nell’altra sala e mi posiziono come chiesto dalla mia Padrona…

Ai piedi del trono un collare con guinzaglio marroni, una cintura di castità ed uno strapon… Io faccio finta di non vedere ed infilo la testa sotto al trono, dopo poco la sento arrivare. La sento salire gli scalini della pedana…il rumore dei tacchi è strano, sembrano diversi dal solito sembra quasi siano di metallo.

Lei è ora in piedi di fianco a me: “Sei un bel tappetino, ora mi siedo comodamente sul trono” mi sale sopra la schiena con i tacchi e si siede…

Seduta con un piede sulla mia schiena e l’altra gamba accavallata mi dice”ora ti insegnerò un po’ di regole. Apri bene le orecchie perché non le ripeterò!”

Sono inginocchiato il busto appoggiato sulla pedana e la testa infilata sotto al trono, la mia Padrona mi sta usando come tappetino e mi dice:”tu d’ora in poi mi chiamerai soltanto Padrona e ti rivolgerai a me dandomi del lei. Ogni volta che ti dirò qualcosa tu dovrai rispondere con un si Padrona scandito bene in modo forte e chiaro. Ora alzati e decidi se vuoi essere o no il mio schiavo. Se la risposta è sì sai cosa devi fare…non occorre che io te lo dica…”

Toglie il piede dalla mia schiena e mi dice : “ora alzati! Ammira la bellezza della tua Padrona e poi fai ciò che devi fare schiavo!”.

Mi alzo, lei accavalla le gambe, è bellissima, sexy e molto aggressiva, smalto rosso scuro alle unghie di mani e piedi. Calza un paio di scarpe Paciotti con tacco in metallo ed è vestita tutta di nero.

Sposto lo sguardo ai piedi del trono, il guinzaglio marrone mi aspetta, lo prendo e vado di fronte allo specchio mentre Lei mi guarda soddisfatta.

Sono in ginocchio davanti allo specchio ed inizio a mettermi il collare. Di fianco a me una sedia…

Mi guarda mentre mi fisso il collare, mi sto letteralmente consegnando alla mia Padrona.

Messo il collare torno ai Suoi piedi e le porgo l’estremità del guinzaglio, mi consegno a Lei mi consegno alla mia Padrona.

Mi da uno strattone tirandomi il collo verso l’alto e verso di lei. Poi mi sussurra all’orecchio: “ora infilati la cintura di castità. Tu non potrai eccitarti finché non avrai soddisfatto a pieno la tua Padrona. Intesi!”

“Si Padrona!” Rispondo e mi infilo la cintura.

“Bene schiavo ora da brava puttanella che sei inizia a succhiare il tacco forza!”.

Apro la bocca e mi infilo quel lungo ed appuntito tacco in metallo dentro. Inizio a leccarlo ed a succhiarlo come una puttana e la cosa mi piace un sacco perché fa eccitare la mia Padrona. I suoi piedi sono bellissimi. Provo a toccarli ma non me lo concede.

“Prima mi soddisfi e poi eventualmente te li concedo ma sempre per soddisfare il mio piacere verme!”

“Ora basta succhiare puttanella! Mi sono stufata! Aiuta la tua Padrona a scendere!”

Impugnando stretto il guinzaglio si alza e mi porge la mano dirigendosi verso gli scalini. Io gliela prendo e la bacio e poi l’accompagno a scendere.

Mi strattona e mi porta verso lo specchio dove c’è la sedia e si posiziona davanti allo specchio, mani sui fianchi e gambe divaricate io in ginocchio di fronte a Lei l’ammiro.

“Inchinati e bacia per terra dove cammina la tua Padrona!”

Io bacio il suolo e lei inizia a schiacciarmi la faccia con la scarpa.

“Sei un verme schifoso e come tale ti schiaccio!”

“Ora a quattro zampe vai a prendere i guanti e la vaselina che sono ai piedi del trono e portameli schiavo!”.

“Bene bravo ed ora mettiti sotto alle mie gambe e torna a leccare i tacchi, ma voglio che ti contorci con la testa in modo che tu veda lo specchio!

Ho il sedere esposto. Nel mentre si infila il guanto e lo unge con la vaselina. Sto leccando il tacco della scarpa sinistra e lei mi pianta la destra sulla schiena per costringermi a stare abbastato. Ha gambe bellissime ma anche forti e muscolose e non riesco a liberarmi.

Nell’altra mano impugna sempre il guinzaglio. Ora si piega in avanti, mi accarezza piano le natiche avvicinandosi sempre più all’ano e inizia pian piano a massaggiarlo e poi lentamente mi infila il dito dentro.

“Ti piace vero puttana!? Stai godendo vero? Rispondi!” “Si Padrona mi piace e sto godendo”.

Me lo infila tutto e poi lo toglie. A quel punto si sfila anche il guanto e me lo ficca in bocca “forza vai a buttarlo nel cestino!”

Quando ritorno è seduta sulla sedia con le gambe accavallate sempre di fronte allo specchio. Le porgo il guinzaglio e mi ordina di mettermi davanti a Lei a quattro zampe rivolto verso lo specchio…

Ho il capo chino ma lei me lo fa rialzare tirandomi con il guinzaglio. Guardo quella scena allo specchio: lei comodamente seduta alle mi spalle stende una gamba sulla mia schiena mentre l’altro piede lo appoggia sul mio sedere, il tacco vicino al culo….”mi è venuta una bella idea schiavo! Prendi la vaselina e spalmane un po’ sul tacco! Ahahah!” Io eseguo l’ordine in modo meticoloso e mi riposiziono come prima

Lei di nuovo una gamba distesa mentre l’altro piede, ora con il tacco unto di vaselina inizia a massaggiarmi il culetto…. e….pian piano, dolcemente inizia ad infilarlo mente tira verso di me il guinzaglio per tenermi alta la testa in modo che io possa guardarla negli occhi attraverso lo specchio mentre mi penetra con il Suo tacco…

“Godi puttanella godi che mi fai eccitare e poi tocchera a me godere”

A quel punto sfila il tacco e mi fa girare.

“Ora sfilami le mutandine ed inizia a leccarmela”

Io sfilo le mutandine ed infilo la testa tra le sue meravigliose gambe è bagnata e sento il profumo dei suoi ormoni invadere le mie narici. Estraggo la lingua ed inizio a leccare.

Si eccita sempre di più fino a quando mi spinge via con una mano e poi piantandomi il tacco sul petto mi fa stendere a pancia in su.

Si alza ed afferra il collare per tirarmi verso di se “ora vai e prendi lo strapon”.

Mi fa infilare lo strapon in testa e mi spinge a terra con la scarpa. Nel frattempo si mette un guanto nuovo e lo unge di vaselina.

Ora è in piedi sopra alla mia faccia…scende pian piano verso di me e si infila dentro lo strapon iniziando ad andare su e giù. Si sta scopando il mio viso e geme la mia Padrona: “Bravo schiavetto continua così e ti concederò in premio i miei piedi. Ora però alza le zampette forza!”

Alzo le gambe ed inizia ad accarezzarmi pian piano avvicinandosi sempre di più al culetto finché non inizia di nuovo ad infilarmi il dito dentro.

Nel frattempo continua a muoversi andando su e giù fino a quando esplode in un orgasmo infinito.

Tempo di ricomporsi e sedersi di nuovo sulla sedia mi richiama subito vicino a lei.

“Bravo ora puoi leccare i miei piedi forza. Prima però togliamo la cintura…”.

Inizio a leccare ogni centimetro dei suoi piedi come un bravo cagnolino mentre lei si rilassa e mi dice:”ora masturbati per la tua Padrona”.

Inizio a menarmelo come un forsennato non sto più nella pelle e sto per esplodere.

Tira con il guinzaglio e mi solleva la testa. La guardo accavallate le gambe.

“Ora vieni per la tua Padrona. Vieni sul mio piede e poi lecca bene tutto quanto schiavo!”

Esplodo poderosamente coprendole il piedino di sperma… a quel punto lo appoggia per terra mi mette l’altro piede sopra la testa e mi schiaccia la faccia verso il basso, verso il suo piede ed io con grande devozione e gratitudine lecco lo sperma dal piede della mia Padrona.

Sono suo schiavo.

Suo è solo suo Padrona.

Non avrò altra donna.

E sono disposto a morire di gelosia ogni volta che Lei vorrà.

Sarà un onore per me se lei mi renderà partecipe degli incontri con altri uomini.

Non posso che espormi alla sua tortura se questo è ciò che vuole.

 

Modifiche GDPR

Cari lettori, vi siete senz’altro accorti di alcune modifiche sul mio blog. Il mio è un sito personale riguardante le mie visioni del mondo BDSM ed è ben lontano dai siti commerciali.

Tuttavia per non imbattermi in complicazioni (investo già troppo tempo a curarlo) ho tolto qualsiasi possibilità di interazione, non ci sono più i commenti, né strumenti di condivisione e neanche la possibilità di ricevere la mia newsletter. Abbiamo un bel sito in versione web 1.0. Sterile… d’ora in poi ci sarà un’unica “voce”, la mia! “Le loi, c’est moi!”

Non raccolgo alcun dato sui miei lettori e qualora decideste di contattarmi via e-mail, quella sarà da considerarsi una corrispondenza privata.

Vi auguro una buona lettura e credo che collegarsi ogni tanto per vedere se ci sono novità non sia uno sforzo insuperabile.

Un caro saluto a tutti!

L’imboscata

Attraversavo un periodo in cui avevo pochi stimoli, pochi brividi, poche emozioni. Tutto era già visto e rivisto. Avevo sperimentato troppo e nulla mi dava quella scossa necessaria per alleviare la mente. L’inverno si era calato dentro di me, mi ero congelata, ero scostante e mi sentivo come un pozzo che non può più dare acqua.  Due cose detesto più di ogni altra: la slealtà e l’abitudine. Restare ferma al palo in qualsiasi settore della vita mi innervosisce e mi deprime. Avevo bisogno di qualcosa di forte o, perlomeno, di diverso. I mariti che mi offrivano le mogli o le amanti non mi stimolavano più, dopotutto: era un copione quasi identico ogni volta. Ahimè, le donne sono prevedibili, almeno la maggior parte di loro. Invece gli schiavi giustamente pretendono che sia io a gestire tutto e i nostri contratti di sudditanza prevedono che loro non abbiano voce in capitolo- Anche se volessero, non potrebbero richiedere nessun nuovo gioco. (sono una Despota estremamente possessiva, dittatoriale e severa).

Così’ mi inventai una vera bastardata…

Mercoledì al solito orario arrivò Amos. L’avevo richiamato quella mattina. Si presentò alla porta e appena entrato gli dissi: “Cosa fai lì imbambolato, spogliati immediatamente, oggi sono già irritata e non ho voglia di sprecare il mio tempo a causa della tua pigrizia. Presi un cane per sollecitarlo e gli diedi qualche colpo qua e là a caso per spronarlo. Mi sembrava che questo momento durasse un’eternità e io non vedevo l’ora di condurlo nella stanza dei giochi per vedere la sua reazione alla grande sorpresa. “Scappellati inetto!”, gli gridai vedendo il suo membro! Presi una corda e gliela legai ai testicoli, con una ginocchiata lo feci accucciare e poi tirandolo per i testicoli lo condussi a quattro zampe nella sala delle meraviglie. Lì, al palo, si trovava Sidecar, legato e bendato precedentemente. Nessuno dei due sapeva che ci sarebbe stata un’altra presenza oltre a me e in realtà mi avevano fatto mettere nei loro contratti di sudditanza una breve clausola che doveva assicurare loro che non li avrei esposti ad atti omosessuali. In realtà, ho scritto testualmente: “lo schiavo in questione non verrà obbligato ad accogliere il pene di un altro uomo nel proprio bel culetto”. Ciò, però, mi lascia un’ampia gamma di interpretazioni. Tuttavia, loro non si sono mai preoccupati che un giorno ci potesse essere una presenza maschile in più ai nostri giochi e, a cuor leggero, hanno firmato. D’ora in poi faranno meglio a leggere bene ciò che firmano, hehehehhe.

Amos sbiadì alla vista di Sidecar legato e bendato al palo, chissà quali fantasie si erano proiettate in quella sua mente da cagna sfondata. Fortunatamente non parlò- Senza il permesso della Divina sua Signora non può proferir parola. Mi avvicinai a Sidecar, ancora ignaro dell’ospite, lo carezzai sul petto e gli sussurrai: “Dargling, ho una bellissima sorpresa per te”. Magari lui sentì una presenza in più e chissà cosa si era immaginato vista la sua fama da gran puttaniere. Gli tolsi la benda ed ebbi una favolosa scarica di adrenalina. Sidecar alla vista di Amos era lì lì per svenire, la fronte gli si ricoprì di gocce di sudore e la sua carnagione era diventata di un pallore cadaverico.

“Adesso vi spiego cosa ho in mente, innanzitutto una bella punizione per Amos, che si dimostra troppo irriverente nelle mail, dopotutto sono capaci tutti a fare gli Adoni a distanza di sicurezza e a te Sidecar, devo dar dimostrazione di come ci si comporta da schiavo. Non ne posso più del fatto che non ti posso punire perché mi svieni ecc. Insomma, dopo otto anni siamo arrivati a fare ben poche cose. Quindi o mandi giù questo boccone o farò a meno di te in futuro perché i tuoi atteggiamenti da signorina in fuga mi hanno stancata, oggi ti darò una bella dimostrazione di ciò che voglio da te”.

Presi Amos e lo trascinai per i capelli davanti allo specchio, gli feci sollevare il culetto e lo penetrai con un plug. In realtà lo spinsi dentro senza troppi convenevoli e senza gel. Glielo feci solo succhiare lentamente poco prima di inserirlo dentro. Poi lo misi a sedere su una sedia apposita e lo immobilizzai e di fronte a lui appiccicai un fallo con la ventosa.  “Su, avanti puttanella, so che hai ancora qualche vuoto dentro da riempire. Succhia bene prima che mi venga in mente qualche punizione severa.”, pronunciai ridendo di gusto questa frase guardando dritto negli occhi Sidecar, che era spaventato a morte. “Dimmi, caro, ti piace vedere come tratto i cani, anzi le cagne?”, chiesi a Sidecar. Sidecar si limitò a implorare di essere risparmiato da qualsiasi punizione io avessi progettato. ” Su andiamo, non te la devi far sotto per qualsiasi cosa! Abbiamo appena iniziato e c’è ancora tanto da divertirsi con voi due”, dissi al codardo. “Dopotutto siete la stessa annata di acquisizione, 2010, bellissimo anno… e che bei ricordi”, constatai con vaga nostalgia. “Amos, suvvia, non sbavare sul pavimento, che modi sono”, mi ripresi dalle divagazioni mentali tenendo la testa di Amos premuta contro lo specchio sul quale era appiccicato il fallo grosso che gli avevo fatto succhiare. “Che schifo che mi fai. Adesso ti slego e lecchi tutta la tua saliva e liquido precum sul pavimento, bestia indegna e sporca!”

“Sì Padrona!”, rispose con voce roca Amos. Gli assestai un calcio. ” Voglio sentire più entusiasmo!” Amos rispose sforzandosi con più tono: “Sì Signora!”. Sidecar invece era ancora legato al palo immobile. “Adesso caro Sidecar, ti offro una dimostrazione di quel che vuol dire essere frustato da me. Non quelle carezze che già tu ritieni di forza sovrumana”, gli dissi. Legai Amos a croce e cominciai a frustarlo con uno snake. Dopo neanche una decina di colpi Sidecar cominciò a supplicare pietà per Amos: “Padrona la prego non sia così severa solo per dimostrarmi cosa può fare!” Mi voltai verso Sidecar e risposi: “Tu che ne sai? Non sto mica esagerando. Ma, visto che provi tutta questa compassione per Amos, vuol dire che ti piace- E se ti piace, è un peccato lasciarti senza il suo caldo corpo addosso”. Sidecar si bloccò di colpo. Cercò di ribellarsi senza riuscita, mi bastò solo uno sguardo per calmarlo. Slegai Amos totalmente rassegnato a tutti i miei voleri (opporre resistenza avrebbe potuto produrre ritorsioni e abusi più gravi, mi conosce troppo bene) e lo portai di fronte a Sidecar. Una volta posizionati uno di fronte all’altro cominciai a immobilizzarli stretti stretti corpo a corpo, nudi, in un lampo si ritrovarono faccia a faccia con il corpo stretto all’altro. Girai intorno con la pellicola trasparente, di modo che si producessero del calore a vicenda. “E ora tesori… qui avete una mela, prendetela in bocca e cercate di non farla cadere, altrimenti sono botte per entrambi!”. Rimasero lì, schifati corpo a corpo e faccia a faccia per circa 5 minuti dopo di che cominciai a stancarmi. Così, presi delle piume e cominciai a solleticare Sidecar per distrarlo dal compito. Ovviamente, fece cascare la mela a terra. “Ahhhhhhhhhhh, no, così non va bene”!, dissi con un’espressione malefica sul viso. Chissà cosa si sono immaginati in quel momento.

Li slegai e gli diedi un compito: trasportare la mela corpo a corpo dall’altra parte della stanza, ovviamente senza usare mani o bocca. La visione era spettacolare, si contorcevano come vermi. La mela continuava a spostarsi e loro con movimenti ridicoli cercavano di riportarla al suo posto con  contatti pelle a pelle indispensabili, ma la fecero cadere ancora. Insomma ho due schiavi totalmente impediti! E meno male che sono persone realizzate, chissà come sono quelli sfigati nella vita! “Bene, bene. Siete degli assoluti incapaci.” Presi per le palle Amos e lo trascinai sul letto di contenimento, lo immobilizzai in posizione ginecologica e gli misi in bocca un bavaglio. “Ora Sidecar, tieni, questo è il telecomando delle scosse elettriche. Sarai tu a infliggerle sui suoi testicoli”. “Non me la sento Padrona!”, rispose Sidecar spaventato. Tremava dalla testa ai piedi.” Ah, se non te la senti allora le metto sulle tue di palline, che dici, te le facciamo arrosto?”, chiesi con tono stizzito a  Sidecar. Bastarono queste parole a sacrificare le palline di Amos, ma a ogni ondata di scosse sembrava soffrire anche Sidecar. E io che credevo che il genere umano fosse dotato di estremo sadismo; che fosse incline agli abusi di potere. Dovetti ricredermi. Eppure Sidecar è una puttanaccia nel vero senso della parola, quando si tratta del suo lavoro. Così gli misi delle pinze ai capezzoli per stimolarlo a essere più cattivo.

Presto mi stancai, come sempre- Credo di essere volubile come pochi. Presi uno strap on enorme e dissi a Sidecar: “Trattiamo. Dimmi cosa mi offri in cambio perché il tuo culetto possa rimanere vergine.” Sentiì Amos mugugnare qualcosa, ma aveva il bavaglio, quindi non lo presi nemmeno in considerazione. Sidecar colse al volo il baratto e ipotizzò alcune cose che io non trovai interessanti ma alla fine mi offrì una parure di orecchini e pendente con smeraldo pur di risparmiarlo a tale umiliazione. “Amos, hai sentito? La tua Padrona ti sacrifica in cambio di balocchi e profumi”, dissi ridendo ad Amos legato e impotente sul letto. Bendai Amos e dissi ad alta voce: “Sidecar, ora indossa la cintura e inchiappettati la cagna!”. Amos cominciò a dimenarsi: piangendo, cercava di sfuggire al suo destino. Ma è stato violato con estrema forza e senza troppe smancerie. Amos fu preso e abusato come una troiona in saldo abituata a prendere cazzi dal mattino a sera. Non aveva nemmeno l’erezione per il grave stato di turbamento vissuto in quest’esperienza. A un certo punto gli strappai la benda dal volto. Vide che ero stata io a indossare la cintura e violarlo. Tirò un sospiro di sollievo. Sarebbe stato bello vedere Sidecar alle prese con il culo di Amos, ma non ne sarebbe stato capace. È  troppo molle come impatto e come personalità per quanto riguarda i nostri giochi. Forse deve ancora accettarsi.

Mi accontentai del fatto che Amos lo avesse creduto possibile per pochi istanti. L’energia da lui sprigionata era travolgente, era una lotta quasi animale, disperata, contro l’inevitabile e al contempo uno sfogo impotente di disperazione. Forse da qualche parte dentro ho un istinto estremamente violento e sadico che riesco a calibrare bene per via della mia estrema compassione. Slegai Amos piegato e distrutto emotivamente e guardai bene Sidecar evidentemente perplesso. Non mi aveva mai vista così inflessibile e violenta. Lui che, come Amos, mi amava alla follia, aveva visto il lato oscuro di me. Quella parte che fa fuggire tanti… lo sguardo appagato da tutta questa sofferenza emotiva. La luce in fondo ai miei occhi, il petto orgogliosamente esposto, la postura di dominio, ero esaltata al massimo! Per un attimo negli occhi di loro due ho visto il terrore. Cosa poteva accadere a questo punto? Erano complici per necessità e contro ogni simpatia. Anzi, c’era antipatia reciproca, manifestata in precedenza, quando neanche sapevano come fosse fatto l’altro. Soltanto in base ai miei vaghi accenni e i racconti sul sito si son potuti fare una certa idea l’un dell’altro. Eppure non si sono minimamente scontrati perché avevano paura di deludermi. Fino a quale punto si sarebbero potuti spingere pur di accontentare le mie richieste e capricci? Dopo la scarica travolgente di emozioni mi recai in bagno e tornai con un bicchiere pieno di urine. “Adesso posso ritenermi appagata, ma voi due dovete farvi una sega sopra le vostre ciotole da cani.”, dissi con calma. Loro tirarono un sospiro di sollievo.”Ma, zuccherini miei bellini, non ho finito, non mi mostrerei troppo sollevata se fossi al vostro posto. Dovrete toccarvi a vicenda fino a farvi venire nelle ciotole, limonandovi, ahahahah!”. Si sono inorriditi entrambi. Erano schifati.

“Tuttavia mi bastò ricordare loro che dovevano obbedirmi, altrimenti il nostro contratto di sudditanza  sarebbe stato prosciolto per mancanza di adempimento obblighi. Di conseguenza, si sarebbero dovuti cercare una nuova Padrona. Cominciarono a sbaciucchiarsi. Voglio sperare che nella vita normale bacino meglio, altrimenti le loro mogli e le loro amanti mi fanno davvero pena! “Avanti voglio vedere più lingua, più passione… siete degli invertebrati senza sex appeal.”, continuai a incitarli per vedere qualcosa di più stimolante. Dopo poco tempo riuscirono a eccitarsi adeguatamente per terminare come gli avevo richiesto. Entrambi sono degli stronzi di primissima categoria e soprattutto godono nell’essere umiliati. Ecco perché avevo scelto proprio loro. E poi voglio dire: anche se non si ritengono bisex, se mi chiedono di spompinare un fallo, un vago interesse anche latente verso l’universo maschile ci sarà. Ho atteso che terminassero. Quindi, ho mischiato la mia urina al loro seme e ho obbligato ciascuno a bere il proprio sperma mescolato alle mie urine, come ultimo gesto di sottomissione di quella giornata.

 

 

 

Il marito cornuto

scritto da Kobar
pubblicato da Elvira Nazzarri

Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino.

La scontatezza di un proverbio, popolare al punto da essere quasi banale, può essere ancor più insopportabile se esprime fedelmente ciò che in effetti è accaduto. Insopportabile per chi si sente vittima dell’accaduto. Pur essendosela cercata.

Uno degli aspetti più logoranti del traffico sono le attese ai semafori rossi. In realtà non è tanto l’attesa quanto il nevrotico conto alla rovescia, tipico dell’automobilista consumato da questa routine. Se poi il tragitto ha come meta un appuntamento con qualcosa che si è pensato e desiderato nel tempo, diventa praticamente una tortura.

Arancio “per gli altri”, una mano si stacca dal volante lasciando una leggera impronta di sudore, afferra il cambio, prima, la frizione sale e l’auto riparte. Avrebbe dovuto ripetere questo gesto ancora una ventina di volte prima di poter dire siamo arrivati.

Siamo. Alessandra e Gianni.

Il parcheggio fortunoso vicino all’ingresso fu fonte di sollievo per Alessandra, mentre Gianni si rese conto che non era tanto l’attesa che lo preoccupava quanto il fatto di realizzare una fantasia che come tale non sarebbe più stata.

“Ha detto c12, giusto? 4° piano  ..” disse Gianni, per far passare i secondi…era ovvio che fosse impossibile averlo dimenticato.

Grandi scale in marmo e ferro battuto, ascensore decorato di conseguenza.

Partenza lenta…i piani scorrono uno dopo l’altro. Con un movimento rapido della mascella Gianni fa un ultimo controllo dell’alito, poi guarda Alessandra sperando di trovare in lei altrettanta inquietudine… senza risultato.

Al piano. Cuore che batte manco avessero fatto le scale a piedi.

“Prego, accomodatevi” …una cameriera inaspettatamente accogliente apre la porta dello studio… “Vi porto qualcosa da bere, la signora arriva subito”. Per certi versi Alessandra e Gianni stavano coronando una sorta di sogno: incontrare una padrona.

L’idea, ma molto in embrione, era partita da Alessandra che era una simpatica maialina e voleva provare l’emozione di avere un contatto con un corpo femminile, protetta dal fatto, pensava, che ci fosse con lei Gianni.

Non avendo le idee molto chiare aveva scelto di essere “guidata”. Alessandro aveva accolto all’inizio la cosa con qualche riserva.  Poi pensando ad una seconda donna fra loro cominciò a spingere ancor di più per combinare l’incontro.

Elsa entrò nella stanza. Un saluto accogliente ma formale. “ State  comodi” e si sedette con loro.

Alessandra si era già settata… pur senza esperienza aveva deciso che la sottomissione passava attraverso l’attesa. Di un comando, o semplicemente di un silenzio che sarebbe durato quanto aveva stabilito Elsa, ovvero la sua padrona.

Elsa era una bella donna ma la sua figura, avvolta in un vestito abbastanza fasciante, di ottima fattura, gli accessori giusti e il rigore dello stile, la facevano considerare nell’insieme, non un viso delle mani delle gambe, un seno, ma piuttosto una figura di grande equilibrio e senso estetico, che col sesso non aveva un rapporto diretto.

Stette in silenzio per più di trenta secondi scrutando prima Alessandra, e poi, con uno sguardo più severo lui. Forse aveva avvertito in Gianni la percezione di uno scarto fra l’immaginato e il reale.

Il solito maschio basic che pensa che una padrona gli conferisca il diritto di determinare il carattere bi della sua donna. Il solito idiota.

Elsa si alzò e con voce decisa disse ad Alessandra “vieni qui al centro della stanza”.

Alessandra si alzò, denunciando un equilibrio leggermente fragile, mosse qualche passo finché non fu davanti alla padrona.

Alessandra era una donna appena formosa ma ben proporzionata, che per l’occasione si era vestita molto elegantemente. Elsa le si mise di fronte, guardandola negli occhi per farle sentire tutto il suo carisma.

Spogliala, disse a Gianni. Lui si alzò pensando “fra un po’ comincia la festa”.

Gianni cominciò ad aprirle la cerniera, le fece scivolare il vestito sulle spalle che cadde lasciando scoperta la schiena, il sedere formoso, e le gambe con calze velate e tacchi a spillo.

Va bene così… Gianni tornò al suo posto e lei si avvicinò. Aveva il viso a pochi centimetri da Alessandra. Due silhouette una di fronte all’altra: in mezzo un campo magnetico che lasciava presagire uno scambio intenso.

L’avvertì anche Gianni che provò per la prima volta una strana sensazione, sgradevole, ma che non riuscì immediatamente a decifrare.

Alessandra era nuda con solo slip e reggicalze, in piedi, dritta come un soldatino. Elsa le parlava a bassa voce, con le labbra a due dita dalle sue.Senza che la toccasse la fronte di Alessandra cominciò a imperlinarsi e i capezzoli diventarono progressivamente duri.
Elsa le legò i polsi dietro la schiena e l’aiutò a inginocchiarsi.

Era chiaro che il primo omaggio sarebbe stato leccare il sesso della padrona.

Ma non fu così meccanico. Elsa aveva evidentemente dato istruzioni ad Alessandra e lei eseguiva scrupolosamente. In ginocchio col viso all’altezza del sesso di Elsa che aveva alzato la gonna. Elsa, pur avendo un notevole carisma era molto femminile e Gianni fantasticava sul momento in cui l’avrebbero coinvolto…

“Respira la tua padrona” disse…Alessandra inspirava evidentemente, con il naso quasi a contatto del sesso di Elsa. I capezzoli di Alessandra erano di marmo. Gianni la guardava. Era bellissima.
Seguendole istruzioni che Elsa le aveva sussurrato Alessandra cominciò a sfiorarla con le labbra attorno al sesso, sopra il pube, l’inguine, l’interno coscia. Era scomoda e i movimenti della testa e del collo  necessari per arrivare in tutti i punti la mostravano in una condizione di devozione che Gianni non avrebbe mai immaginato. Ma soprattutto lo sorprese l’avidità con la quale, avuto l’ok dalla padrona, Alessandra cominciò a leccare Elsa. Più che leccare sembrava che volesse divorarla.

Mentre Elsa spingeva in avanti il bacino ruotandolo in modo da inzuppare il viso di Alessandra che sembrava un assetato che si abbevera alla fonte dopo aver attraversato il deserto.

Gianni osservava eccitato ma sorpreso dall’animalità di Alessandra. Sembrava che non avesse fatto altro tutta la vita. Alternava momenti di foga a fasi di accuratezza. Ad un certo punto Elsa lo guardò e gli disse. Spogliati anche tu.

Lui rimase qualche istante a pensare e lei…”Muoviti..non vorrai rimanere tutto vestito…”

Sembrava un invito allettante.

“Togliti tutto”.

Con non poca vergogna si spogliò, esitò al momento di levarsi gli slip ma poi lo fece: lei non gli aveva lasciato spazio per altro…

“Allora? Ti piacerebbe sapere di cosa sa la mia fica vero? ….lecca la faccia della tua cagna…

Gianni era colpito dalla forza di quelle parole ma capì dal sussulto del ventre di Alessandra che essere tratta così, come una cagna appunto, le piaceva da morire……

Aveva ancora gli slip che ormai erano fradici e arrotolati, e che si erano infilati fra le natiche e fra le grandi labbra…

Gianni annusò dapprima il volto di Alessandra e poi cominciò a leccarla… Era completamente bagnata in faccia ed aveva un intenso odore di sesso che copriva completamente il suo odore abituale….

Alessandra si fece leccare passivamente tradendo imbarazzo.

Basta così disse Elsa…ora dietro…Alessandra non ebbe nemmeno un accenno di dubbio: affondo il volto fra le natiche della padrona e cominciò a leccare con impegno, tradendo un po’ di avidità.

A Elsa piaceva stare in piedi poiché, anche se meno comoda nel godersi la lingua, aveva una posizione di comando. Mentre la sub con il viso completamente immerso nel suo culo non lasciava dubbi quanto a vocazione…Penso che aggiungeremo un dettaglio al programma…” disse Elsa.

In quel momento entrò un uomo, sicuramente mulatto, con una corporatura superiore alla media, con un fisico molto armonioso e possente. “Ismaele… annunciò Elsa…Il mio servitore” e rivolgendosi a Gianni:

“Mettiti comodo”.

Ismaele si avvicinò ad Alessandra, la prese in braccio dolcemente con un movimento delicato che faceva pensare alla forza e alla calma di quell’uomo, che aveva già vissuto una scena simile e avrebbe fatto cose a lui conosciute.

La sdraiò su un lettino da massaggi e le disse “Si metta supina, signora”. Aveva parlato come un servitore ben educato ma con la fermezza di un maggiordomo.

Alessandra affondò il viso nel lettino, le bracca lungo il corpo. Ismaele, statuario, cominciò a massaggiarle i piedi. Tecnico, competente e paziente. Passò ai polpacci. In quel momento di interregno fra le attenzioni della sua padrona e quelle che avrebbe avuto, immaginava, dal servitore, Alessandra ebbe il tempo di fare un “punto della situazione “. Aveva fatto quello che in fondo avevano concordato. Non avrebbe creduto fosse possibile un coinvolgimento così forte ma in fondo sapevano che quando si comincia a giocare c’è una quota di imponderabile.

Ora però il quadro era cambiato. Gianni non era stato coinvolto, e a lei non era dispiaciuto in fondo. Si era goduta quella dimensione nuova e potente di abbandono. Esclusiva.

Pensò che forse sarebbe stato un massaggio finale, giusto per rilassarsi. Ma non ci credeva nemmeno lei. Pensò che avrebbe dovuto far qualcosa per Gianni, non era previsto un uomo. Poi però penso anche che lui aveva insistito per ficcarla in questa situazione per cui si disse “Se c’è qualcosa che non gli va lo dica lui”.

Nel frattempo Ismaele le massaggiava i glutei e l’interno cosce. Dalla decisione nei movimenti traspariva il fatto che Ismaele avrebbe sì eseguito eventuali ordini della Mistress ma mai si sarebbe fermato davanti a obiezioni di Gianni.

Ismaele infilò una mano fra le gambe fin sotto la pancia, sollevandola un po’ e massaggiandole con il pollice

il clitoride. Il braccio forte riusciva a mantenere il bacino di Alessandra in una posizione di assoluta disponibilità e di sottomissione.

Giani,nudo, fissava la scena. Le telecamere montate in quella stanza proiettavano Alessandra su un paio di video da angolazioni diverse in modo che Gianni non potesse perdersi nulla.

Le dita di Ismaele cominciarono a penetrare il sesso di Alessandra. La facilità con cui introduceva più di un dito faceva intuire quanto fosse dilatata e lubrificata.

Elsa ordinò a Ismaele di girarla a pancia in su…” da questa posizione si vedono meglio le contrazioni dell’addome”. L’uomo, di fianco al lettino, dapprima le afferrò i seni strizzandoli facendola sussultare. Aveva sicuramente provato un po’ di dolore ma si capiva che ormai qualunque stimolo la avrebbe ulteriormente portata in una dimensione di centralità del piacere con una quasi perdita della coscienza.

Ismaele di nuovo le infilò un dito e comincio a muoverlo rapidamente. Il suo bellissimo ventre cominciò a ondeggiare e poi a sussultare, finché non accennò una rotazione in avanti del bacino come a cercare e ad offrire ancora di più.

“Una vera cagna” sussurrò… “Infilale un dito anche dietro”. Immediatamente Alessandra si trovò ad essere frugata senza alcun rispetto….. ansimando raccolse le gambe al petto mentre Ismaele non smetteva di muovere le dita dentro..

Alessandra si aggrappò al lettino portando le mani dietro la testa.

“Vedi che cagna la tua donna?” disse Elsa a Gianni. Le bastano delle dita per perdere il controllo in questo modo…. “ “Stai tranquillo…per oggi Ismaele si accontenta di farla ballare sui suoi polpastrelli…..”

Gianni sospirò di sollievo. Non avrebbe assistito ad una penetrazione… forse. In quel momento Elsa distese un braccio lungo il lettino fino a trovare il sesso di Ismaele: aveva una bella misura e soprattutto era ben formato, bello da guardare, potente ma non aggressivo, come il suo “proprietario”. Lo afferrò per un attimo…lo voleva..

Elsa disse “come ti permetti di toccare Ismaele” “Farai solo quello che voglio io”. E con uno sguardo Ismaele capì.

Ismaele la mise su un fianco, gambe raccolte, e si portò di fronte al suo viso.

Elsa si mise dietro Alessandra e le disse, oggi se vuoi godere devi fare da sola….e le mise in mano un vibratore accompagnandola in modo che se lo infilasse davanti.

“Io ti aiuterò un pochino” disse massaggiandole l’ano con le dita….

Ismaele si mise davanti al viso di Alessandra, sollevandosi il pene e sfiorandole la bocca con in testicoli.

Elsa infilò un dito nello sfintere di Alessandra che sospirò e cominciò a muovere il vibratore lentamente. Elsa sfilò il dito e lo portò alla bocca di Alessandra dicendole “devi conoscere tutto di te..” Alessandra eseguiva ormai qualunque ordine, era come un argine sommerso dall’acqua.

Succhiò diligentemente. Elsa infilò due dita. Intanto Ismaele si masturbava di fronte al viso della schiava.

“Devi leccargli le palle, cagna”… leccale e succhiale…! Accelerò il movimento sentendo che l’ano si stava dilatando. Poi sfilò le dita e prese un vibratore. Lo lubrificò e lo infilò con decisione. L’ano di Alessandra era sempre più accogliente e ad ogni insulto o stimolo fisico si scioglieva sempre più.

Gianni sembrava scomparso. In realtà Elsa lo teneva d’occhio. Era come inebetito. Elsa sapeva che questo stato lo avrebbe reso agli occhi della compagna complice della situazione ed era quello che voleva.

Leccagli il culo”. Ismaele si era girato e Alessandra prontamente aveva infilato la lingua fra quelle de natiche di marmo spingendo per compiere al meglio il suo dovere.

Va bene così Ismaele….

Lui capì, girò intorno al lettino, Elsa tenne le natiche di Alessandra ben separate e Ismaele appoggiò il glande congestionato all’ano di  Alessandra. Si masturbò per alcuni secondi e poi spinse delicatamente ed entrò. Lentamente e nemmeno fino in fondo. Doveva “solo” depositare il suo liquido seminale negli sfinteri della schiava. Ismaele emme un orgasmo potente ma controllato che, dalla durata fece capire che le stava scaricando nella pancia una quantità di sperma superiore alla norma.

Stette fermo dentro qualche istante poi sfilò il pene e tornò di fronte al viso di Alessandra.

“Puliscilo bene” disse Elsa. Alessandra non vedeva l’ora di prendere in bocca quel arnese e aprì la bocca immediatamente.

“ non gli devi fare un pompino…devi solo pulirlo” e aggiunse “…..ora puoi venire…”.

Alessandra accelerò i movimenti del vibratore…

Elsa si rivolse a Gianni “ Non vorrai farla venire da sola no?….baciala!”   Gianni completamente inebetito si alzò, mise una mano sulla testa di Alessandra e la baciò proprio mentre lei venne travolta da un orgasmo animalesco.

L’addome si contorse, il viso congestionato, la voce rauca, quasi  bestiale… urlò praticamente nella bocca di Gianni che non riusciva nemmeno a baciarla… non finiva mai… Gianni la sfiorò con le labbra…sapeva di maschio, di femmina, di ogni cosa…..Ma la cosa che più lo turbò è che avrebbe voluto masturbarsi e venire in bocca a Alessandra…era eccitatissimo…

Gianni alzò gli occhi e vide su uno schermo lo sperma di Ismaele uscire per le contrazioni e colare lungo le sue bellissime natiche.  Sfinita e violata in ogni modo…

“Non male” disse Elsa….credo ci rivedremo..

Gianni  si rese conto di avere un’erezione che cercò di nascondere.  Alessandra finse di non vederlo.

Jealousy, turning saints into the sea…

Scritto da schiavo amos
Pubblicato da Elvira Nazzarri

Come quasi sempre ultimamente gli ordini arrivavano asciutti e improvvisi sulla mail con la quale ci tenevamo in contatto.

«Venerdì devo essere alle 13:45 in via Rezia, 8. Fai da autista».

Non era la prima volta che mi chiedeva di accompagnarla ma da quando si era trasferita e aveva dato una svolta al nostro rapporto, quelle che una volta erano la richiesta di un favore erano diventati veri e propri ordini.

Le chiesi maggiori ragguagli sugli orari per potermi organizzare con i miei impegni e mi disse che avrei dovuto aspettarla per un’ora e mezza e poi riaccompagnarla a casa.

Guardai con Google Maps per capire dove fosse e quanto tempo ci volesse per il viaggio e guardando con Street View vidi che al civico indicato c’era un’anonima palazzina di appartamenti anni ‘60. Di fianco una piscina. Cominciai a chiedermi cosa dovesse andare a fare in quel posto, so che non nuota quindi la piscina era da escludere e il palazzo non sembrava potesse essere la sede di un qualche studio specialistico.

Qualche giorno dopo, consumato dalla curiosità provai a chiedere per cosa dovessi accompagnarla. «Un massaggio. Un regalo.» mi disse.

Mi parve una risposta molto strana ma conoscendo bene la mia Padrona sapevo che aveva l’abitudine di giocare al gatto col topo con la tecnica del dire e non dire. L’avermi fatto intendere uno sviluppo lesbo aveva il suo fine. Anche solo quella di farla divertire.

Eravamo rimasti d’accordo che sarei passato a prenderla alle 13:10 ma due ore prima dell’appuntamento mi mandò un nuovo messaggio. «Dopo vieni 20 minuti prima».

Parcheggiai sotto il suo appartamento e la chiamai. Mi rispose e disse: «Sali!». Appena entrai fui assalito dal dubbio. Secondo le regole di sottomissione che aveva stabilito quando entravo nel suo appartamento la prima cosa che dovevo fare era mettermi nudo. Ma dovevamo uscire a breve quindi pensai che questa volta non servisse. Mi guardò per qualche secondo senza parlare. Poi disse: «Ultimamente prendi troppe iniziative e poi ti lamenti troppo quando ti do alcuni compiti da svolgere. Nudo!».

«Ma non dobbiamo andare?» ribattei.

«Secondo te perché ti ho detto di venire prima? Per chiacchierare?».

Mi spogliai, poi mi disse di seguirla. Entrammo in soggiorno e sul tavolo c’erano appoggiati una cinghia e un plug corto ma decisamente largo.

Ci avvicinammo al tavolo e prendendo in mano la cinghia mi disse: «Questa e per le lamentele dei giorni scorsi, quando ti do un compito non voglio sentire storie». «Questo invece», disse indicando il plug, “serve per il nuovo training anale, dopo la delusione dell’altro giorno quando per punizione ti ho ordinato di infilarti una lattina di coca nel culo e non ci sei riuscito… Mettiti a quattro zampe!».

Prese la cinghia e iniziò a colpirmi forte sulle natiche. Mi diede una serie di cinghiate in sequenza e poi ogni tanto si interrompeva per redarguirmi. «Vediamo se così ti entra in testa come si deve comportare uno schiavo. Quando ti do un ordine lo devi eseguire subito e senza mercanteggiare, non siamo al mercato». Dopo cinque minuti di quel trattamento avevo il sedere pieno di segni e in fiamme.

Poi si mise un guanto di lattice e dopo avermi lubrificato e allargato con le dita prese il plug e me lo infilò. «E ora rivestiti che andiamo».

«Come? Devo uscire con il plug?» le dissi incredulo.

«Certamente, così iniziamo ad allargarlo a dovere hahaha». «Non avevo mai pensato a questa opzione ma devo dire che l’idea di portati in giro così quando usciamo la trovo particolarmente spassosa. Mi sa che la facciamo diventare una piacevole abitudine. Così ti senti bella sottomessa anche quando siamo in giro e hai la tendenza ad alzare troppo la cresta».

Mi rivestii in silenzio e poi uscimmo. Sul pianerottolo ad attendere l’ascensore incontrammo la vicina della mia Padrona. Anche se il plug era celato dai vestiti mi sentii in forte imbarazzo, lo sentivo che mi apriva ed essere al di fuori dell’intimità dell’appartamento mi faceva sentire esposto. Poi ad amplificare il tutto ci pensava Elvira con sguardi complici e sorrisini trattenuti.

Camminare poi, se possibile, era ancora più umiliante.

Ci sedemmo in macchina, il sedere mi bruciava e il plug spingeva ancora di più, e dopo che fummo partiti mi disse: «Scommetto che è da cinque giorni che ti starai chiedendo dove devi accompagnarmi. E che la storia dei massaggi ti ha lasciato perplesso. Vero schiavo?».

«Beh, si» ammisi.

«Mi stai portando da Armando, uno che ho conosciuto da poco, ho voglia di farmi trombare per bene. Sua moglie è una bella gnocca 35enne che ho conosciuto, mi ha fatto dei massaggi e naturalmente con il tempo è diventata una mia schiava. Poi una volta ho visto le foto di suo marito e l’ho obbligata a offrirmelo. Dovresti vedere che cazzo imponente che ha… e poi ha la resistenza di una fucking machine. Mica come quel tipo di Venezia che conosci bene…»

La notizia e il suo modo così diretto e naturale di raccontare mi lasciarono senza parole. Provai uno stranissimo miscuglio di sentimenti intrecciati. Ero geloso per quello che provavo per la mia Padrona e per quello che ci aveva legato in passato ma ero anche eccitato per quello che mi stava facendo e per come lo stava facendo. Un conto poi è sapere o immaginare che la donna che ami, ma che per diversi motivi non puoi possedere, abbia delle relazioni, un altro è accompagnarla di persona ad un appuntamento di carattere sessuale.

Arrivammo a destinazione e parcheggiai proprio davanti a portone del palazzo. «Bene ora rimani qui fino a quando non torno, a dopo». Scese, suonò al citofono e la vidi scomparire dentro al portone.

L’immaginavo fare e dire cose che io avevo sempre sognato e che non avevo mai potuto avere.

L’essere li seduto in macchina all’oscuro di tutto, con un plug che mi apriva mi faceva sentire sottomesso come non mi ero mai sentito in vita mia.

Eppure tutto questo mi stava anche eccitando e non capivo. Non avevo mai avuto questo genere di fantasie. Forse la mia Padrona mi stava trasformando, oppure stava solamente tirando fuori qualcosa che era li nascosto. Come quando mi aveva umiliato davanti al suo amico avvocato facendomi leggere il contratto di schiavitù. Avevo sempre abborrato l’idea che un altro uomo mi vedesse in quelle condizioni, invece… Oppure era solo il mio desiderio di appartenerle e compiacerla in tutto che mi faceva piacere di essere portato a quel livello di degradazione.

Il pensiero che dietro quelle mura a pochi metri da me la donna che amavo si stesse facendo scopare da un altro mi agitava.

L’immaginazione prese prepotentemente il sopravvento e la mia mente incominciò a costruire ciò che avveniva in quel momento. Lei appena varcata la soglia dell’appartamento si avventò sulla sua preda spingendolo contro il muro, gli infilò la lingua in bocca e contemporaneamente gli mise la mano sul cazzo per verificare che fossa già duro. L’uomo infilò la mano sotto la gonna è sentì le mutandine che erano letteralmente fradice. Lei era talmente eccitata che gli umori gli colavano lungo le cosce. Lui allora preso dalla foga la prese e la buttò su un grosso tavolo strappandole la gonna e mutandine e si lanciò come una animale affamato tra le cosce di Elvira leccando avidamente gli umori dalle gambe e risalendo lentamente verso la loro fonte. Un po’ la leccava e un po’ le risucchiava tra le labbra il clitoride. La fece venire quasi subito. Lei però non era soddisfatta, anzi quello era stato solo un antipasto quindi prese il cazzo dell’uomo e gli fece un pompino magistrale. Alternava una abile lavoro di lingua stimolandolo nelle zone più sensibili a ingoiarsi l’intero cazzo, facendolo scomparire tutto all’interno della bocca. Però stava molto attenta a non farlo venire, voleva eccitarlo fino a vederlo impazzire. Lei era pur sempre una donna dominante e voleva avere sempre in mano lei il pallino del gioco, anche quando scopava.

E adesso aveva deciso che era il momento di farsi scopare, si mise a quattro zampe e ordinò all’uomo di farsi montare da dietro. Amava quella posizione perché sapeva che la visione del suo culo perfetto faceva eccitare gli uomini…

Ero perso nei meandri di questi pensieri quando il telefono squillò. Era la Padrona. Risposi e la setii gemere. «Mmmmm, lo sai cosa mi sta facendo Armando in questo momento? Mi sta montando da dietro come una vacca e adesso gli darò anche il culo. Mi sta facendo godere come non mi è mai successo. E poi l’idea di te geloso li in macchina ad aspettarmi con un plug infilato nel culo mentre scopo con un altro uomo mi fa bagnare in maniera quasi imbarazzante. E non sai le risate che ci siamo fatti quando l’ho raccontato ad Armando». Riattacò.

Dopo un ora e mezza la vidi riapparire dal portone e salì in macchina. «Ora voglio che ti tiri giù pantaloni e mutande e guidi così. Forza, andiamo a casa». Ero veramente imbarazzato e ogni volta che ci fermavamo a un semaforo avevo il terrore che qualcuno potesse vedere dentro. Cercavo allora di coprirmi con le mani ma appena lo facevo la Padrona me le spostava. Poi disse «Se provi a coprirti ancora una volta ti faccio togliere tutto!».

Quando ci si accostava un camion mi sentivo veramente sprofondare dalla vergogna e i secondi che mi separavano dal ripartire mi sembravano ore. Era una tortura terribile.

Poi cominciò a raccontarmi i particolari di quanto successo poco prima in modo estremamente diretto ed entrando nei particolari. «Hahahahaha, quindi sei geloso del fatto che sono andata a farmi scopare da un altro? Mmmmm, eppure il tuo cazzo sembra dire il contrario… Non hai idea di quanto mi  diverte vederti guidare con il cazzo duro e un plug nel culo. Oggi direi che abbiamo scoperto una nuova perversione dello schiavo. Ma quante ne hai? Sei proprio una piccola puttana. Ti eccita essere cornuto vero?». Proseguì in questo modo sbeffeggiandomi fino a casa.

Arrivati mi ordinò di parcheggiare e seguirla nel suo appartamento. Appena entrati, come di consuetudine, mi dovetti mettere nudo. Poi mi disse di seguirla in bagno dove riempì di acqua un bidet di porcellana. Si spogliò e inizio a farsi un bidet. Si lavò molto accuratamente, poi si alzò e disse: «Ora schiavo, ti bevi tutta l’acqua del bidet con i miei umori e forse tutto il resto». Da un lato la cosa mi disgustava profondamente per l’idea del resto ma contemporaneamente il cazzo mi venne duro come il marmo per questa ennesima umiliazione. Cercai di pensare solo agli umori vaginali della mia Padrona e bevvi fino all’ultima goccia. Lei si godette la scena toccandosi. Poi disse: «Questa volta ti permetto di godere, fatti una sega sui miei piedini, puttana». Venni dopo pochi colpi. Mi caccio il piede in bocca. «Pulisci!». Dovetti leccare via tutto finché non furono perfettamente puliti.

«Ora puoi andare schiavo, ci vediamo lunedì per le pulizie».

 

 

La tela del ragno…

Scritto da: Dasa
Pubblicato da: Elvira Nazzarri

La ragnatela è una sottile tela costituita da fili microscopici che i ragni tessono allo scopo di intrappolare le proprie prede, in genere insetti, recita sobria e didascalica Wikipedia. Un breve scambio di messaggi su Whatsapp, di quelli in cui, con una breve frase, mi fa eccitare come se fossi accarezzato dalle mani sapienti di tre donne contemporaneamente: azzerami Padrona, La imploro, sono così sopraffatto dal Suo dominio che non tollero la mia identità, vorrei solo esistere in quanto Suo schiavo. Le è tutto molto chiaro. Due disegnini, uno di fianco all’altro, e mi spiega con la consueta ironia cosa mi sta succedendo. Un ragnetto e una ragnatela. Sono caduto nella Tua tela? chiedo, “Sì”, e sparisce senza aggiungere altro.

Da quel momento mi vedo come sono in realtà, mi sento come sono in realtà e vedo una scena molto eccitante: sono imprigionato dentro una rete fittissima ed elastica di fibra sottilissima, delicata eppure così potente da sorreggere il mio corpo, attutirne l’impatto, adattarsi alle mie forme per rendere il mio stesso corpo privo di gravità, appeso al nulla e prigioniero dei miei stessi movimenti. Una consistenza mielosa che si appiccica al mio corpo e mi tiene immobilizzato coi profumi seducenti del Suo splendido corpo. È una metafora particolarmente adeguata a quello che accade in realtà. Dimenarsi non serve a nulla se non ad intricare ancor di più la fitta rete e rendermi, semmai possibile, ancor più difficile muovermi. Riverso a faccia in su, completamente inebetito e rassegnato ai fili sensuali che mi avvolgono, osservo la mia splendida Predatrice, vestita di nero, in quel Suo onnipresente reggicalze, il reggiseno di pizzo con il perfido laccio che attraversa la parte alta del seno, esaltandone l’imperiosa sfida vincente alla gravità, cedo al Suo sorriso sardonico, un po’ civettuolo e un po’ spietato mentre mi guarda sempre più indebolito. Sta aspettando che la preda sia completamente sopraffatta per divorarla e io non vedo l’ora che le forze mi abbandonino totalmente ed essere il Suo fiero pasto, annientato e finalmente leggero, privato di ogni inutile fardello di orgoglio.

Come un insetto mi sono imbattuto in Lei qualche anno fa. L’impatto fu in effetti fragoroso ma, esattamente come la tela del ragno è costruita per reggere l’urto degli insetti in volo, così la Sua tela assorbi il mio desiderio, scaturito immediatamente, e lo domò e indirizzò secondo la Sua volontà. I primi secondi ai Suoi piedi, che ho già descritto altrove, furono un’esplosione poderosa di sensualità ed erotismo raffinato e potente. L’erezione immediata, l’atmosfera drammatica come si conviene a un atto di dominazione e privazione di libertà, tutto aveva una potenza d’urto potenzialmente destabilizzante. Invece, la Sua voce tranquilla, le Sue mani sapienti, la perfezione della Sua figura e il magnetismo del Suo sguardo agirono come la tela, elastica e resistente.

Con l’andare del tempo, mano a mano che imparò a conoscermi e governarmi, mi stimolò di continuo per spingermi a desiderarLa sempre di più. Inducendomi a muovermi dentro la tela che mi imprigionava, alla vana ricerca della Sua immensa sensualità, faceva in modo che la tela si intrecciasse intorno a me. Solleticava sempre più il mio desiderio per intrappolarmi e non potevo sottrarmi ai Suoi stimoli, non potevo non causare la mia stessa, ulteriore e definitiva sottomissione.

Quando cominciai a capire che ero ormai preda, godetti della viscosità dei fili che mi aveva intessuto intorno e dove mi teneva imprigionato. Sempre più indebolito oggi la guardo trionfare. Non ho più resistenze, ho ancora un ego la cui sopravvivenza so dipendere solo da Lei, dal Suo arbitrio. Così, rilassato e serenamente prigioniero, non mi dimeno più, del resto sono totalmente impossibilitato a muovermi. Posso solo ammirarLa, desiderarLa e ubbidirLe, nella speranza che mi conceda un briciolo della Sua attenzione.

Presto non avrò più forze e sarò solo la Sua preda, il nutrimento per l’incontenibile e trionfale divina vanità della mia Signora. Quel momento, sospetto, sarà forse un doloroso passaggio ma poi sarò finalmente me stesso: un uomo che vive per cantare e testimoniare la superiorità di Mistress Elvira, Signora potente e implacabile del mio destino. Oltre questo il vuoto. La mia identità totalmente trasformata in quella dello schiavo nella cui devota sottomissione si specchia il trionfo assoluto della Regina Aracnide.

 

 

Il gioco delle maschere

Scritto da : Artemis
Pubblicato da: Elvira Nazzarri

Lei entra nello studio e si ritrova una visione potente: tre figure di uomini completamente coperti dalle toghe con i volti nascosti dietro a delle maschere, a dir poco evocative.

Le maschere sono in metallo e totalmente impersonali, hanno solo piccoli spazi per gli occhi, due foretti minuscoli per respirare, uno spazio piccolo per la bocca e, al posto del naso, terminano con falli, di forma e dimensione diverse.

Gli uomini, inoltre, sono legati con delle polsiere: due in ginocchio con le mani dietro la schiena stretti alle gambe della grande scrivania. Sembrano sorreggerla. L’altro è legato a croce in cima.  La donna li conosce. Sono i fratelli che fino a ieri frequentava separatamente. Si esalta, perché è fortemente attratta da loro e ora si può avvicinare e disporne di loro come vuole lei. Sono inermi, in attesa di quel che succederà. Lei non riesce a trattenersi. Con loro la natura è stata molto generosa e, quindi, appena si avvicina ai primi due si abbassa e li sfiora entrambi sul cavallo dei pantaloni. Li carezza leggermente con sensualità e un’incredibile lentezza. Li sente… sono già eccitati, sarà la posizione, la maschera umiliante o l’abbigliamento della donna, oppure le mani curate con smalto rosso fuoco che carezzano con curiosità? Loro sono feticisti, amano le calze e hanno un’attrazione nei confronti di lei.

La donna si alza e va a carezzare l’uomo legato a croce in cima alla scrivania, gli altri due cercano di allungare la testa per strusciarsi sulle sue gambe come dei gattini. Quello legato in cima alla scrivania, Zucchero (il soprannome da lei scelto), è il preferito della donna, perché ha una personalità molto frizzante ma è anche molto sensibile, nonostante cerchi di nasconderlo. Tuttavia oggi lei lo umilierà.  Slega le mani dei due che stanno ai piedi della scrivania e che aveva precedentemente chiamato Candy e Zest. Questi ne approfittano subito gettandosi come cani affamati sul pezzo di carne. Carezzano le gambe, infilano le mani sotto la gonna, cercano di leccare le cosce, uno palpa il sedere, anche se sanno benissimo che è cosa proibita toccare la Padroncina. Difatti, possono carezzare solo entro il limite della balza; una regola stabilita negli incontri precedenti. Lei si gira e lo sgrida, prende un righello poggiato sulla scrivania e lo bacchetta, mentre con l’altra mano indaga la situazione tra le cosce dell’immobilizzato in cima alla scrivania. Comportatevi bene!

“La prego mi faccia sfiorare le sue calze, la prego”, implora Zucchero ancora immobilizzato. Lei si avvicina alle sue mani saldamente legate alla scrivania. Lui le sfiora le calze ultrasottili (8 denari) e supplica: “Mi sleghi la prego, ho bisogno di sentirla e strofinarlo come un cane su di lei!”

“Zitto!” risponde lei, “da quando hai il permesso di parlare? Adesso visto che lo desideri così tanto… lo faccio fare ai tuoi fratelli.”

Gli altri esultano. La donna li slega e li trascina al guinzaglio a qualche metro di distanza dalla scrivania. In questo modo, l’immobilizzato può ammirare la scena. Lei indossa un tailleur nero attilato, con sotto solo il reggiseno e la gonna corta con uno spacco davanti che mostra la balza della calza. Ai piedi esibisce i tacchi a spillo metallici e la  décolleté a punta. Un austero chignon le raccoglie i capelli. L’eyeliner e il rossetto scuro forse le fanno guadagnare qualche anno, ma il fisico è quello di una splendida trentenne. Abbassa la cerniera dei pantaloni dei due fratelli e gli ordina di estrarlo: “Fate i bravi cagnolini, su avanti strusciatevi sulle gambe della vostra Padroncina!”

I due fratelli al guinzaglio cominciano a strusciare i grossi cazzi sulle gambe velate della loro Padrona, mentre Zucchero subisce la scena. Eppure, è lui quello che l’ha conosciuta per primo un anno fa. Le lasciano delle strisce di liquido sulle gambe.

“La supplico venga qui, non mi lasci qui da solo, ho bisogno di un suo contatto!”, implora Zucchero. La donna trascina Candy e Zest dietro di sé a quattro zampe.

“Che c’è, ti senti solo?”, gli domanda con un risolino provocatorio. Molla i guinzagli e sale sulla scrivania, con mossa felina struscia la gamba sul suo pene. E continua con la provocazione. Lui esasperato le dice : “Non sento niente, ci sono i pantaloni, la prego lo liberi.”

Lei temporeggia e passa il suo indice avanti e indietro sul pantalone godendosi l’attesa imposta a Zucchero. Il suo membro è gonfio di desiderio e lei lo sente benissimo anche attraverso i pantaloni. Decide di estrarlo e lo afferra carezzandolo con forza. “Aiutatemi!”, dice la donna ai due rimasti a cuccia sotto la scrivania. Scattano in piedi e la sorreggono ai lati della scrivania mentre lei si alza e comincia a calpestare il membro gonfio di piacere di lui.

A lei piace molto lo shoe job, strofina freneticamente la suola della scarpa sul membro gonfio di desiderio di Zucchero, fa scorrere abilmente la punta della décolleté sul frenulo di Zucchero e nello stesso istante infila il tacco a spillo nei suoi testicoli.  Poi si sfila la scarpetta e, con il piedino, scivola su e giù per il cazzone finché non percepisce il limite dell’uomo. “Basta così! Tornate a cuccia… Ma lo sai caro, che adesso devi leccarmi i souvenir che mi hanno lasciato i tuoi fratelli sulle gambe?”, dice compiaciuta guardandosi le scie di liquido evidenti lungo le sue gambe.

“Mai!”, si oppone Zucchero schifato.

“Su avanti! Esegui senza discutere o noi due non ci frequenteremo più!”

Bastano quelle parole per farlo capitolare e dopo pochi istanti estrae la lingua con disgusto e lei ci strofina una gamba. Presto le passa la fantasia. Desiderava solo capire sino a dove si sarebbe spinto lui per devozione nei suoi confronti. “Zucchero, sai che la tua maschera mi ispira?”, dice la donna ispirata dalla forma incurvata del fallo sulla maschera di Zucchero.  La forma è proprio quella che serve per raggiungere meglio il punto g. Lei si mette sopra e comincia a toccarsi, mentre Candy e Zest hanno il permesso di osservarla e farle i grattini sulle piante dei piedi. Le leccano anche i piedi mentre lei a pochi centimetri dalla testa di Zucchero si sfiora e si penetra con le dita mentre il poveretto rimane legato e con la testa intrappolata dalle sue cosce.

“Adesso intendo usarti per il mio piacere”, gli dice soddisfatta.

Sale sul fallo e si scopa la sua maschera, mentre gli altri due guardano e continuano a leccarle i piedi. Candy non riesce a trattenersi e si getta a leccarle il culo mentre lei si muove sulla faccia di suo fratello. Infila bene bene la sua lingua dentro, in profondità.  Così anche Zest cede e da sfogo alle sue pulsioni, cominciando a strusciare il suo pisello sulla pianta dei piedi di lei. Lo fa scorrere avanti e indietro e poi prende anche l’altro piede. Se li sta scopando i suoi bellissimi piedi mentre lei ha le teste degli altri due in prossimità delle sue parti intime.

“Il fallo finto non mi soddisfa, ho voglia di prendere un cazzo vero!”, dice lei.

Si fermano tutti e rimangono senza parole. Non sanno come reagire. E’ poco rispettoso farlo!!! Inoltre lo desiderano tutti e tre, come faranno? Non vorrà mica metterli in competizione? Sarebbe crudele. Lei intanto trascina Candy e Zest al guinzaglio ai suoi piedi affiancandoli. Sceglie quello che le sembra avercelo più grosso. In effetti è una scelta complicata perché appare che li abbiano fatti con lo stampino.

“Uffaaaaaaaaa, e io?”, si lamenta Zucchero ancora legato.

“Adesso vedrai, Zucchero mio.”, sussurra la donna mentre si avvicina per slegarlo.  Fa scendere dalla scrivania Zucchero e lo sostituisce con Zest, il prescelto dopo la valutazione, mettendolo al suo posto, legato a croce. Sale sopra di lui e si infila dentro il suo membro.  Poi trascina il guinzaglio del fratello lamentoso, Zucchero, verso di sé: “Adesso tu me la lecchi mentre mi scopo il cazzo di tuo fratello!”

“Nooooo, non può farmi fare queste cose!”,  esclama lui.

“Forza obbedisci o ti scordi i miei piedi per sempre.”, minaccia la donna conoscendo il potere del suo fascino su Zucchero.  Malvolentieri lui comincia a leccare, impegnandosi a non scivolare con la lingua sull’asta del fratello, dato che lei se lo sta scopando per bene e si muove senza sosta su quel enorme cazzo. Tanto atroce la punizione non deve essere dato che sembra far fatica a trattenersi dal venire. Il terzo osserva in lontananza. Candy è il feticista puro e anche voyeur. Se lo mena davanti a tutti osservando la scena. Lei gode molto più dell’idea di far impazzire tutti e tre, adora guardare gli uomini con il cazzo che gli sta per esplodere mentre se lo menano. È super eccitante.

A un certo punto, si stanca anche di questa perversione. Lei è così. Le piacciono cose nuove e sempre più spinte e perde interesse molto facilmente. Scende dal giocattolo, libera Zest e trascina tutti e tre  al guinzaglio nella sala accanto. Si ferma davanti allo specchio e  osserva compiaciuta i tre cagnolini ai suoi piedi. Poi le viene in mente l’altalena speciale per i giochi fetish. Si dirige verso l’attrezzo con i tre imbambolati. Mette un laccio di corda lunga alle palle di Zucchero e due gogne per testicoli agli altri due. Sale sullo sling e si fa agganciare le gambe in su.

Ordina al suo amato Zucchero di leccarle bene sia il culo sia la patata, mentre gli altri due si devono occupare delle gambe e dei piedi. Lui al guinzaglio e a quattro zampe si applica per ripulirla per bene dopo la scopata, gli altri due infilano i loro cazzoni tra la coscia e la balza della calza strusciandosi. Lei gode ad avere tre enormi cazzi tutti per lei, con la consapevolezza che la desiderano e che lei può umiliarli in qualsiasi modo. È lei quella che li utilizza come sex toy, nonostante siano uomini sulla 50ina e professionisti affermati.

“Adesso, Zucchero caro, alzati e prendi il cazzo in mano e strofinamelo sulla patata. Fammi da vibratore esterno”, indica la donna a Zucchero.

Gli altri due continuano a strofinare i cazzi contro la coscia nella calza di lei e le leccano al contempo i piedi, carezzando le sue gambe. Lui fa quello che lei gli chiede, muore dalla voglia di infilarlo tra quelle calde e bagnate labbra, ma lei lo ha addestrato bene! Quindi si fa consumare dal desiderio che è quasi insopportabile senza prendere iniziative.

A un certo punto lei gli dice: “Zucchero scopami, fammi godere, ma non venire. Non puoi venirmi dentro! Tu sei solo il mio toy boy, il mio vibratore!”

Zucchero obbedisce, dopotutto lei è la sua Padrona e lui uno strumento nelle sue mani.  Lei avvolta dalle attenzioni dei tre fratelli  arriva al godimento. Lo bagna a dismisura… lui fa fatica a resistere, difatti ogni tanto deve fermarsi. Per fortuna aveva l’aiuto del laccio alle palle che lei gli aveva messo per non farlo venire subito e con il quale gli dava il ritmo durante la scopata, tirandolo per le palle come fossero redini. Soddisfatta lei ordina ai tre fratelli di mettersi in ginocchio e sborrarle sui piedi. Loro, esausti, si lasciano andare, ma lei è diabolica!

“Amori, adesso ripulite il disastro che avete combinato, sino l’ultima goccia, senza storie!”, esclama ridendo. Gli uomini lo fanno contro voglia, schifati, umiliati, ma devotamente sottomessi.

Nel bel mezzo di questa scena suona il telefono, lei si sveglia di colpo e vede sullo schermo la chiamata in arrivo da Zucchero. Caspita tra mezz’ora si sarebbero dovuti incontrare e lei stava ancora a letto. Chissà cosa si inventerà per lui dopo questo sogno hard.