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Amerigo

Scritto da Amerigo
Pubblicato da Elvira Nazzarri

Ho immaginato di entrare nel suo studio convinto di trovarla in piedi di fronte alla scrivania ad aspettarmi come sempre.

Ma è arrivata perentoria la Sua voce inflessibile che mi ha detto: “rimani rivolto di verso la scrivania ed inizia a spogliarti schiavo”.

La voce arrivava da dietro me, forse dal bagno: “Ora inginocchiati e prostrati verso la scrivania”.

A quel punto sento il rumore dei tacchi che si avvicinano, è dietro di me ed appoggia la sua scarpa nel mio sedere, il tacco sta sfiorando l’ano e lei inizia a strisciarlo lentamente e dolcemente mentre inizio ad eccitarmi come un maiale.

“Vedo che sei già eccitato porco, come ti permetti! Lo puoi fare solo se sono io a concedertelo. Se non sei in grado di controllarti penserò io ad un bel rimedio per te! Voglio che tu vada a quattro zampe a metterti davanti alla pedana in ginocchio ed appoggi la testa sotto al trono con gli occhi chiusi”.

Mi dirigo nell’altra sala e mi posiziono come chiesto dalla mia Padrona…

Ai piedi del trono un collare con guinzaglio marroni, una cintura di castità ed uno strapon… Io faccio finta di non vedere ed infilo la testa sotto al trono, dopo poco la sento arrivare. La sento salire gli scalini della pedana…il rumore dei tacchi è strano, sembrano diversi dal solito sembra quasi siano di metallo.

Lei è ora in piedi di fianco a me: “Sei un bel tappetino, ora mi siedo comodamente sul trono” mi sale sopra la schiena con i tacchi e si siede…

Seduta con un piede sulla mia schiena e l’altra gamba accavallata mi dice”ora ti insegnerò un po’ di regole. Apri bene le orecchie perché non le ripeterò!”

Sono inginocchiato il busto appoggiato sulla pedana e la testa infilata sotto al trono, la mia Padrona mi sta usando come tappetino e mi dice:”tu d’ora in poi mi chiamerai soltanto Padrona e ti rivolgerai a me dandomi del lei. Ogni volta che ti dirò qualcosa tu dovrai rispondere con un si Padrona scandito bene in modo forte e chiaro. Ora alzati e decidi se vuoi essere o no il mio schiavo. Se la risposta è sì sai cosa devi fare…non occorre che io te lo dica…”

Toglie il piede dalla mia schiena e mi dice : “ora alzati! Ammira la bellezza della tua Padrona e poi fai ciò che devi fare schiavo!”.

Mi alzo, lei accavalla le gambe, è bellissima, sexy e molto aggressiva, smalto rosso scuro alle unghie di mani e piedi. Calza un paio di scarpe Paciotti con tacco in metallo ed è vestita tutta di nero.

Sposto lo sguardo ai piedi del trono, il guinzaglio marrone mi aspetta, lo prendo e vado di fronte allo specchio mentre Lei mi guarda soddisfatta.

Sono in ginocchio davanti allo specchio ed inizio a mettermi il collare. Di fianco a me una sedia…

Mi guarda mentre mi fisso il collare, mi sto letteralmente consegnando alla mia Padrona.

Messo il collare torno ai Suoi piedi e le porgo l’estremità del guinzaglio, mi consegno a Lei mi consegno alla mia Padrona.

Mi da uno strattone tirandomi il collo verso l’alto e verso di lei. Poi mi sussurra all’orecchio: “ora infilati la cintura di castità. Tu non potrai eccitarti finché non avrai soddisfatto a pieno la tua Padrona. Intesi!”

“Si Padrona!” Rispondo e mi infilo la cintura.

“Bene schiavo ora da brava puttanella che sei inizia a succhiare il tacco forza!”.

Apro la bocca e mi infilo quel lungo ed appuntito tacco in metallo dentro. Inizio a leccarlo ed a succhiarlo come una puttana e la cosa mi piace un sacco perché fa eccitare la mia Padrona. I suoi piedi sono bellissimi. Provo a toccarli ma non me lo concede.

“Prima mi soddisfi e poi eventualmente te li concedo ma sempre per soddisfare il mio piacere verme!”

“Ora basta succhiare puttanella! Mi sono stufata! Aiuta la tua Padrona a scendere!”

Impugnando stretto il guinzaglio si alza e mi porge la mano dirigendosi verso gli scalini. Io gliela prendo e la bacio e poi l’accompagno a scendere.

Mi strattona e mi porta verso lo specchio dove c’è la sedia e si posiziona davanti allo specchio, mani sui fianchi e gambe divaricate io in ginocchio di fronte a Lei l’ammiro.

“Inchinati e bacia per terra dove cammina la tua Padrona!”

Io bacio il suolo e lei inizia a schiacciarmi la faccia con la scarpa.

“Sei un verme schifoso e come tale ti schiaccio!”

“Ora a quattro zampe vai a prendere i guanti e la vaselina che sono ai piedi del trono e portameli schiavo!”.

“Bene bravo ed ora mettiti sotto alle mie gambe e torna a leccare i tacchi, ma voglio che ti contorci con la testa in modo che tu veda lo specchio!

Ho il sedere esposto. Nel mentre si infila il guanto e lo unge con la vaselina. Sto leccando il tacco della scarpa sinistra e lei mi pianta la destra sulla schiena per costringermi a stare abbastato. Ha gambe bellissime ma anche forti e muscolose e non riesco a liberarmi.

Nell’altra mano impugna sempre il guinzaglio. Ora si piega in avanti, mi accarezza piano le natiche avvicinandosi sempre più all’ano e inizia pian piano a massaggiarlo e poi lentamente mi infila il dito dentro.

“Ti piace vero puttana!? Stai godendo vero? Rispondi!” “Si Padrona mi piace e sto godendo”.

Me lo infila tutto e poi lo toglie. A quel punto si sfila anche il guanto e me lo ficca in bocca “forza vai a buttarlo nel cestino!”

Quando ritorno è seduta sulla sedia con le gambe accavallate sempre di fronte allo specchio. Le porgo il guinzaglio e mi ordina di mettermi davanti a Lei a quattro zampe rivolto verso lo specchio…

Ho il capo chino ma lei me lo fa rialzare tirandomi con il guinzaglio. Guardo quella scena allo specchio: lei comodamente seduta alle mi spalle stende una gamba sulla mia schiena mentre l’altro piede lo appoggia sul mio sedere, il tacco vicino al culo….”mi è venuta una bella idea schiavo! Prendi la vaselina e spalmane un po’ sul tacco! Ahahah!” Io eseguo l’ordine in modo meticoloso e mi riposiziono come prima

Lei di nuovo una gamba distesa mentre l’altro piede, ora con il tacco unto di vaselina inizia a massaggiarmi il culetto…. e….pian piano, dolcemente inizia ad infilarlo mente tira verso di me il guinzaglio per tenermi alta la testa in modo che io possa guardarla negli occhi attraverso lo specchio mentre mi penetra con il Suo tacco…

“Godi puttanella godi che mi fai eccitare e poi tocchera a me godere”

A quel punto sfila il tacco e mi fa girare.

“Ora sfilami le mutandine ed inizia a leccarmela”

Io sfilo le mutandine ed infilo la testa tra le sue meravigliose gambe è bagnata e sento il profumo dei suoi ormoni invadere le mie narici. Estraggo la lingua ed inizio a leccare.

Si eccita sempre di più fino a quando mi spinge via con una mano e poi piantandomi il tacco sul petto mi fa stendere a pancia in su.

Si alza ed afferra il collare per tirarmi verso di se “ora vai e prendi lo strapon”.

Mi fa infilare lo strapon in testa e mi spinge a terra con la scarpa. Nel frattempo si mette un guanto nuovo e lo unge di vaselina.

Ora è in piedi sopra alla mia faccia…scende pian piano verso di me e si infila dentro lo strapon iniziando ad andare su e giù. Si sta scopando il mio viso e geme la mia Padrona: “Bravo schiavetto continua così e ti concederò in premio i miei piedi. Ora però alza le zampette forza!”

Alzo le gambe ed inizia ad accarezzarmi pian piano avvicinandosi sempre di più al culetto finché non inizia di nuovo ad infilarmi il dito dentro.

Nel frattempo continua a muoversi andando su e giù fino a quando esplode in un orgasmo infinito.

Tempo di ricomporsi e sedersi di nuovo sulla sedia mi richiama subito vicino a lei.

“Bravo ora puoi leccare i miei piedi forza. Prima però togliamo la cintura…”.

Inizio a leccare ogni centimetro dei suoi piedi come un bravo cagnolino mentre lei si rilassa e mi dice:”ora masturbati per la tua Padrona”.

Inizio a menarmelo come un forsennato non sto più nella pelle e sto per esplodere.

Tira con il guinzaglio e mi solleva la testa. La guardo accavallate le gambe.

“Ora vieni per la tua Padrona. Vieni sul mio piede e poi lecca bene tutto quanto schiavo!”

Esplodo poderosamente coprendole il piedino di sperma… a quel punto lo appoggia per terra mi mette l’altro piede sopra la testa e mi schiaccia la faccia verso il basso, verso il suo piede ed io con grande devozione e gratitudine lecco lo sperma dal piede della mia Padrona.

Sono suo schiavo.

Suo è solo suo Padrona.

Non avrò altra donna.

E sono disposto a morire di gelosia ogni volta che Lei vorrà.

Sarà un onore per me se lei mi renderà partecipe degli incontri con altri uomini.

Non posso che espormi alla sua tortura se questo è ciò che vuole.

Modifiche GDPR

Cari lettori, vi siete senz’altro accorti di alcune modifiche sul mio sito. Il mio è un sito personale riguardante le mie visioni del mondo BDSM ed è ben lontano dai siti commerciali.

Tuttavia per non imbattermi in complicazioni (investo già troppo tempo a curarlo) ho tolto qualsiasi possibilità di interazione, non ci sono più i commenti, né strumenti di condivisione e neanche la possibilità di ricevere la mia newsletter. Abbiamo un bel sito in versione web 1.0. 🙂 Sterile. D’ora in poi ci sarà un’unica “voce”, la mia! “La loi, c’est moi!”

Non raccolgo alcun dato sui miei lettori e qualora decideste di contattarmi via e-mail, quella sarà da considerarsi una corrispondenza privata.

Vi auguro una buona lettura e credo che collegarsi ogni tanto per vedere se ci sono novità non sia uno sforzo insuperabile.

Un caro saluto a tutti!

 

 

Wishful Thinking

Sarebbe gradita una candidatura di togaman esperto in TMT, giusto per avere un professionista in materia utile per me, non che i vari M&A e societari non siano apprezzati… (non vi offendete, cari miei faithful togati, siete utili in altre maniere).

Secondariamente anche un medico specialista in ipertensione mi tornerebbe utile.

 

 

L’imboscata

Attraversavo un periodo in cui avevo pochi stimoli, pochi brividi, poche emozioni. Tutto era già visto e rivisto. Avevo sperimentato troppo e nulla mi dava quella scossa necessaria per alleviare la mente. L’inverno si era calato dentro di me, mi ero congelata, ero scostante e mi sentivo come un pozzo che non può più dare acqua.  Due cose detesto più di ogni altra: la slealtà e l’abitudine. Restare ferma al palo in qualsiasi settore della vita mi innervosisce e mi deprime. Avevo bisogno di qualcosa di forte o, perlomeno, di diverso. I mariti che mi offrivano le mogli o le amanti non mi stimolavano più, dopotutto: era un copione quasi identico ogni volta. Ahimè, le donne sono prevedibili, almeno la maggior parte di loro. Invece gli schiavi giustamente pretendono che sia io a gestire tutto e i nostri contratti di sudditanza prevedono che loro non abbiano voce in capitolo- Anche se volessero, non potrebbero richiedere nessun nuovo gioco. (sono una Despota estremamente possessiva, dittatoriale e severa).

Così’ mi inventai una vera bastardata…

Mercoledì al solito orario arrivò Amos. L’avevo richiamato quella mattina. Si presentò alla porta e appena entrato gli dissi: “Cosa fai lì imbambolato, spogliati immediatamente, oggi sono già irritata e non ho voglia di sprecare il mio tempo a causa della tua pigrizia. Presi un cane per sollecitarlo e gli diedi qualche colpo qua e là a caso per spronarlo. Mi sembrava che questo momento durasse un’eternità e io non vedevo l’ora di condurlo nella stanza dei giochi per vedere la sua reazione alla grande sorpresa. “Scappellati inetto!”, gli gridai vedendo il suo membro! Presi una corda e gliela legai ai testicoli, con una ginocchiata lo feci accucciare e poi tirandolo per i testicoli lo condussi a quattro zampe nella sala delle meraviglie. Lì, al palo, si trovava Sidecar, legato e bendato precedentemente. Nessuno dei due sapeva che ci sarebbe stata un’altra presenza oltre a me e in realtà mi avevano fatto mettere nei loro contratti di sudditanza una breve clausola che doveva assicurare loro che non li avrei esposti ad atti omosessuali. In realtà, ho scritto testualmente: “lo schiavo in questione non verrà obbligato ad accogliere il pene di un altro uomo nel proprio bel culetto”. Ciò, però, mi lascia un’ampia gamma di interpretazioni. Tuttavia, loro non si sono mai preoccupati che un giorno ci potesse essere una presenza maschile in più ai nostri giochi e, a cuor leggero, hanno firmato. D’ora in poi faranno meglio a leggere bene ciò che firmano, hehehehhe.

Amos sbiadì alla vista di Sidecar legato e bendato al palo, chissà quali fantasie si erano proiettate in quella sua mente da cagna sfondata. Fortunatamente non parlò- Senza il permesso della Divina sua Signora non può proferir parola. Mi avvicinai a Sidecar, ancora ignaro dell’ospite, lo carezzai sul petto e gli sussurrai: “Dargling, ho una bellissima sorpresa per te”. Magari lui sentì una presenza in più e chissà cosa si era immaginato vista la sua fama da gran puttaniere. Gli tolsi la benda ed ebbi una favolosa scarica di adrenalina. Sidecar alla vista di Amos era lì lì per svenire, la fronte gli si ricoprì di gocce di sudore e la sua carnagione era diventata di un pallore cadaverico.

“Adesso vi spiego cosa ho in mente, innanzitutto una bella punizione per Amos, che si dimostra troppo irriverente nelle mail, dopotutto sono capaci tutti a fare gli Adoni a distanza di sicurezza e a te Sidecar, devo dar dimostrazione di come ci si comporta da schiavo. Non ne posso più del fatto che non ti posso punire perché mi svieni ecc. Insomma, dopo otto anni siamo arrivati a fare ben poche cose. Quindi o mandi giù questo boccone o farò a meno di te in futuro perché i tuoi atteggiamenti da signorina in fuga mi hanno stancata, oggi ti darò una bella dimostrazione di ciò che voglio da te”.

Presi Amos e lo trascinai per i capelli davanti allo specchio, gli feci sollevare il culetto e lo penetrai con un plug. In realtà lo spinsi dentro senza troppi convenevoli e senza gel. Glielo feci solo succhiare lentamente poco prima di inserirlo dentro. Poi lo misi a sedere su una sedia apposita e lo immobilizzai e di fronte a lui appiccicai un fallo con la ventosa.  “Su, avanti puttanella, so che hai ancora qualche vuoto dentro da riempire. Succhia bene prima che mi venga in mente qualche punizione severa.”, pronunciai ridendo di gusto questa frase guardando dritto negli occhi Sidecar, che era spaventato a morte. “Dimmi, caro, ti piace vedere come tratto i cani, anzi le cagne?”, chiesi a Sidecar. Sidecar si limitò a implorare di essere risparmiato da qualsiasi punizione io avessi progettato. ” Su andiamo, non te la devi far sotto per qualsiasi cosa! Abbiamo appena iniziato e c’è ancora tanto da divertirsi con voi due”, dissi al codardo. “Dopotutto siete la stessa annata di acquisizione, 2010, bellissimo anno… e che bei ricordi”, constatai con vaga nostalgia. “Amos, suvvia, non sbavare sul pavimento, che modi sono”, mi ripresi dalle divagazioni mentali tenendo la testa di Amos premuta contro lo specchio sul quale era appiccicato il fallo grosso che gli avevo fatto succhiare. “Che schifo che mi fai. Adesso ti slego e lecchi tutta la tua saliva e liquido precum sul pavimento, bestia indegna e sporca!”

“Sì Padrona!”, rispose con voce roca Amos. Gli assestai un calcio. ” Voglio sentire più entusiasmo!” Amos rispose sforzandosi con più tono: “Sì Signora!”. Sidecar invece era ancora legato al palo immobile. “Adesso caro Sidecar, ti offro una dimostrazione di quel che vuol dire essere frustato da me. Non quelle carezze che già tu ritieni di forza sovrumana”, gli dissi. Legai Amos a croce e cominciai a frustarlo con uno snake. Dopo neanche una decina di colpi Sidecar cominciò a supplicare pietà per Amos: “Padrona la prego non sia così severa solo per dimostrarmi cosa può fare!” Mi voltai verso Sidecar e risposi: “Tu che ne sai? Non sto mica esagerando. Ma, visto che provi tutta questa compassione per Amos, vuol dire che ti piace- E se ti piace, è un peccato lasciarti senza il suo caldo corpo addosso”. Sidecar si bloccò di colpo. Cercò di ribellarsi senza riuscita, mi bastò solo uno sguardo per calmarlo. Slegai Amos totalmente rassegnato a tutti i miei voleri (opporre resistenza avrebbe potuto produrre ritorsioni e abusi più gravi, mi conosce troppo bene) e lo portai di fronte a Sidecar. Una volta posizionati uno di fronte all’altro cominciai a immobilizzarli stretti stretti corpo a corpo, nudi, in un lampo si ritrovarono faccia a faccia con il corpo stretto all’altro. Girai intorno con la pellicola trasparente, di modo che si producessero del calore a vicenda. “E ora tesori… qui avete una mela, prendetela in bocca e cercate di non farla cadere, altrimenti sono botte per entrambi!”. Rimasero lì, schifati corpo a corpo e faccia a faccia per circa 5 minuti dopo di che cominciai a stancarmi. Così, presi delle piume e cominciai a solleticare Sidecar per distrarlo dal compito. Ovviamente, fece cascare la mela a terra. “Ahhhhhhhhhhh, no, così non va bene”!, dissi con un’espressione malefica sul viso. Chissà cosa si sono immaginati in quel momento.

Li slegai e gli diedi un compito: trasportare la mela corpo a corpo dall’altra parte della stanza, ovviamente senza usare mani o bocca. La visione era spettacolare, si contorcevano come vermi. La mela continuava a spostarsi e loro con movimenti ridicoli cercavano di riportarla al suo posto con  contatti pelle a pelle indispensabili, ma la fecero cadere ancora. Insomma ho due schiavi totalmente impediti! E meno male che sono persone realizzate, chissà come sono quelli sfigati nella vita! “Bene, bene. Siete degli assoluti incapaci.” Presi per le palle Amos e lo trascinai sul letto di contenimento, lo immobilizzai in posizione ginecologica e gli misi in bocca un bavaglio. “Ora Sidecar, tieni, questo è il telecomando delle scosse elettriche. Sarai tu a infliggerle sui suoi testicoli”. “Non me la sento Padrona!”, rispose Sidecar spaventato. Tremava dalla testa ai piedi.” Ah, se non te la senti allora le metto sulle tue di palline, che dici, te le facciamo arrosto?”, chiesi con tono stizzito a  Sidecar. Bastarono queste parole a sacrificare le palline di Amos, ma a ogni ondata di scosse sembrava soffrire anche Sidecar. E io che credevo che il genere umano fosse dotato di estremo sadismo; che fosse incline agli abusi di potere. Dovetti ricredermi. Eppure Sidecar è una puttanaccia nel vero senso della parola, quando si tratta del suo lavoro. Così gli misi delle pinze ai capezzoli per stimolarlo a essere più cattivo.

Presto mi stancai, come sempre- Credo di essere volubile come pochi. Presi uno strap on enorme e dissi a Sidecar: “Trattiamo. Dimmi cosa mi offri in cambio perché il tuo culetto possa rimanere vergine.” Sentiì Amos mugugnare qualcosa, ma aveva il bavaglio, quindi non lo presi nemmeno in considerazione. Sidecar colse al volo il baratto e ipotizzò alcune cose che io non trovai interessanti ma alla fine mi offrì una parure di orecchini e pendente con smeraldo pur di risparmiarlo a tale umiliazione. “Amos, hai sentito? La tua Padrona ti sacrifica in cambio di balocchi e profumi”, dissi ridendo ad Amos legato e impotente sul letto. Bendai Amos e dissi ad alta voce: “Sidecar, ora indossa la cintura e inchiappettati la cagna!”. Amos cominciò a dimenarsi: piangendo, cercava di sfuggire al suo destino. Ma è stato violato con estrema forza e senza troppe smancerie. Amos fu preso e abusato come una troiona in saldo abituata a prendere cazzi dal mattino a sera. Non aveva nemmeno l’erezione per il grave stato di turbamento vissuto in quest’esperienza. A un certo punto gli strappai la benda dal volto. Vide che ero stata io a indossare la cintura e violarlo. Tirò un sospiro di sollievo. Sarebbe stato bello vedere Sidecar alle prese con il culo di Amos, ma non ne sarebbe stato capace. È  troppo molle come impatto e come personalità per quanto riguarda i nostri giochi. Forse deve ancora accettarsi.

Mi accontentai del fatto che Amos lo avesse creduto possibile per pochi istanti. L’energia da lui sprigionata era travolgente, era una lotta quasi animale, disperata, contro l’inevitabile e al contempo uno sfogo impotente di disperazione. Forse da qualche parte dentro ho un istinto estremamente violento e sadico che riesco a calibrare bene per via della mia estrema compassione. Slegai Amos piegato e distrutto emotivamente e guardai bene Sidecar evidentemente perplesso. Non mi aveva mai vista così inflessibile e violenta. Lui che, come Amos, mi amava alla follia, aveva visto il lato oscuro di me. Quella parte che fa fuggire tanti… lo sguardo appagato da tutta questa sofferenza emotiva. La luce in fondo ai miei occhi, il petto orgogliosamente esposto, la postura di dominio, ero esaltata al massimo! Per un attimo negli occhi di loro due ho visto il terrore. Cosa poteva accadere a questo punto? Erano complici per necessità e contro ogni simpatia. Anzi, c’era antipatia reciproca, manifestata in precedenza, quando neanche sapevano come fosse fatto l’altro. Soltanto in base ai miei vaghi accenni e i racconti sul sito si son potuti fare una certa idea l’un dell’altro. Eppure non si sono minimamente scontrati perché avevano paura di deludermi. Fino a quale punto si sarebbero potuti spingere pur di accontentare le mie richieste e capricci? Dopo la scarica travolgente di emozioni mi recai in bagno e tornai con un bicchiere pieno di urine. “Adesso posso ritenermi appagata, ma voi due dovete farvi una sega sopra le vostre ciotole da cani.”, dissi con calma. Loro tirarono un sospiro di sollievo.”Ma, zuccherini miei bellini, non ho finito, non mi mostrerei troppo sollevata se fossi al vostro posto. Dovrete toccarvi a vicenda fino a farvi venire nelle ciotole, limonandovi, ahahahah!”. Si sono inorriditi entrambi. Erano schifati.

“Tuttavia mi bastò ricordare loro che dovevano obbedirmi, altrimenti il nostro contratto di sudditanza  sarebbe stato prosciolto per mancanza di adempimento obblighi. Di conseguenza, si sarebbero dovuti cercare una nuova Padrona. Cominciarono a sbaciucchiarsi. Voglio sperare che nella vita normale bacino meglio, altrimenti le loro mogli e le loro amanti mi fanno davvero pena! “Avanti voglio vedere più lingua, più passione… siete degli invertebrati senza sex appeal.”, continuai a incitarli per vedere qualcosa di più stimolante. Dopo poco tempo riuscirono a eccitarsi adeguatamente per terminare come gli avevo richiesto. Entrambi sono degli stronzi di primissima categoria e soprattutto godono nell’essere umiliati. Ecco perché avevo scelto proprio loro. E poi voglio dire: anche se non si ritengono bisex, se mi chiedono di spompinare un fallo, un vago interesse anche latente verso l’universo maschile ci sarà. Ho atteso che terminassero. Quindi, ho mischiato la mia urina al loro seme e ho obbligato ciascuno a bere il proprio sperma mescolato alle mie urine, come ultimo gesto di sottomissione di quella giornata.

 

 

Il marito cornuto

scritto da Kobar
pubblicato da Elvira Nazzarri

Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino.

La scontatezza di un proverbio, popolare al punto da essere quasi banale, può essere ancor più insopportabile se esprime fedelmente ciò che in effetti è accaduto. Insopportabile per chi si sente vittima dell’accaduto. Pur essendosela cercata.

Uno degli aspetti più logoranti del traffico sono le attese ai semafori rossi. In realtà non è tanto l’attesa quanto il nevrotico conto alla rovescia, tipico dell’automobilista consumato da questa routine. Se poi il tragitto ha come meta un appuntamento con qualcosa che si è pensato e desiderato nel tempo, diventa praticamente una tortura.

Arancio “per gli altri”, una mano si stacca dal volante lasciando una leggera impronta di sudore, afferra il cambio, prima, la frizione sale e l’auto riparte. Avrebbe dovuto ripetere questo gesto ancora una ventina di volte prima di poter dire siamo arrivati.

Siamo. Alessandra e Gianni.

Il parcheggio fortunoso vicino all’ingresso fu fonte di sollievo per Alessandra, mentre Gianni si rese conto che non era tanto l’attesa che lo preoccupava quanto il fatto di realizzare una fantasia che come tale non sarebbe più stata.

“Ha detto c12, giusto? 4° piano  ..” disse Gianni, per far passare i secondi…era ovvio che fosse impossibile averlo dimenticato.

Grandi scale in marmo e ferro battuto, ascensore decorato di conseguenza.

Partenza lenta…i piani scorrono uno dopo l’altro. Con un movimento rapido della mascella Gianni fa un ultimo controllo dell’alito, poi guarda Alessandra sperando di trovare in lei altrettanta inquietudine… senza risultato.

Al piano. Cuore che batte manco avessero fatto le scale a piedi.

“Prego, accomodatevi” …una cameriera inaspettatamente accogliente apre la porta dello studio… “Vi porto qualcosa da bere, la signora arriva subito”. Per certi versi Alessandra e Gianni stavano coronando una sorta di sogno: incontrare una padrona.

L’idea, ma molto in embrione, era partita da Alessandra che era una simpatica maialina e voleva provare l’emozione di avere un contatto con un corpo femminile, protetta dal fatto, pensava, che ci fosse con lei Gianni.

Non avendo le idee molto chiare aveva scelto di essere “guidata”. Alessandro aveva accolto all’inizio la cosa con qualche riserva.  Poi pensando ad una seconda donna fra loro cominciò a spingere ancor di più per combinare l’incontro.

Elsa entrò nella stanza. Un saluto accogliente ma formale. “ State  comodi” e si sedette con loro.

Alessandra si era già settata… pur senza esperienza aveva deciso che la sottomissione passava attraverso l’attesa. Di un comando, o semplicemente di un silenzio che sarebbe durato quanto aveva stabilito Elsa, ovvero la sua padrona.

Elsa era una bella donna ma la sua figura, avvolta in un vestito abbastanza fasciante, di ottima fattura, gli accessori giusti e il rigore dello stile, la facevano considerare nell’insieme, non un viso delle mani delle gambe, un seno, ma piuttosto una figura di grande equilibrio e senso estetico, che col sesso non aveva un rapporto diretto.

Stette in silenzio per più di trenta secondi scrutando prima Alessandra, e poi, con uno sguardo più severo lui. Forse aveva avvertito in Gianni la percezione di uno scarto fra l’immaginato e il reale.

Il solito maschio basic che pensa che una padrona gli conferisca il diritto di determinare il carattere bi della sua donna. Il solito idiota.

Elsa si alzò e con voce decisa disse ad Alessandra “vieni qui al centro della stanza”.

Alessandra si alzò, denunciando un equilibrio leggermente fragile, mosse qualche passo finché non fu davanti alla padrona.

Alessandra era una donna appena formosa ma ben proporzionata, che per l’occasione si era vestita molto elegantemente. Elsa le si mise di fronte, guardandola negli occhi per farle sentire tutto il suo carisma.

Spogliala, disse a Gianni. Lui si alzò pensando “fra un po’ comincia la festa”.

Gianni cominciò ad aprirle la cerniera, le fece scivolare il vestito sulle spalle che cadde lasciando scoperta la schiena, il sedere formoso, e le gambe con calze velate e tacchi a spillo.

Va bene così… Gianni tornò al suo posto e lei si avvicinò. Aveva il viso a pochi centimetri da Alessandra. Due silhouette una di fronte all’altra: in mezzo un campo magnetico che lasciava presagire uno scambio intenso.

L’avvertì anche Gianni che provò per la prima volta una strana sensazione, sgradevole, ma che non riuscì immediatamente a decifrare.

Alessandra era nuda con solo slip e reggicalze, in piedi, dritta come un soldatino. Elsa le parlava a bassa voce, con le labbra a due dita dalle sue.Senza che la toccasse la fronte di Alessandra cominciò a imperlinarsi e i capezzoli diventarono progressivamente duri.
Elsa le legò i polsi dietro la schiena e l’aiutò a inginocchiarsi.

Era chiaro che il primo omaggio sarebbe stato leccare il sesso della padrona.

Ma non fu così meccanico. Elsa aveva evidentemente dato istruzioni ad Alessandra e lei eseguiva scrupolosamente. In ginocchio col viso all’altezza del sesso di Elsa che aveva alzato la gonna. Elsa, pur avendo un notevole carisma era molto femminile e Gianni fantasticava sul momento in cui l’avrebbero coinvolto…

“Respira la tua padrona” disse…Alessandra inspirava evidentemente, con il naso quasi a contatto del sesso di Elsa. I capezzoli di Alessandra erano di marmo. Gianni la guardava. Era bellissima.
Seguendole istruzioni che Elsa le aveva sussurrato Alessandra cominciò a sfiorarla con le labbra attorno al sesso, sopra il pube, l’inguine, l’interno coscia. Era scomoda e i movimenti della testa e del collo  necessari per arrivare in tutti i punti la mostravano in una condizione di devozione che Gianni non avrebbe mai immaginato. Ma soprattutto lo sorprese l’avidità con la quale, avuto l’ok dalla padrona, Alessandra cominciò a leccare Elsa. Più che leccare sembrava che volesse divorarla.

Mentre Elsa spingeva in avanti il bacino ruotandolo in modo da inzuppare il viso di Alessandra che sembrava un assetato che si abbevera alla fonte dopo aver attraversato il deserto.

Gianni osservava eccitato ma sorpreso dall’animalità di Alessandra. Sembrava che non avesse fatto altro tutta la vita. Alternava momenti di foga a fasi di accuratezza. Ad un certo punto Elsa lo guardò e gli disse. Spogliati anche tu.

Lui rimase qualche istante a pensare e lei…”Muoviti..non vorrai rimanere tutto vestito…”

Sembrava un invito allettante.

“Togliti tutto”.

Con non poca vergogna si spogliò, esitò al momento di levarsi gli slip ma poi lo fece: lei non gli aveva lasciato spazio per altro…

“Allora? Ti piacerebbe sapere di cosa sa la mia fica vero? ….lecca la faccia della tua cagna…

Gianni era colpito dalla forza di quelle parole ma capì dal sussulto del ventre di Alessandra che essere tratta così, come una cagna appunto, le piaceva da morire……

Aveva ancora gli slip che ormai erano fradici e arrotolati, e che si erano infilati fra le natiche e fra le grandi labbra…

Gianni annusò dapprima il volto di Alessandra e poi cominciò a leccarla… Era completamente bagnata in faccia ed aveva un intenso odore di sesso che copriva completamente il suo odore abituale….

Alessandra si fece leccare passivamente tradendo imbarazzo.

Basta così disse Elsa…ora dietro…Alessandra non ebbe nemmeno un accenno di dubbio: affondo il volto fra le natiche della padrona e cominciò a leccare con impegno, tradendo un po’ di avidità.

A Elsa piaceva stare in piedi poiché, anche se meno comoda nel godersi la lingua, aveva una posizione di comando. Mentre la sub con il viso completamente immerso nel suo culo non lasciava dubbi quanto a vocazione…Penso che aggiungeremo un dettaglio al programma…” disse Elsa.

In quel momento entrò un uomo, sicuramente mulatto, con una corporatura superiore alla media, con un fisico molto armonioso e possente. “Ismaele… annunciò Elsa…Il mio servitore” e rivolgendosi a Gianni:

“Mettiti comodo”.

Ismaele si avvicinò ad Alessandra, la prese in braccio dolcemente con un movimento delicato che faceva pensare alla forza e alla calma di quell’uomo, che aveva già vissuto una scena simile e avrebbe fatto cose a lui conosciute.

La sdraiò su un lettino da massaggi e le disse “Si metta supina, signora”. Aveva parlato come un servitore ben educato ma con la fermezza di un maggiordomo.

Alessandra affondò il viso nel lettino, le bracca lungo il corpo. Ismaele, statuario, cominciò a massaggiarle i piedi. Tecnico, competente e paziente. Passò ai polpacci. In quel momento di interregno fra le attenzioni della sua padrona e quelle che avrebbe avuto, immaginava, dal servitore, Alessandra ebbe il tempo di fare un “punto della situazione “. Aveva fatto quello che in fondo avevano concordato. Non avrebbe creduto fosse possibile un coinvolgimento così forte ma in fondo sapevano che quando si comincia a giocare c’è una quota di imponderabile.

Ora però il quadro era cambiato. Gianni non era stato coinvolto, e a lei non era dispiaciuto in fondo. Si era goduta quella dimensione nuova e potente di abbandono. Esclusiva.

Pensò che forse sarebbe stato un massaggio finale, giusto per rilassarsi. Ma non ci credeva nemmeno lei. Pensò che avrebbe dovuto far qualcosa per Gianni, non era previsto un uomo. Poi però penso anche che lui aveva insistito per ficcarla in questa situazione per cui si disse “Se c’è qualcosa che non gli va lo dica lui”.

Nel frattempo Ismaele le massaggiava i glutei e l’interno cosce. Dalla decisione nei movimenti traspariva il fatto che Ismaele avrebbe sì eseguito eventuali ordini della Mistress ma mai si sarebbe fermato davanti a obiezioni di Gianni.

Ismaele infilò una mano fra le gambe fin sotto la pancia, sollevandola un po’ e massaggiandole con il pollice

il clitoride. Il braccio forte riusciva a mantenere il bacino di Alessandra in una posizione di assoluta disponibilità e di sottomissione.

Giani,nudo, fissava la scena. Le telecamere montate in quella stanza proiettavano Alessandra su un paio di video da angolazioni diverse in modo che Gianni non potesse perdersi nulla.

Le dita di Ismaele cominciarono a penetrare il sesso di Alessandra. La facilità con cui introduceva più di un dito faceva intuire quanto fosse dilatata e lubrificata.

Elsa ordinò a Ismaele di girarla a pancia in su…” da questa posizione si vedono meglio le contrazioni dell’addome”. L’uomo, di fianco al lettino, dapprima le afferrò i seni strizzandoli facendola sussultare. Aveva sicuramente provato un po’ di dolore ma si capiva che ormai qualunque stimolo la avrebbe ulteriormente portata in una dimensione di centralità del piacere con una quasi perdita della coscienza.

Ismaele di nuovo le infilò un dito e comincio a muoverlo rapidamente. Il suo bellissimo ventre cominciò a ondeggiare e poi a sussultare, finché non accennò una rotazione in avanti del bacino come a cercare e ad offrire ancora di più.

“Una vera cagna” sussurrò… “Infilale un dito anche dietro”. Immediatamente Alessandra si trovò ad essere frugata senza alcun rispetto….. ansimando raccolse le gambe al petto mentre Ismaele non smetteva di muovere le dita dentro..

Alessandra si aggrappò al lettino portando le mani dietro la testa.

“Vedi che cagna la tua donna?” disse Elsa a Gianni. Le bastano delle dita per perdere il controllo in questo modo…. “ “Stai tranquillo…per oggi Ismaele si accontenta di farla ballare sui suoi polpastrelli…..”

Gianni sospirò di sollievo. Non avrebbe assistito ad una penetrazione… forse. In quel momento Elsa distese un braccio lungo il lettino fino a trovare il sesso di Ismaele: aveva una bella misura e soprattutto era ben formato, bello da guardare, potente ma non aggressivo, come il suo “proprietario”. Lo afferrò per un attimo…lo voleva..

Elsa disse “come ti permetti di toccare Ismaele” “Farai solo quello che voglio io”. E con uno sguardo Ismaele capì.

Ismaele la mise su un fianco, gambe raccolte, e si portò di fronte al suo viso.

Elsa si mise dietro Alessandra e le disse, oggi se vuoi godere devi fare da sola….e le mise in mano un vibratore accompagnandola in modo che se lo infilasse davanti.

“Io ti aiuterò un pochino” disse massaggiandole l’ano con le dita….

Ismaele si mise davanti al viso di Alessandra, sollevandosi il pene e sfiorandole la bocca con in testicoli.

Elsa infilò un dito nello sfintere di Alessandra che sospirò e cominciò a muovere il vibratore lentamente. Elsa sfilò il dito e lo portò alla bocca di Alessandra dicendole “devi conoscere tutto di te..” Alessandra eseguiva ormai qualunque ordine, era come un argine sommerso dall’acqua.

Succhiò diligentemente. Elsa infilò due dita. Intanto Ismaele si masturbava di fronte al viso della schiava.

“Devi leccargli le palle, cagna”… leccale e succhiale…! Accelerò il movimento sentendo che l’ano si stava dilatando. Poi sfilò le dita e prese un vibratore. Lo lubrificò e lo infilò con decisione. L’ano di Alessandra era sempre più accogliente e ad ogni insulto o stimolo fisico si scioglieva sempre più.

Gianni sembrava scomparso. In realtà Elsa lo teneva d’occhio. Era come inebetito. Elsa sapeva che questo stato lo avrebbe reso agli occhi della compagna complice della situazione ed era quello che voleva.

Leccagli il culo”. Ismaele si era girato e Alessandra prontamente aveva infilato la lingua fra quelle de natiche di marmo spingendo per compiere al meglio il suo dovere.

Va bene così Ismaele….

Lui capì, girò intorno al lettino, Elsa tenne le natiche di Alessandra ben separate e Ismaele appoggiò il glande congestionato all’ano di  Alessandra. Si masturbò per alcuni secondi e poi spinse delicatamente ed entrò. Lentamente e nemmeno fino in fondo. Doveva “solo” depositare il suo liquido seminale negli sfinteri della schiava. Ismaele emme un orgasmo potente ma controllato che, dalla durata fece capire che le stava scaricando nella pancia una quantità di sperma superiore alla norma.

Stette fermo dentro qualche istante poi sfilò il pene e tornò di fronte al viso di Alessandra.

“Puliscilo bene” disse Elsa. Alessandra non vedeva l’ora di prendere in bocca quel arnese e aprì la bocca immediatamente.

“ non gli devi fare un pompino…devi solo pulirlo” e aggiunse “…..ora puoi venire…”.

Alessandra accelerò i movimenti del vibratore…

Elsa si rivolse a Gianni “ Non vorrai farla venire da sola no?….baciala!”   Gianni completamente inebetito si alzò, mise una mano sulla testa di Alessandra e la baciò proprio mentre lei venne travolta da un orgasmo animalesco.

L’addome si contorse, il viso congestionato, la voce rauca, quasi  bestiale… urlò praticamente nella bocca di Gianni che non riusciva nemmeno a baciarla… non finiva mai… Gianni la sfiorò con le labbra…sapeva di maschio, di femmina, di ogni cosa…..Ma la cosa che più lo turbò è che avrebbe voluto masturbarsi e venire in bocca a Alessandra…era eccitatissimo…

Gianni alzò gli occhi e vide su uno schermo lo sperma di Ismaele uscire per le contrazioni e colare lungo le sue bellissime natiche.  Sfinita e violata in ogni modo…

“Non male” disse Elsa….credo ci rivedremo..

Gianni  si rese conto di avere un’erezione che cercò di nascondere.  Alessandra finse di non vederlo.

Jealousy, turning saints into the sea…

Scritto da schiavo amos
Pubblicato da Elvira Nazzarri

Come quasi sempre ultimamente gli ordini arrivavano asciutti e improvvisi sulla mail con la quale ci tenevamo in contatto.

«Venerdì devo essere alle 13:45 in via Rezia, 8. Fai da autista».

Non era la prima volta che mi chiedeva di accompagnarla ma da quando si era trasferita e aveva dato una svolta al nostro rapporto, quelle che una volta erano la richiesta di un favore erano diventati veri e propri ordini.

Le chiesi maggiori ragguagli sugli orari per potermi organizzare con i miei impegni e mi disse che avrei dovuto aspettarla per un’ora e mezza e poi riaccompagnarla a casa.

Guardai con Google Maps per capire dove fosse e quanto tempo ci volesse per il viaggio e guardando con Street View vidi che al civico indicato c’era un’anonima palazzina di appartamenti anni ‘60. Di fianco una piscina. Cominciai a chiedermi cosa dovesse andare a fare in quel posto, so che non nuota quindi la piscina era da escludere e il palazzo non sembrava potesse essere la sede di un qualche studio specialistico.

Qualche giorno dopo, consumato dalla curiosità provai a chiedere per cosa dovessi accompagnarla. «Un massaggio. Un regalo.» mi disse.

Mi parve una risposta molto strana ma conoscendo bene la mia Padrona sapevo che aveva l’abitudine di giocare al gatto col topo con la tecnica del dire e non dire. L’avermi fatto intendere uno sviluppo lesbo aveva il suo fine. Anche solo quella di farla divertire.

Eravamo rimasti d’accordo che sarei passato a prenderla alle 13:10 ma due ore prima dell’appuntamento mi mandò un nuovo messaggio. «Dopo vieni 20 minuti prima».

Parcheggiai sotto il suo appartamento e la chiamai. Mi rispose e disse: «Sali!». Appena entrai fui assalito dal dubbio. Secondo le regole di sottomissione che aveva stabilito quando entravo nel suo appartamento la prima cosa che dovevo fare era mettermi nudo. Ma dovevamo uscire a breve quindi pensai che questa volta non servisse. Mi guardò per qualche secondo senza parlare. Poi disse: «Ultimamente prendi troppe iniziative e poi ti lamenti troppo quando ti do alcuni compiti da svolgere. Nudo!».

«Ma non dobbiamo andare?» ribattei.

«Secondo te perché ti ho detto di venire prima? Per chiacchierare?».

Mi spogliai, poi mi disse di seguirla. Entrammo in soggiorno e sul tavolo c’erano appoggiati una cinghia e un plug corto ma decisamente largo.

Ci avvicinammo al tavolo e prendendo in mano la cinghia mi disse: «Questa e per le lamentele dei giorni scorsi, quando ti do un compito non voglio sentire storie». «Questo invece», disse indicando il plug, “serve per il nuovo training anale, dopo la delusione dell’altro giorno quando per punizione ti ho ordinato di infilarti una lattina di coca nel culo e non ci sei riuscito… Mettiti a quattro zampe!».

Prese la cinghia e iniziò a colpirmi forte sulle natiche. Mi diede una serie di cinghiate in sequenza e poi ogni tanto si interrompeva per redarguirmi. «Vediamo se così ti entra in testa come si deve comportare uno schiavo. Quando ti do un ordine lo devi eseguire subito e senza mercanteggiare, non siamo al mercato». Dopo cinque minuti di quel trattamento avevo il sedere pieno di segni e in fiamme.

Poi si mise un guanto di lattice e dopo avermi lubrificato e allargato con le dita prese il plug e me lo infilò. «E ora rivestiti che andiamo».

«Come? Devo uscire con il plug?» le dissi incredulo.

«Certamente, così iniziamo ad allargarlo a dovere hahaha». «Non avevo mai pensato a questa opzione ma devo dire che l’idea di portati in giro così quando usciamo la trovo particolarmente spassosa. Mi sa che la facciamo diventare una piacevole abitudine. Così ti senti bella sottomessa anche quando siamo in giro e hai la tendenza ad alzare troppo la cresta».

Mi rivestii in silenzio e poi uscimmo. Sul pianerottolo ad attendere l’ascensore incontrammo la vicina della mia Padrona. Anche se il plug era celato dai vestiti mi sentii in forte imbarazzo, lo sentivo che mi apriva ed essere al di fuori dell’intimità dell’appartamento mi faceva sentire esposto. Poi ad amplificare il tutto ci pensava Elvira con sguardi complici e sorrisini trattenuti.

Camminare poi, se possibile, era ancora più umiliante.

Ci sedemmo in macchina, il sedere mi bruciava e il plug spingeva ancora di più, e dopo che fummo partiti mi disse: «Scommetto che è da cinque giorni che ti starai chiedendo dove devi accompagnarmi. E che la storia dei massaggi ti ha lasciato perplesso. Vero schiavo?».

«Beh, si» ammisi.

«Mi stai portando da Armando, uno che ho conosciuto da poco, ho voglia di farmi trombare per bene. Sua moglie è una bella gnocca 35enne che ho conosciuto, mi ha fatto dei massaggi e naturalmente con il tempo è diventata una mia schiava. Poi una volta ho visto le foto di suo marito e l’ho obbligata a offrirmelo. Dovresti vedere che cazzo imponente che ha… e poi ha la resistenza di una fucking machine. Mica come quel tipo di Venezia che conosci bene…»

La notizia e il suo modo così diretto e naturale di raccontare mi lasciarono senza parole. Provai uno stranissimo miscuglio di sentimenti intrecciati. Ero geloso per quello che provavo per la mia Padrona e per quello che ci aveva legato in passato ma ero anche eccitato per quello che mi stava facendo e per come lo stava facendo. Un conto poi è sapere o immaginare che la donna che ami, ma che per diversi motivi non puoi possedere, abbia delle relazioni, un altro è accompagnarla di persona ad un appuntamento di carattere sessuale.

Arrivammo a destinazione e parcheggiai proprio davanti a portone del palazzo. «Bene ora rimani qui fino a quando non torno, a dopo». Scese, suonò al citofono e la vidi scomparire dentro al portone.

L’immaginavo fare e dire cose che io avevo sempre sognato e che non avevo mai potuto avere.

L’essere li seduto in macchina all’oscuro di tutto, con un plug che mi apriva mi faceva sentire sottomesso come non mi ero mai sentito in vita mia.

Eppure tutto questo mi stava anche eccitando e non capivo. Non avevo mai avuto questo genere di fantasie. Forse la mia Padrona mi stava trasformando, oppure stava solamente tirando fuori qualcosa che era li nascosto. Come quando mi aveva umiliato davanti al suo amico avvocato facendomi leggere il contratto di schiavitù. Avevo sempre abborrato l’idea che un altro uomo mi vedesse in quelle condizioni, invece… Oppure era solo il mio desiderio di appartenerle e compiacerla in tutto che mi faceva piacere di essere portato a quel livello di degradazione.

Il pensiero che dietro quelle mura a pochi metri da me la donna che amavo si stesse facendo scopare da un altro mi agitava.

L’immaginazione prese prepotentemente il sopravvento e la mia mente incominciò a costruire ciò che avveniva in quel momento. Lei appena varcata la soglia dell’appartamento si avventò sulla sua preda spingendolo contro il muro, gli infilò la lingua in bocca e contemporaneamente gli mise la mano sul cazzo per verificare che fossa già duro. L’uomo infilò la mano sotto la gonna è sentì le mutandine che erano letteralmente fradice. Lei era talmente eccitata che gli umori gli colavano lungo le cosce. Lui allora preso dalla foga la prese e la buttò su un grosso tavolo strappandole la gonna e mutandine e si lanciò come una animale affamato tra le cosce di Elvira leccando avidamente gli umori dalle gambe e risalendo lentamente verso la loro fonte. Un po’ la leccava e un po’ le risucchiava tra le labbra il clitoride. La fece venire quasi subito. Lei però non era soddisfatta, anzi quello era stato solo un antipasto quindi prese il cazzo dell’uomo e gli fece un pompino magistrale. Alternava una abile lavoro di lingua stimolandolo nelle zone più sensibili a ingoiarsi l’intero cazzo, facendolo scomparire tutto all’interno della bocca. Però stava molto attenta a non farlo venire, voleva eccitarlo fino a vederlo impazzire. Lei era pur sempre una donna dominante e voleva avere sempre in mano lei il pallino del gioco, anche quando scopava.

E adesso aveva deciso che era il momento di farsi scopare, si mise a quattro zampe e ordinò all’uomo di farsi montare da dietro. Amava quella posizione perché sapeva che la visione del suo culo perfetto faceva eccitare gli uomini…

Ero perso nei meandri di questi pensieri quando il telefono squillò. Era la Padrona. Risposi e la setii gemere. «Mmmmm, lo sai cosa mi sta facendo Armando in questo momento? Mi sta montando da dietro come una vacca e adesso gli darò anche il culo. Mi sta facendo godere come non mi è mai successo. E poi l’idea di te geloso li in macchina ad aspettarmi con un plug infilato nel culo mentre scopo con un altro uomo mi fa bagnare in maniera quasi imbarazzante. E non sai le risate che ci siamo fatti quando l’ho raccontato ad Armando». Riattacò.

Dopo un ora e mezza la vidi riapparire dal portone e salì in macchina. «Ora voglio che ti tiri giù pantaloni e mutande e guidi così. Forza, andiamo a casa». Ero veramente imbarazzato e ogni volta che ci fermavamo a un semaforo avevo il terrore che qualcuno potesse vedere dentro. Cercavo allora di coprirmi con le mani ma appena lo facevo la Padrona me le spostava. Poi disse «Se provi a coprirti ancora una volta ti faccio togliere tutto!».

Quando ci si accostava un camion mi sentivo veramente sprofondare dalla vergogna e i secondi che mi separavano dal ripartire mi sembravano ore. Era una tortura terribile.

Poi cominciò a raccontarmi i particolari di quanto successo poco prima in modo estremamente diretto ed entrando nei particolari. «Hahahahaha, quindi sei geloso del fatto che sono andata a farmi scopare da un altro? Mmmmm, eppure il tuo cazzo sembra dire il contrario… Non hai idea di quanto mi  diverte vederti guidare con il cazzo duro e un plug nel culo. Oggi direi che abbiamo scoperto una nuova perversione dello schiavo. Ma quante ne hai? Sei proprio una piccola puttana. Ti eccita essere cornuto vero?». Proseguì in questo modo sbeffeggiandomi fino a casa.

Arrivati mi ordinò di parcheggiare e seguirla nel suo appartamento. Appena entrati, come di consuetudine, mi dovetti mettere nudo. Poi mi disse di seguirla in bagno dove riempì di acqua un bidet di porcellana. Si spogliò e inizio a farsi un bidet. Si lavò molto accuratamente, poi si alzò e disse: «Ora schiavo, ti bevi tutta l’acqua del bidet con i miei umori e forse tutto il resto». Da un lato la cosa mi disgustava profondamente per l’idea del resto ma contemporaneamente il cazzo mi venne duro come il marmo per questa ennesima umiliazione. Cercai di pensare solo agli umori vaginali della mia Padrona e bevvi fino all’ultima goccia. Lei si godette la scena toccandosi. Poi disse: «Questa volta ti permetto di godere, fatti una sega sui miei piedini, puttana». Venni dopo pochi colpi. Mi caccio il piede in bocca. «Pulisci!». Dovetti leccare via tutto finché non furono perfettamente puliti.

«Ora puoi andare schiavo, ci vediamo lunedì per le pulizie».

 

 

La tela del ragno…

Scritto da: Dasa
Pubblicato da: Elvira Nazzarri

La ragnatela è una sottile tela costituita da fili microscopici che i ragni tessono allo scopo di intrappolare le proprie prede, in genere insetti, recita sobria e didascalica Wikipedia. Un breve scambio di messaggi su Whatsapp, di quelli in cui, con una breve frase, mi fa eccitare come se fossi accarezzato dalle mani sapienti di tre donne contemporaneamente: azzerami Padrona, La imploro, sono così sopraffatto dal Suo dominio che non tollero la mia identità, vorrei solo esistere in quanto Suo schiavo. Le è tutto molto chiaro. Due disegnini, uno di fianco all’altro, e mi spiega con la consueta ironia cosa mi sta succedendo. Un ragnetto e una ragnatela. Sono caduto nella Tua tela? chiedo, “Sì”, e sparisce senza aggiungere altro.

Da quel momento mi vedo come sono in realtà, mi sento come sono in realtà e vedo una scena molto eccitante: sono imprigionato dentro una rete fittissima ed elastica di fibra sottilissima, delicata eppure così potente da sorreggere il mio corpo, attutirne l’impatto, adattarsi alle mie forme per rendere il mio stesso corpo privo di gravità, appeso al nulla e prigioniero dei miei stessi movimenti. Una consistenza mielosa che si appiccica al mio corpo e mi tiene immobilizzato coi profumi seducenti del Suo splendido corpo. È una metafora particolarmente adeguata a quello che accade in realtà. Dimenarsi non serve a nulla se non ad intricare ancor di più la fitta rete e rendermi, semmai possibile, ancor più difficile muovermi. Riverso a faccia in su, completamente inebetito e rassegnato ai fili sensuali che mi avvolgono, osservo la mia splendida Predatrice, vestita di nero, in quel Suo onnipresente reggicalze, il reggiseno di pizzo con il perfido laccio che attraversa la parte alta del seno, esaltandone l’imperiosa sfida vincente alla gravità, cedo al Suo sorriso sardonico, un po’ civettuolo e un po’ spietato mentre mi guarda sempre più indebolito. Sta aspettando che la preda sia completamente sopraffatta per divorarla e io non vedo l’ora che le forze mi abbandonino totalmente ed essere il Suo fiero pasto, annientato e finalmente leggero, privato di ogni inutile fardello di orgoglio.

Come un insetto mi sono imbattuto in Lei qualche anno fa. L’impatto fu in effetti fragoroso ma, esattamente come la tela del ragno è costruita per reggere l’urto degli insetti in volo, così la Sua tela assorbi il mio desiderio, scaturito immediatamente, e lo domò e indirizzò secondo la Sua volontà. I primi secondi ai Suoi piedi, che ho già descritto altrove, furono un’esplosione poderosa di sensualità ed erotismo raffinato e potente. L’erezione immediata, l’atmosfera drammatica come si conviene a un atto di dominazione e privazione di libertà, tutto aveva una potenza d’urto potenzialmente destabilizzante. Invece, la Sua voce tranquilla, le Sue mani sapienti, la perfezione della Sua figura e il magnetismo del Suo sguardo agirono come la tela, elastica e resistente.

Con l’andare del tempo, mano a mano che imparò a conoscermi e governarmi, mi stimolò di continuo per spingermi a desiderarLa sempre di più. Inducendomi a muovermi dentro la tela che mi imprigionava, alla vana ricerca della Sua immensa sensualità, faceva in modo che la tela si intrecciasse intorno a me. Solleticava sempre più il mio desiderio per intrappolarmi e non potevo sottrarmi ai Suoi stimoli, non potevo non causare la mia stessa, ulteriore e definitiva sottomissione.

Quando cominciai a capire che ero ormai preda, godetti della viscosità dei fili che mi aveva intessuto intorno e dove mi teneva imprigionato. Sempre più indebolito oggi la guardo trionfare. Non ho più resistenze, ho ancora un ego la cui sopravvivenza so dipendere solo da Lei, dal Suo arbitrio. Così, rilassato e serenamente prigioniero, non mi dimeno più, del resto sono totalmente impossibilitato a muovermi. Posso solo ammirarLa, desiderarLa e ubbidirLe, nella speranza che mi conceda un briciolo della Sua attenzione.

Presto non avrò più forze e sarò solo la Sua preda, il nutrimento per l’incontenibile e trionfale divina vanità della mia Signora. Quel momento, sospetto, sarà forse un doloroso passaggio ma poi sarò finalmente me stesso: un uomo che vive per cantare e testimoniare la superiorità di Mistress Elvira, Signora potente e implacabile del mio destino. Oltre questo il vuoto. La mia identità totalmente trasformata in quella dello schiavo nella cui devota sottomissione si specchia il trionfo assoluto della Regina Aracnide.

 

 

Piedini con smaltino rosso e sabot Les Tropeziénnes

Il gioco delle maschere

Scritto da : Artemis
Pubblicato da: Elvira Nazzarri

Lei entra nello studio e si ritrova una visione potente: tre figure di uomini completamente coperti dalle toghe con i volti nascosti dietro a delle maschere, a dir poco evocative.

Le maschere sono in metallo e totalmente impersonali, hanno solo piccoli spazi per gli occhi, due foretti minuscoli per respirare, uno spazio piccolo per la bocca e, al posto del naso, terminano con falli, di forma e dimensione diverse.

Gli uomini, inoltre, sono legati con delle polsiere: due in ginocchio con le mani dietro la schiena stretti alle gambe della grande scrivania. Sembrano sorreggerla. L’altro è legato a croce in cima.  La donna li conosce. Sono i fratelli che fino a ieri frequentava separatamente. Si esalta, perché è fortemente attratta da loro e ora si può avvicinare e disporne di loro come vuole lei. Sono inermi, in attesa di quel che succederà. Lei non riesce a trattenersi. Con loro la natura è stata molto generosa e, quindi, appena si avvicina ai primi due si abbassa e li sfiora entrambi sul cavallo dei pantaloni. Li carezza leggermente con sensualità e un’incredibile lentezza. Li sente… sono già eccitati, sarà la posizione, la maschera umiliante o l’abbigliamento della donna, oppure le mani curate con smalto rosso fuoco che carezzano con curiosità? Loro sono feticisti, amano le calze e hanno un’attrazione nei confronti di lei.

La donna si alza e va a carezzare l’uomo legato a croce in cima alla scrivania, gli altri due cercano di allungare la testa per strusciarsi sulle sue gambe come dei gattini. Quello legato in cima alla scrivania, Zucchero (il soprannome da lei scelto), è il preferito della donna, perché ha una personalità molto frizzante ma è anche molto sensibile, nonostante cerchi di nasconderlo. Tuttavia oggi lei lo umilierà.  Slega le mani dei due che stanno ai piedi della scrivania e che aveva precedentemente chiamato Candy e Zest. Questi ne approfittano subito gettandosi come cani affamati sul pezzo di carne. Carezzano le gambe, infilano le mani sotto la gonna, cercano di leccare le cosce, uno palpa il sedere, anche se sanno benissimo che è cosa proibita toccare la Padroncina. Difatti, possono carezzare solo entro il limite della balza; una regola stabilita negli incontri precedenti. Lei si gira e lo sgrida, prende un righello poggiato sulla scrivania e lo bacchetta, mentre con l’altra mano indaga la situazione tra le cosce dell’immobilizzato in cima alla scrivania. Comportatevi bene!

“La prego mi faccia sfiorare le sue calze, la prego”, implora Zucchero ancora immobilizzato. Lei si avvicina alle sue mani saldamente legate alla scrivania. Lui le sfiora le calze ultrasottili (8 denari) e supplica: “Mi sleghi la prego, ho bisogno di sentirla e strofinarlo come un cane su di lei!”

“Zitto!” risponde lei, “da quando hai il permesso di parlare? Adesso visto che lo desideri così tanto… lo faccio fare ai tuoi fratelli.”

Gli altri esultano. La donna li slega e li trascina al guinzaglio a qualche metro di distanza dalla scrivania. In questo modo, l’immobilizzato può ammirare la scena. Lei indossa un tailleur nero attilato, con sotto solo il reggiseno e la gonna corta con uno spacco davanti che mostra la balza della calza. Ai piedi esibisce i tacchi a spillo metallici e la  décolleté a punta. Un austero chignon le raccoglie i capelli. L’eyeliner e il rossetto scuro forse le fanno guadagnare qualche anno, ma il fisico è quello di una splendida trentenne. Abbassa la cerniera dei pantaloni dei due fratelli e gli ordina di estrarlo: “Fate i bravi cagnolini, su avanti strusciatevi sulle gambe della vostra Padroncina!”

I due fratelli al guinzaglio cominciano a strusciare i grossi cazzi sulle gambe velate della loro Padrona, mentre Zucchero subisce la scena. Eppure, è lui quello che l’ha conosciuta per primo un anno fa. Le lasciano delle strisce di liquido sulle gambe.

“La supplico venga qui, non mi lasci qui da solo, ho bisogno di un suo contatto!”, implora Zucchero. La donna trascina Candy e Zest dietro di sé a quattro zampe.

“Che c’è, ti senti solo?”, gli domanda con un risolino provocatorio. Molla i guinzagli e sale sulla scrivania, con mossa felina struscia la gamba sul suo pene. E continua con la provocazione. Lui esasperato le dice : “Non sento niente, ci sono i pantaloni, la prego lo liberi.”

Lei temporeggia e passa il suo indice avanti e indietro sul pantalone godendosi l’attesa imposta a Zucchero. Il suo membro è gonfio di desiderio e lei lo sente benissimo anche attraverso i pantaloni. Decide di estrarlo e lo afferra carezzandolo con forza. “Aiutatemi!”, dice la donna ai due rimasti a cuccia sotto la scrivania. Scattano in piedi e la sorreggono ai lati della scrivania mentre lei si alza e comincia a calpestare il membro gonfio di piacere di lui.

A lei piace molto lo shoe job, strofina freneticamente la suola della scarpa sul membro gonfio di desiderio di Zucchero, fa scorrere abilmente la punta della décolleté sul frenulo di Zucchero e nello stesso istante infila il tacco a spillo nei suoi testicoli.  Poi si sfila la scarpetta e, con il piedino, scivola su e giù per il cazzone finché non percepisce il limite dell’uomo. “Basta così! Tornate a cuccia… Ma lo sai caro, che adesso devi leccarmi i souvenir che mi hanno lasciato i tuoi fratelli sulle gambe?”, dice compiaciuta guardandosi le scie di liquido evidenti lungo le sue gambe.

“Mai!”, si oppone Zucchero schifato.

“Su avanti! Esegui senza discutere o noi due non ci frequenteremo più!”

Bastano quelle parole per farlo capitolare e dopo pochi istanti estrae la lingua con disgusto e lei ci strofina una gamba. Presto le passa la fantasia. Desiderava solo capire sino a dove si sarebbe spinto lui per devozione nei suoi confronti. “Zucchero, sai che la tua maschera mi ispira?”, dice la donna ispirata dalla forma incurvata del fallo sulla maschera di Zucchero.  La forma è proprio quella che serve per raggiungere meglio il punto g. Lei si mette sopra e comincia a toccarsi, mentre Candy e Zest hanno il permesso di osservarla e farle i grattini sulle piante dei piedi. Le leccano anche i piedi mentre lei a pochi centimetri dalla testa di Zucchero si sfiora e si penetra con le dita mentre il poveretto rimane legato e con la testa intrappolata dalle sue cosce.

“Adesso intendo usarti per il mio piacere”, gli dice soddisfatta.

Sale sul fallo e si scopa la sua maschera, mentre gli altri due guardano e continuano a leccarle i piedi. Candy non riesce a trattenersi e si getta a leccarle il culo mentre lei si muove sulla faccia di suo fratello. Infila bene bene la sua lingua dentro, in profondità.  Così anche Zest cede e da sfogo alle sue pulsioni, cominciando a strusciare il suo pisello sulla pianta dei piedi di lei. Lo fa scorrere avanti e indietro e poi prende anche l’altro piede. Se li sta scopando i suoi bellissimi piedi mentre lei ha le teste degli altri due in prossimità delle sue parti intime.

“Il fallo finto non mi soddisfa, ho voglia di prendere un cazzo vero!”, dice lei.

Si fermano tutti e rimangono senza parole. Non sanno come reagire. E’ poco rispettoso farlo!!! Inoltre lo desiderano tutti e tre, come faranno? Non vorrà mica metterli in competizione? Sarebbe crudele. Lei intanto trascina Candy e Zest al guinzaglio ai suoi piedi affiancandoli. Sceglie quello che le sembra avercelo più grosso. In effetti è una scelta complicata perché appare che li abbiano fatti con lo stampino.

“Uffaaaaaaaaa, e io?”, si lamenta Zucchero ancora legato.

“Adesso vedrai, Zucchero mio.”, sussurra la donna mentre si avvicina per slegarlo.  Fa scendere dalla scrivania Zucchero e lo sostituisce con Zest, il prescelto dopo la valutazione, mettendolo al suo posto, legato a croce. Sale sopra di lui e si infila dentro il suo membro.  Poi trascina il guinzaglio del fratello lamentoso, Zucchero, verso di sé: “Adesso tu me la lecchi mentre mi scopo il cazzo di tuo fratello!”

“Nooooo, non può farmi fare queste cose!”,  esclama lui.

“Forza obbedisci o ti scordi i miei piedi per sempre.”, minaccia la donna conoscendo il potere del suo fascino su Zucchero.  Malvolentieri lui comincia a leccare, impegnandosi a non scivolare con la lingua sull’asta del fratello, dato che lei se lo sta scopando per bene e si muove senza sosta su quel enorme cazzo. Tanto atroce la punizione non deve essere dato che sembra far fatica a trattenersi dal venire. Il terzo osserva in lontananza. Candy è il feticista puro e anche voyeur. Se lo mena davanti a tutti osservando la scena. Lei gode molto più dell’idea di far impazzire tutti e tre, adora guardare gli uomini con il cazzo che gli sta per esplodere mentre se lo menano. È super eccitante.

A un certo punto, si stanca anche di questa perversione. Lei è così. Le piacciono cose nuove e sempre più spinte e perde interesse molto facilmente. Scende dal giocattolo, libera Zest e trascina tutti e tre  al guinzaglio nella sala accanto. Si ferma davanti allo specchio e  osserva compiaciuta i tre cagnolini ai suoi piedi. Poi le viene in mente l’altalena speciale per i giochi fetish. Si dirige verso l’attrezzo con i tre imbambolati. Mette un laccio di corda lunga alle palle di Zucchero e due gogne per testicoli agli altri due. Sale sullo sling e si fa agganciare le gambe in su.

Ordina al suo amato Zucchero di leccarle bene sia il culo sia la patata, mentre gli altri due si devono occupare delle gambe e dei piedi. Lui al guinzaglio e a quattro zampe si applica per ripulirla per bene dopo la scopata, gli altri due infilano i loro cazzoni tra la coscia e la balza della calza strusciandosi. Lei gode ad avere tre enormi cazzi tutti per lei, con la consapevolezza che la desiderano e che lei può umiliarli in qualsiasi modo. È lei quella che li utilizza come sex toy, nonostante siano uomini sulla 50ina e professionisti affermati.

“Adesso, Zucchero caro, alzati e prendi il cazzo in mano e strofinamelo sulla patata. Fammi da vibratore esterno”, indica la donna a Zucchero.

Gli altri due continuano a strofinare i cazzi contro la coscia nella calza di lei e le leccano al contempo i piedi, carezzando le sue gambe. Lui fa quello che lei gli chiede, muore dalla voglia di infilarlo tra quelle calde e bagnate labbra, ma lei lo ha addestrato bene! Quindi si fa consumare dal desiderio che è quasi insopportabile senza prendere iniziative.

A un certo punto lei gli dice: “Zucchero scopami, fammi godere, ma non venire. Non puoi venirmi dentro! Tu sei solo il mio toy boy, il mio vibratore!”

Zucchero obbedisce, dopotutto lei è la sua Padrona e lui uno strumento nelle sue mani.  Lei avvolta dalle attenzioni dei tre fratelli  arriva al godimento. Lo bagna a dismisura… lui fa fatica a resistere, difatti ogni tanto deve fermarsi. Per fortuna aveva l’aiuto del laccio alle palle che lei gli aveva messo per non farlo venire subito e con il quale gli dava il ritmo durante la scopata, tirandolo per le palle come fossero redini. Soddisfatta lei ordina ai tre fratelli di mettersi in ginocchio e sborrarle sui piedi. Loro, esausti, si lasciano andare, ma lei è diabolica!

“Amori, adesso ripulite il disastro che avete combinato, sino l’ultima goccia, senza storie!”, esclama ridendo. Gli uomini lo fanno contro voglia, schifati, umiliati, ma devotamente sottomessi.

Nel bel mezzo di questa scena suona il telefono, lei si sveglia di colpo e vede sullo schermo la chiamata in arrivo da Zucchero. Caspita tra mezz’ora si sarebbero dovuti incontrare e lei stava ancora a letto. Chissà cosa si inventerà per lui dopo questo sogno hard.

 

 

Il togaman

Conoscevo Amleto (il nome che gli assegnai in base al suo carattere) da parecchi anni, ci siamo incontrati in una situazione particolarmente intrigante, una delle sue tante amanti desiderava conoscermi. Il primo incontro è stato totalmente concentrato sulla ragazza, molto carina e calda. Mentre avevo notato segni di vago interesse da parte di lui. Dopotutto chi non desidererebbe il frutto proibito, non nego che avevo fatto un pochino la sostenuta e l’inavvicinabile di proposito per provocarlo. Ci eravamo frequentati per un po’, io, lui e l’ampia varietà delle sue amanti, ammetto una più interessante dell’altra a livello di fantasie. Notai però che Amleto stava cercando di avvicinarsi, ogni tanto ci giocavo a stuzzicare i suoi feticci e non gli permettevo neanche di sfiorarmi i polpacci. Scoprii che ad Amleto piacciono le gambe e il thigh gap, specie se in calze molto velate. Il suo desiderio verso di me cresceva. Ma io non gli concedevo altro. Dopotutto, si era dichiarato Master. Due dominanti sono incompatibili, perché è sempre una lotta di potere, a meno  che uno non si sottometta per gioco, per dare quell’iniziale senso di potere all’altro da togliere successivamente frustrando ancor di più la controparte. E anche se a me i giochini di potere piacciono da morire, mi limitavo per rispetto verso quelle povere ragazze presenti. Mica gioco scorretto per sottrargli l’osso. Poi Amleto non era proprio il mio tipo d’uomo ideale, l’età ci poteva stare, ma si era lasciato andare fisicamente, adducendo scuse varie e soprattutto rimarcando il suo ruolo da toplegal privo di tempo ma utile quale amante … lo trovavo ridicolo. E trovavo risibile anche questa sua necessità di qualificarsi come tale immediatamente con tutti. Se vali, non hai bisogno di rimarcare il tuo ruolo! Ma  comunque riusciva a giocare a tennis e golf, fare vela e sci, insomma era quasi da manuale. Il tipico togaman in gessato, con pochette, Rolex e Blackberry.

Dopo un paio d’anni iniziammo a vederci settimanalmente anche da soli in modo ludico, senza star a badare troppo ai giochi, io pretendevo solo rispetto da parte sua e lui era troppo impegnato nel tentativo di sedurmi. Gli uomini di quel tipo quando vogliono ottenere una donna sanno essere dei veri gentleman, almeno fino al momento della conquista, poi tornano se stessi. Da parte sua c’erano tante attenzioni, regalie varie (sempre pensate appositamente per me), contatti fisici zero, tante provocazioni da parte mia e un gusto nel gioco della seduzione da entrambe le parti. Eravamo diventati molto intimi senza esserlo stati fisicamente. Frequentando altri suoi colleghi, mi ero fatta una certa opinione sull’indole dei togamen e perciò mi stavano un pochino antipatici. Amavo, però, giocarci, sfidandoli. Non mi ero mai impegnata nel tentativo di sottometterlo sino a un preciso giorno.

Arrivò da me con notevole ritardo… era in macchina sotto a telefonare già da 20 minuti! Come osa far attendere una signora? Pensai. Quando mi si manca di rispetto mi arrabbio. Gli scrissi: sali su immediatamente, cafone che non sei altro! Lungo le scale sentii la telefonata… era salito e proseguiva a parlare di lavoro per altri 45 minuti, con me seduta davanti sulla scrivania a fissarlo seduto sul puff, in basso mentre era intento a farmi i grattini sulle gambe. Lui mi faceva segno di non parlare. Zitta a me? Ho avuto sin troppa pazienza. Stavo meditando di mandarlo a quel paese! Appena chiuse la telefonata presi la sua pochette di Hermès e mi ci lucidai le scarpe. Che tenevo appoggiate sulle sue ginocchia. “Ma così mi si sgualciscono i pantaloni, gioia cara”, protestò! ” Vedi quella porta? Ora gradirei che ti alzassi e te ne andassi senza mai più far ritorno, perché oggi mi hai davvero fatto traboccare il vaso della pazienza. Sono esausta di questi continui spostamenti di orario e delle attese. Sei maleducato! Non sai comportarti con le donne, io non sono come le altre che sei abituato a frequentare e che mandano giù qualsiasi cosa, in senso letterale!” Sì alzò dispiaciuto: “Quindi buttiamo così 6 anni di conoscenza?” In quel momento vidi qualcosa nei suoi occhi e mi sono fatta prendere dalla compassione, era un uomo solo… la solitudine mi fece così tanta pena che decisi di assumere questa nuova mission: cambiarlo! La sindrome da crocerossina si è impossessata di me e sapevo che inevitabilmente sarebbe finita male, perché lui oltre a essere uomo riuscito è un togaman.

Lo feci restare, ma credo che in quel momento lui si montò un pochino la testa. Avrà pensato che ci fossero speranze di portarmi a letto (l’unico suo interesse nei miei confronti). Per poi, una volta piantata la bandierina, tenermi nel suo harem di amicizie occasionali da chiamare all’occorrenza. Il nostro gioco ebbe una evoluzione hard, direi! Lui cominciò a fare una sorta di breadcruming diventando sempre più gentile e particolarmente attento alle mie esigenze. Salvo farsi sfuggire, ogni tanto, la sua vera indole. Voleva corrompermi! “Andiamo, tutte sono corrompibili! Dimmi solo cosa desideri e trattiamo…” Quando faceva così io lo penalizzavo! “Sparisci dalla mia vista miserabile!”, gli rispondevo immancabilmente senza farmi poi trovare per lunghi periodi. L’abbandono non fallisce mai! Come osa paragonarmi ad altre, io sono unica!Solo quando aveva perso le speranze mi rifacevo viva. Sapevo che aveva questa necessità di “corrompere” le signorine per farsela dare e poi spalarci tonnellate di letame deridendole perché appunto corrompibili. E non parliamo di tutte quelle cose veramente perverse che aveva fatto fare alle sue amanti, scaricandole poi come fazzoletti usati. Forse il suo subconscio è al corrente che lui non vale più di un rapporto basato sul do ut des. Io invece volevo farlo capitolare, rendere il grande masterino pieno di sé mio schiavo! Sarebbe stato un punto di non ritorno. Certo, questa è superbia, ma non esiste nulla di più potente quanto sottomettere uno stronzo di quel calibro. Il suo tempo, le sue emozioni, le attenzioni, il suo rispetto, tutto doveva essere rivolto solo a me!

Amleto a volte non si rendeva proprio conto che gli stavo facendo fare delle cose come e quando volevo io. Per esempio, ero stanca dei ristoranti stellati in pieno centro, perché non faceva alcuno sforzo per portarmi fuori, chiedeva alla segretaria di prenotare, pagava con carta di credito, mi mandava un Uber o mi veniva a prendere (quando facevo particolari capricci, perché comunque preferiva rimanere in studio, invece di perdere un’ora o poco più in macchina per venirmi a prendere). Primo step: avevo preteso che venisse sempre a prendermi personalmente, perché farmi recapitare in stile Uber eats non è da gentleman. Secondo step: mi facevo consegnare il telefono durante la cena! Con una signorina così bella, elegante e della metà dei suoi anni sarebbe proprio da disgraziato beduino star a badare a chi lo chiama. Il suo tempo doveva essere solo mio nei momenti passati assieme. (In realtà speravo che si riposasse un pochino, era praticamente una macchina che pensava solo ai soldi!) Quindi escogitai anche un trucchetto per farlo uscire prima dallo studio. Gli chiesi di andare a prendere delle cose da Peck, così avremmo potuto fare un bel picnic con luci soffuse in studio da me. La cosa richiedeva (un enorme) sforzo per essere eseguita, perché doveva uscire prima dallo studio (cosa che non succedeva da quando i suoi figli avevano superato l’età da elementari), fare la fila per il cibo, sceglierlo e recarsi da me. Ovviamente per gratificarlo è successa una cosa inaspettata. Per la prima volta mi vide in intimo! Bustino, calze con riga, reggicalze, reggiseno, mutandine in pizzo nero! Tacchi altissimi con tacco di metallo. Tuttavia, dopo l’iniziale entusiasmo si  depresse perché non gli permisi di fare nulla. Solo di guardare mentre mangiavo in questa mise super sexy! Ottenuto  ciò, rincarai la dose. Ero diventata un investimento in senso temporale. E i precedenti, si sa, son pericolosi.

Cominciai a divertirmi mandandogli whatsapp in orari diversi, imprevedibili. A volte i whatsapp contenevano semplici comunicazioni; altre volte contenevano foto altamente erotiche di tipo fetish non troppo esplicito. Cominciò ad aver paura di aprire i miei messaggi dopo che gli capitò di aprire una foto hot in aereo vicino a una signora che poi lo guardò male per tutto il viaggio. Amleto è ossessionato da quello che potrebbe pensar la gente di lui. “Cielo, che figure che mi fai fare”, diceva sempre. Gli capitò di ricevere foto compromettenti anche in udienza, in riunioni e in conference call, in vari casi notate dai suoi colleghi. Insomma ricevere un mio whatsapp era diventata una scossa di emozioni, potevano contenere qualsiasi cosa. Difatti mi scrisse: A me viene davvero duro ogni volta che ricevo una notifica di un tuo messaggio! La mia risposta fu sintetica: Darling, si chiama apprendimento con rinforzo. Cominciai a messaggiarlo anche di notte. Solo per il gusto di farlo svegliare alle 2 di notte,  con l’idea che fosse un cliente e invece… ahahahah. Mi divertivo un mondo a torturarlo piacevolmente! Erano tutte attenzioni che in fondo a lui piacevano moltissimo. Era un segno di pensiero nei suoi confronti, perché comunque in casa era poco considerato come tutte le persone assenti. Era solo un bancomat. Mentre i miei messaggi eran sintomo di attenzione e spezzavano la solitudine del suo animo. In fondo Amleto non rispetta nessuno, ha il tarlo che lo divora dentro. Questo dubbio lo consuma e gli fa pensare che le persone lo frequentino solo per ottenere qualcosa in cambio o perché semplicemente è utile. Io gli ho sempre detto che per essere cercati per quello che si è, e non per quel che si offre, bisogna esserci!

Un bel giorno, presi anche appuntamento nel suo studio (a sua insaputa) con la sua segretaria. Arrivai, apparentemente sobria come look: capelli legati in uno chignon, trucco anni Cinquanta, tubino e giacca scuri, una bella borsa ma… un paio di calze con riga e scarpe decisamente  molto aggressive. Appena mi vide, sbiancò! “Ma Elvira, proprio così’ dovevi presentarti, ma … adesso mi faranno domande!” “Beh, caro, sei un equity partner, al massimo i tuoi soci si insospettiranno e qualche pettegolezzo circolerà, tanto la tua categoria è particolarmente avvezza al gossip”, scoppiai in una sonora risata. Dunque mi accomodai davanti alla scrivania e gli feci notare, en passant, accavallando le gambe velate, che ero senza biancheria intima. “Stronza! Così mi stai frustrando, e non ti avvicinare, che potrebbe entrare qualcuno”. Amleto si stava irritando. ” Ma come, non li hai addestrati a rispettare la privacy?”, gli dissi alzandomi e avvicinandomi a lui, carezzando la sua spalla e il petto mentre mi accomodavo davanti a lui sulla sua scrivania guardandolo negli occhi! Giocherellando con la sua cravatta mi misi a gambe aperte e con arroganza gli dissi: “È questa che vuoi conquistare?” L’espressione del volto di Amleto era impagabile. Era un misto di rabbia controllata e godimento. In fondo, essere preso per i fondelli in modo palese non gli dispiaceva. Gli squillò il telefono, mi chiese di scendere. Io gli feci capire che non ne avevo proprio intenzione e cominciai a toccarmi davanti a lui mentre lui parlava di lavoro! Ogni tanto stuzzicavo i suoi pantaloni rigonfi con la punta della scarpa. Finita la telefonata decisi che era il momento di andarmene. Nello scendere gli misi il piede sul pacco e strofinai la suola della scarpa sul suo cazzo già duro! Notai una macchia ben evidente. Si era bagnato come una zoccola! “Dunque ora vado perché mi posso permettere solo una consulenza”, gli dissi e gli gettai una busta sul tavolo. Lui la aprì e mi disse: “La prima consulenza per le giovani signore come te è pro bono.” Poi mi infilò il contenuto della busta tra la balza della calza e la coscia, dicendo: “È qui il loro posto vero?”. Gli diedi uno schiaffo immediato! Come osa?! Tra me e lui, la donnaccia è lui! “Sei un maschilista schifoso!”, alzai la voce e me ne andai… Neanche il tempo di entrare in ascensore che mi arrivò un messaggio di scuse: Sono davvero mortificato, non intendevo ciò che hai interpretato tu, davvero non so come farmi perdonare. Non era questo il messaggio che volevo far passare. Me lo potevo aspettare che certe indoli non cambiano mai! Passarono diverse settimane prima che mi decidessi a rivederlo. Ripartimmo di nuovo da zero, sembrava la tela di Penelope. Appena passava del tempo tra un nostro incontro e l’altro, regrediva al suo stato di uomo volgare. Era un terreno incolto da arare nuovamente. Era energeticamente molto dispendioso.

Tornati al punto di prima dello schiaffo, un pomeriggio mi arrivò un messaggio: Stasera ti porto in un posto speciale, vestiti adeguatamente. Era estate, sua moglie era già in vacanza e io mi chiedevo che posto avesse scelto, cercai di scoprirlo con messaggi vari, fiutavo un trappolone, lo conoscevo troppo bene! Lui però rimase impassibile e non mi diede alcun indizio. Così misi un vestito estivo lungo sino a terra, vistoso! I colori erano quelli della coda di un pavone, come al solito ho scelto una mise particolare. Venne a prendermi sotto casa e ci ritrovammo davanti a un night club nelle vicinanze di viale Certosa! Potevo aspettarmelo da quel disgraziato. Entrammo e mi ritrovai una quantità esagerata di donne super sode in lingerie super sexy e ovviamente mi guardarono tutti. Una donna non ballerina che entra in un night club e per di più vestita sino ai piedi? Tra l’altro il mio vestito lì dentro si illuminò tutto diventando fluorescente e trasparente! Amleto mi fece accomodare su un divanetto, si fece circondare da due ballerine e mi chiese: “Allora non ti senti un po’ fuori luogo?” Io gli risposi con assoluta calma: “Per nulla, anzi mi piace guardare… ho indole da voyeur in più io non ho alcun dubbio sulle mie qualità, sto bene con me stessa e di conseguenza mi ambiento in qualsiasi luogo. Sei tu quello pieno di incertezze che ti costringono a qualificarti immediatamente come avvocato tale dell’omonimo studio legale. Cosa che ritengo un po’ sciocca e pericolosa in certi ambienti. Inoltre non capisco perché tu debba frequentare dei club di scambio a Parigi nei tuoi viaggi di lavoro, quando potresti benissimo farlo in Italia, dopotutto non sei una superstar riconoscibile. Ti rammento che la foto nel sito del tuo studio è vecchia almeno 15 anni. Scommetto anche che frequenti quei postacci nell’illusione che in tal caso le signore siano mosse dal desiderio nei tuoi confronti invece che dall’interesse. Se così fosse ti devo smentire, conta la situazione, tu potresti essere benissimo un altro uomo anche senza volto. Secondariamente avevi un’amante che ti desiderava molto, che non ti aveva mai chiesto null’altro della tua presenza, ma tu proprio per questo la ritenevi stupida, l’hai usata e poi ritenendola pure prevedibile l’hai abbandonata. Ci sono certe incoerenze nei tuoi comportamenti, sai! A volte credo che tu ci goda a frequentare donne a gettone…” La serata proseguì normalmente fino alla fine, poi lui partì per la vacanza, ovviamente interrotta varie volte a causa di numerose necessità da parte dei suoi clienti. Credo abbia passato più tempo in aereo e in ufficio che in relax, come da sempre del resto.

Un giorno di settembre dopo tempo che non ci vedevamo mi arrivò un messaggio:  “Domani ci dobbiamo vedere e voglio leccartela, perché poi lunedì ho una riunione con i francesi e sono frustrato!”.  Così a secco, crede di avermi nel freezer pronta all’uso, pensai e non risposi. Ma che razza di messaggio è? Devo? Ma quando mai…?  Attesi sino a lunedì con un piano quasi diabolico. Alle 15 gli avevo mandato un messaggino, dicendo: Oggi avrei voglia di vederti! Lui rispose subito: Mi dispiace siamo qui con i francesi in riunione e termineremo probabilmente dopo cena. Te l’avevo anche detto settimana scorsa. Gli risposi: “Peccato, oggi ti avrei fatto leccare ciò che desideri da tempo… Arrivò una risposta immediata: Alle 16.30 sono da te, non vedo l’ora di assaggiare finalmente il tuo dolce nettare, dopo 6 anni! Che bello!!! Arrivò puntualissimo e tutto esaltato, gli chiesi di entrare e accomodarsi sulla sedia, mi avvicinai da dietro e lo bendai. Mi disse: “Non è che hai pianificato un delitto?” “Ma cosa dici, voglio rendere tutto più intenso!”, gli sussurrai. Lo portai davanti allo specchio, lo feci sedere. Mi misi sul trono dietro di lui e gli tolsi la benda. “Ecco ora puoi leccare il riflesso delle mie parti intime nello specchio!” “Cosa? Ma io pensavo che…” ” Zitto! Avvocato, le ho forse detto esplicitamente che mi avrebbe assaggiata? Le concedo di leccare la parte che tanto ambisce, che sia riflessa nello specchio è solo un minimo dettaglio, ma già così è un privilegio. Non ho precisato altro, sono state le sue aspettative a creare un film un tantino assurdo se ci pensa bene! “Ahaha, in un secondo gli avevo abbattuto tutte le sue speranze! Avevo creato delle montagne russe di emozioni. Ma la cosa sorprendente… ha leccato lo specchio e poi si è gettato ai miei piedini. Fu un grande passo verso la mia meta!

Tuttavia, certi vizi non riuscivo proprio farglieli passare. Quel telefono era sempre presente e se squillava i suoi occhi esprimevano allarme. Una volta, per divertirmi, sollevai il telefono che squillava, gli lessi il nome sullo schermo e lo guardai negli occhi sorridendo. Lui era terrorizzato. Risposi e dissi: “Mi dispiace, l’avvocato ha dimenticato il telefono in studio, sarà di nuovo raggiungibile domani mattina, devo lasciare un messaggio?” “Ma cos’hai fatto ? E’ uno dei miei migliori clienti! Lo devo richiamare subito!” “Te lo sconsiglio, potrebbe capire che stavi facendo ben altro! Porco schifoso!”, consigliai al poveretto in una crisi di panico con gran soddisfazione da parte mia. Un’altra volta, dopo avergli concesso di rispondere, mi ripresentai a fine telefonata con un collare e guinzaglio, dicendo: ” Toh, questi ti torneranno utili, così la prossima volta che il cliente fischia ti presenti a lui in modo adeguato. Magari scodinzolando a dovere.” Diciamo che la resistenza al telefono dipendeva anche dal periodo lavorativo. Però, sembrava più un dipendente da call center che altro…

Superbia, cupidigia e invidia: direi che sono innate in quel tipo di persone. Ogni tanto, per gioco, quando lo coglievo in discorsi che sottolineavano questi temi lo sculacciavo per bene. Ma mi sa che queste brutte sfaccettature del carattere sono marcate a fuoco nelle sue ossa.

Una volta, lo beccai in centro con una delle sue amanti, mentre mi aveva spergiurato di essere all’estero. Non era mica la prima volta che mi mentiva. In qualche caso lo faceva per accreditarsi dei meriti, altre volte per giocare a risvegliare il senso di pena in me. Gli mandai un messaggino dalla stessa sala del ristorante: Cave, cave, Domina videt! Aveva capito subito e si guardò in giro. Dopo quel messaggino mi ritirai. Si sentì abbandonato e cercò di rimediare in tutti i modi. Frustrato, cominciò anche con minacce di denunce varie nei miei confronti, ma non c’erano alcune fondamenta valide e l’unico risultato era quello di allontanarmi ancora di più, ricordandogli che la calunnia come risposta sarebbe stata peggiore come accusa.

Ricominciammo nella danza del potere e possesso per altri nove mesi, fino al giorno in cui mi invitò a casa sua per l’ennesima volta. E io, presa per sfinimento e profonda pena nei suoi confronti, accettai! La moglie sarebbe rientrata da un viaggio all’estero solo la sera; era una domenica pomeriggio. Nel momento in cui varcai la soglia lo vidi! Ben diverso dalla solita mise da lavoro tutto stra-tirato… credo che presentarsi bene sia un segno di rispetto nei confronti dell’altro. Peccato, perché i miei feticci sono l’abito, la pochette, i gemelli da polso e le scarpe stringate. Stranamente la prima camera che mi volle far vedere fu la camera da letto. Quindi la storia del: “mi sento molto solo, sono stressato e vorrei passare un po’ di tempo con te nell’ambiente che mi rappresenta”, era una balla colossale. Furbo il volpone! Così avevo deciso come reagire… ” Dai Amleto, facciamolo nel tuo studio, sulla tua scrivania, ho voglia di qualcosa di piccante. La prima volta deve essere memorabile e poi mi penserai ogni volta che ti metterai al lavoro, sarà stimolante. Hai del nastro adesivo?” Ho fatto la civetta sino a quando non avevo terminato di legarlo alla sedia, braccia e gambe. Gli alzai la maglietta e con il mio rossetto gli scrissi sul petto SONO UN LURIDO PORCO! Prima di sparire, decisi di complicargli la vita. Andai nella sua camera da letto e lasciai un orecchino nel suo letto, sotto le lenzuola.  Mo’, voglio proprio vedere come se la cava con la moglie, pensai! Conoscendolo, dirà che è caduto alla colf mentre rifaceva il letto e la moglie alla quale conviene chiudere un occhio, lo farà. Poi aprii il suo armadio e gli tagliai una cravatta. Ho fatto un grande gesto per l’umanità, era oscena! Andiamo non si può usare una cravatta con i disegnini (animaletti vari) con un gessato! Me ne andai lasciandolo così al suo destino!

Abbandonai la mission. Da certi soggetti non si può aspettare rispetto. Quelli si comportano bene solo con chi detiene il potere e il denaro. Mi sentii profondamente delusa e ferita, ma era colpa mia. Non ci si può aspettare altro comportamento dalle puttane nell’animo. La delusione derivatane è il meccanismo più naturale quale punizione per la troppa compassione. Bisognerebbe avere rispetto delle persone che decidono di donare agli altri il proprio tempo, perché è l’unica risorsa che non potrà mai tornare indietro, ma questo in pochi lo comprendono. Inoltre non si può dominare chi ha già un Padrone ed è schiavo nel profondo e Amleto era schiavo del denaro, dei suoi tarli e della superbia.

Mi cercò varie volte nei mesi a seguire. Io risposi solo al primo messaggio dopo quel pomeriggio nel quale mi chiedeva del perché lo stessi abbandonando. Il messaggio diceva:

Ad impossibilia nemo tenetur.