Dominazione, Racconti dei miei faithful

La punizione della scrofa

Scritto da: schiavo amos
Pubblicato da: Elvira Nazzari
(ricordo a tutti che i racconti sono narrazioni in prosa di contenuto fantastico e non sono istigazioni alla violenza)

Stava chiudendo la saracinesca del negozio quando due uomini le furono addosso. Uno le mise un cappuccio e l’altro la prese di forza alle spalle e la buttò dentro il furgone parcheggiato davanti al negozio. Non ebbe nemmeno il tempo di urlare, uno dei due uomini la schiacciava a terra senza farla respirare con un ginocchio mentre l’altro le legava i polsi saldamente con una corda.

Le legarono anche le caviglie e poi la lasciarono sul duro pavimento in ferro del furgone e partirono. Viaggiarono a lungo e a un certo punto la donna sentì che la strada diventava sconnessa, due curve la fecero sbattere con violenza contro le pareti del furgone, poi poco dopo il furgone si fermò.

Sentì dei passi all’esterno poi il rumore del portellone che si apriva e l’aria fredda della notte la investì. La trascinarono fuori dal furgone e uno dei due uomini se la caricò in spalla. Entrarono in un edificio e poi, dopo aver sceso le scale, sentì che aprirono una porta e la buttarono per terra senza complimenti. Uno dei due le tolse il cappuccio e vide che i due uomini indossavano un passamontagna, era terrorizzata e a fatica provò a formulare una richiesta di spiegazione. La ignorarono e dopo averla liberata dalle corde le misero due ceppi di ferro ai polsi chiusi con due lucchetti e la incatenarono ad un robusto gancio fissato al soffitto, le fissarono una ballgag in bocca e senza dire altro uscirono dalla stanza.

Rimase li sola nel silenzio più totale, rapita e portata chissà dove non riusciva a darsi una risposta di cosa le stesse succedendo e perché. L’angoscia l’attanagliava.

Poi sentì dei passi che si avvicinavano e la porta che si spalancava. Una donna dai lunghi capelli corvini raccolti vestita elegantemente le si avvicinò. Quel viso le pareva di conoscerlo, l’aveva già vista anche se non ne era certa. Elvira la guardò con profondo odio negli occhi e poi le disse «Buonasera scrofa!»

La donna provò a parlare ma la ballgag le fece emettere solo un suono disarticolato e ridicolo.

Elvira sorrise nell’udire quel suono, poi afferrò con entrambe le mani la camicetta della donna e tirando con forza la lacerò. Continuò a tirare fino a quando non si strappò completamente. Finito con la camicia fece lo stesso con i pantaloni aiutandosi con una forbice, quindi il reggiseno e poi le mutandine. Infine le sfilò con violenza le scarpe. Ora la donna era completamente nuda e mostrava il corpo poco armonioso e sproporzionato di una cinquantenne un po’ in carne alle prese con i primi segni della decadenza.

Elvira aprì un cassetto e prese uno strano strumento formato da due ganci metallici, delle molle e delle cinghie. Posizionò i ganci nelle narici della donna e poi legò i lacci intorno alla nuca facendo il modo che il naso sembrasse quello di un maiale.

«Hahahahaha», rise di gusto Elvira, «Ora si che assomigli a una scrofa, tutta rosa e cicciottella».

Poi la prese per i capelli, la fissò intensamente negli occhi e le chiese «Hai capito vero chi sono?»

La donna ebbe un sussulto, ora aveva collegato le poche foto che aveva potuto vedere, era l’odiata donna che le aveva portato via il suo compagno e che lei aveva soprannominato incautamente “La troia”.

Elvira si girò verso la porta e a voce alta disse «Vieni subito Amos». Pochi secondi dopo entrò un uomo completamente nudo che con estrema umiltà a capo chino disse «Mi dica Padrona».

«Amos voglio che prepari la scrofa, rasale la fica e portamela nella sala delle torture».

Lo schiavo legò un distanziatore alle ginocchia della donna così che non potesse ribellarsi e poi, dopo aver cosparso la fica di schiuma da barba eseguì l’ordine della Padrona. Quindi mise un ceppo metallico al collo della nuova schiava e dopo averle legato le braccia dietro alla schiena la trascinò a forza nella stanza dove erano attesi dalla Padrona.

«Mettile due clip per raccoglitori sulle labbra della fica e poi legala sulla sbarra».

La sbarra era un paletto di acciaio fissato orizzontalmente a poco meno di un metro da terra, collegata a dei cavi elettrici.

Amos posizionò di forza la donna a cavalcioni, con la fica ben aperta dalle pinze a contatto della barra metallica. Quindi legò con un cordino gli estremi delle due clip sotto la sbarra così che la fica della donna rimanesse ben avvolta al palo.

Quindi Elvira fece un cenno e indicò gli stivali. Lo schiavo si lanciò a suoi piedi e iniziò a leccarli seguendo la Padrona quando si spostava.

«Guarda scrofa e impara. Da oggi e per il resto della tua esistenza diventerai una mia schiava e vivrai al mio servizio». La donna guardò con odio Elvira che le rispose con un sorriso soddisfatto mentre si avvicinava ad una manopola fissata sulla parete.

Quindi girò l’interruttore a circa un terzo della scala numerica stampata. La corrente iniziò a circolare nella sbarra e la vittima si irrigidì e iniziò a urlare. Lo schiavo intanto continuava diligente a leccare gli stivali della sua Padrona.

La schiava cercava disperatamente di spingere con le punte dei piedi per evitare il contatto della sbarra elettrificata ma le pinze fissate sulle grandi labbra le impedivano di sottrarre la carne della fica dal terribile contatto.

Elvira allora girò ancora la manopola e la portò sul 7. La donna urlò ancora più forte, si sentiva ustionare la fica. Amos intanto leccava con ancora più veemenza e mostrava in maniera inequivocabile l’eccitazione per la crudeltà messa in scena dalla sua Padrona.

Elvira se ne accorse e strofinò lo stivale sul cazzo dello schiavo che si bagnò di liquido pre-cum. «Pulisci subito lo stivale cagna o attacco anche te alla sbarra insieme alla troia!» gli intimò.

La schiava intanto si dimenava in maniera scomposta, disperata e in preda al dolore lancinante.

Elvira, non ancora soddisfatta, portò la potenza al massimo. La fica della donna iniziò a fumare. Il dolore ormai insostenibile le procurò un movimento violento che strappò le pinze dalle grandi labbra. La donna urlò e riuscì, al prezzo del dolore delle pinze tolte con violenza, a liberarsi dalla barra elettrificata. In punta dei piedi, in posizione precaria riusciva a stare a pochi centimetri dalla sbarra. La fica ustionata era rosso fuoco e lo sforzo per evitare il contatto con il terribile strumento di tortura la faceva tremare in modo scomposto. Ogni tanto però le caviglie cedevano e l’inevitabile contatto era come se la ricaricasse delle forze necessarie e staccarsi nuovamente.

Elvira si gustò per un po’ la scena, poi spense l’interruttore peoi ordinò allo schiavo di liberare la donna e di farla sdraiare a terra con le gambe aperte. Amos si mise a cavalcioni sulla schiava e le tenne aperte le gambe mentre la Padrona infilava la punta dello stivale nella fica martoriata della donna. Spinse forte fino a quando mezzo piede non penetrò lasciando fuori solo il tallone e il tacco dello stivale e insistette schiacciandola con disprezzo. Poi sfilò lo stivale con violenza e ordinò: «In ginocchio scrofa e leccami lo stivale sporco della tua lurida fica schifosa!».

La donna terrorizzata cominciava a comprendere di essere senza via d’uscita e con enorme sforzo strisciò fino ai piedi di quella che d’ora in poi sarebbe stata per sempre la sua Padrona. Intanto Elvira fece cenno ad Amos di occuparsi dell’altro stivale.

La scena dei due schiavi nudi, sottomessi, umiliati e adoranti ai suoi piedi esaltò Elvira. Ma non le bastava, odiava troppo quella donna e aveva bisogno di annullarla.

Così dopo aver fatto consumare la lingua della poveretta sui suoi stivali le mollò un calcio in faccia. Poi altri calci sul culo, nei fianchi, sulle cosce e infine sulla fica.

Poi disse ad Amos di incatenare la schiava al palo e di legarle anche le grosse tette smorte e di portarle alcune fruste.

Iniziò con una snake corta per poi passare ad un frustino da equitazione e infine un cane. Le tette della poveretta in breve tempo si segnarono di solchi ed ematomi viola. La donna urlava e piangeva ma non serviva ad impietosire Elvira che proseguì imperterrita fino a quando le tette della schiava iniziarono a sanguinare. Ma prima di dare fine al supplizio la Padrona strinse con forza e tirò fin quasi a staccare in capezzoli martoriati. E mentre teneva i capezzoli chiese alla donna: «Quindi come mi chiamo io?» alludendo all’epiteto troia che la donna usava con l’ex marito. «Padrona, Lei è la Padrona» disse la donna ormai piegata.

«Slega questa schifa» ordinò Elvira allo schiavo. La donna stremata crollò a terra.

Poi si fece aiutare dallo schiavo a sfilare gli stivali e dopo essersi levata pantaloni e mutandine si mise in piedi sormontando la schiava e le pisciò in faccia.

Dopo essersi rivestita prese la schiava per i capelli e le strofinò la faccia nella pipì rimasta sul pavimento.

Da uno scaffale prese un plug che terminava con la coda arricciata di maiale e lo infilò nel culo della donna. Quindi si godette la visione d’insieme; la corporatura, le narici sollevate e il codino la rendevano del tutto simile a una femmina di suino.

«Verrai addestrata come una lurida scrofa. Imparerai a comunicare grugnendo. Sarai nutrita di solo scarti, ti ciberai dalla mangiatoia e verrai bastonata per ogni mancanza. Rassegnati, qui non ti potrà trovare nessuno e vivrai da schiava il resto della tua vita miserabile. ».

Poi ordinò: «Amos, prendi il pungolo elettrico per bestiame e conduci la scrofa nel porcile».