Racconti dei miei faithful

Il giorno in cui diventai uno schiavo

Scritto da schiavo amos
Pubblicato da Elvira Nazzarri

 

Normalmente gran parte della nostra vita è fatta di giornate una uguale all’altra e dove gli avvenimenti non modificano un granché ciò che avverrà nei giorni seguenti. Poi, a volte, capitano eventi che invece ci cambieranno per sempre. Ma non sempre sono semplici da riconoscere nel momento in cui accadono, si vedono più chiaramente guardandosi indietro, sono momenti chiave in cui una decisione modificherà in modo sostanziale la nostra vita. Questo è il racconto di uno di questi momenti. Il giorno che diventai lo schiavo di Elvira.

Il suono della notifica di e-mail ricevuta mi ridestò dalla concentrazione del lavoro che stavo portando a termine. Pensai fosse la solita scocciatura, ma quando aprii il client di posta di lavoro non vidi nulla. Guardai allora gli altri account e vidi che il numero 1 nel bollino rosso era quello della mail di Elvira.

Era da qualche giorno che non ci sentivamo e diversi mesi che la nostra frequentazione era diventata molto saltuaria. La aprii con la solita emozione che provavo ogni volta che ricevevo un suo messaggio. Era una breve mail dal tono asciutto.

«Domani alle 13 presentati in via Patti 1, ho cambiato casa. Inizia il tuo servizio, schiavo».

Rimasi senza fiato e gli risposi chiedendole spiegazioni ma, come capita spesso, neanche mi rispose.

Erano anni che mi aveva detto che il giorno che avesse cambiato casa mi avrebbe usato come schiavo domestico, ma ormai con ci credevo più. Sembrava una di quelle cose dette un po’ così per dire.

Ci conoscevamo da 8 anni ormai e il nostro rapporto aveva avuto un’evoluzione molto particolare. Ci siamo frequentati, siamo stati amici intimi e poi piano piano avevamo dato sempre più spazio alla nostra indole e avevamo iniziato a giocare alla padrona e allo schiavo. E il gioco lentamente era diventato una cosa sempre più seria, tant’è che avevamo deciso di comune accordo di scrivere un contratto che regolava la nostra particolare relazione. Però, anche se avevamo preso la cosa molto sul serio, il fatto che ognuno di noi continuasse ad avere la propria vita contribuiva fatalmente a mantenere il nostro rapporto in una dimensione pur sempre ludica.

L’indomani mi presentai puntuale e dopo avermi fatto entrare mi disse: «Non te lo aspettavi, vero?». «Già» gli risposi, «ormai pensavo fosse una cosa finita nel dimenticatoio».

«Ah si? Ti sbagliavi. Credi che io parli a vanvera? Eh no caro, e ora capirai il vero significato della parola schiavo. Ora che finalmente vivo da sola niente più giochetti, da oggi verrai qui due volte a settimana e farai tutto quello che ti dirò di fare. Perlopiù ti occuperai della casa e di tutti quei lavori noiosi che io non ho proprio nessuna intenzione di fare».

«Beh, dai…» le dissi «addirittura due volte a settimana, non so mica se riesco, ho anche i miei impegni».

Come un fulmine a ciel sereno mi arrivò un ceffone. «Non ti ricordi più le regole? Tu in mia presenza devi essere sempre completamente nudo. Ed è in questa condizione che eseguirai ogni ordine in questa casa da oggi in poi». Non mi aspettavo questa svolta e non ero in condizione di argomentare alcuna difesa, così mi tolsi tutto, visto il piglio con cui mi aveva affrontato pensai non fosse una buona idea contrariarla.

Ero in piedi di fronte a lei, nudo. Lei aveva dei jeans attillati, un paio di décolleté e una maglia aderente. Sexy ed elegante in modo naturale come sempre. Sapeva che questo genere di situazioni mi metteva in forte imbarazzo e quindi rigirava il coltello nella piaga guardandomi con un’espressione divertita. Un grande specchio restituiva la nostra immagine riflessa e aumentava ancor di più il mio senso di umiliazione.

Mi parlava girandomi intorno e intanto mi faceva sentire il peso del suo sguardo. «Se non l’hai ancora capito da questo momento la storia è completamente cambiata. Non siamo più alla pari, io sto sopra e tu stai sotto. Quindi, non osare mai più rivolgerti a me in questo modo, ti ho detto che da oggi sei il mio schiavo e se ti dico che tu vieni qui due volte a settimana a fare le pulizie non ci sono scuse, tu ci vieni e stai anche zitto. Non me ne frega un cazzo di tua moglie, della famiglia, del lavoro. Io comando e tu esegui. Ci siamo capiti?».

«Si… Padrona» risposi con un filo di voce. «Devo solo avere il tempo di abituarmi alle nuove regole, credo». «Esatto!». E subito dopo mi arrivò un altro ceffone. «E non ti preoccupare, so bene come aiutarti, hahahaha! Te la faccio passare io la voglia di fare il brillante con le femminucce…».

«E ora seguimi in cucina, schiavo!».

C’era un tavolo apparecchiato per una persona e un paio di pentole sui fornelli. Di fronte al tavolo, sul pavimento, c’erano tre libri impilati  sui quali era posizionato un grosso fallo a ventosa.

«Bene, adesso devo pranzare ma nel frattempo mi voglio godere lo spettacolo di te che soffri. Lì c’è un lubrificante, usalo, e poi accucciati e infilati quel cazzo nel culo!». Poi andò a prendere le mie mutande e me le infilò a forza in bocca. Mi legò i polsi dietro la schiena e le caviglie alle cosce e mi mise due pinze con pesi ai capezzoli.

Iniziò a consumare il pranzo con sfrontata lentezza e intanto mi parlava del più e del meno. Dei suoi diversi uomini e dei suoi schiavi. Mi sentivo pesantemente disagio esposto in quella posizione e ogni tanto vedevo apparire sul suo viso un sorrisino soddisfatto per come mi aveva ridotto. Dopo una decina di minuti iniziai a soffrire per il fallo che mi apriva senza pietà per effetto della la posizione precaria e per le gambe indolenzite. Pregavo perché finisse in fretta il pranzo ma invece, come leggendomi nel pensiero, rallentò ancor di più e nel frattempo di tanto in tanto prendeva lo smartphone e mi scattava delle foto. Poi si alzò da tavola, aprì il frigo e prese un dessert, mi si mise di fronte con la sedia e mi strappò le mutande dalla bocca. Poi sollevò una gamba e mi mise il piede a pochi centimetri dal viso. «LECCA!» mi ordinò e nel frattempo si gustava lentamente il suo dolce di fine pasto.

«Hai visto che fine hai fatto da quel giorno di 8 anni fa? Chi lo avrebbe mai detto, vero? Pensavi che fosse solo un gioco ma alla fine invece ti ho trasformato nel mio schiavo. Però lo sai, sono buona e voglio darti una possibilità, l’unica. Se me lo dici ora ti lascio andare e ti libero per sempre ma non ci vedremo mai più. Sappi però che se non lo fai non potrai mai più tornare indietro e se un giorno dovessi cambiare idea e provare a fuggire tutte le foto che ho di te, e sai bene quante ne ho e in che situazioni ti ritraggono, finiranno nella email di tua moglie».

Sapevo che non scherzava e che avrebbe potuto essere molto pericoloso ma non riuscii a dire nulla, ormai le appartenevo. Amavo alla follia quella donna e l’idea di perderla mi era inaccettabile. Anche se questo voleva dire amarla come può farlo uno schiavo. Rimasi in silenzio e accettai il mio destino, ormai era inevitabile.

Lei mi guardò con un espressione soddisfatta e trionfale. «Lo sapevo…» disse.

Finito di mangiare mi liberò. «Ora sistemerai tutta la cucina e poi quando avrai finito laverai tutti i pavimenti della casa. Ma, prima di iniziare sdraiati qui sul tavolo e apri le gambe che ti do una bella scopata, PUTTANA!». Poi uscì dalla cucina e tornò con uno strapon indossato. Iniziò a scoparmi con forza mentre mi teneva le gambe aperte con le mani. Nel frattempo faceva delle foto con lo smartphone.

«E ora vai a pulire, cagna! Sparecchia, lava i piatti e pulisci la cucina. Io vado di la a rilassarmi, quando hai finito vieni a chiamarmi».

Mi misi al lavoro e nel mentre non potevo evitare di riflettere sulla mia condizione. Nel giro di mezz’ora mi aveva fatto comprendere cosa significava essere sottomesso. E che in fondo anche se era difficile da accettare era quello di cui avevo bisogno.

Ogni tanto veniva in cucina a controllare il lavoro e mi scattava delle foto ridendo. «Poi ti spiegherò cosa ci devi fare con queste foto, hahahaha».

Quando finii in cucina andai nel soggiorno, come mi aveva ordinato. «Ho finito di sistemare la cucina Padrona» le dissi. «Bene, ora lavi tutti i pavimenti e voglio che lo fai in ginocchio come una vera sguattera. Vai nello sgabuzzino e prendi tutto l’occorrente, fila!».

Mentre ero più o meno a metà del lavoro la vidi arrivare decisa verso di me con lo strapon in vita. «Faccia a terra e apri il culo che ti do un’altra ripassata, troia!». La sentivo spingere con violenza e intanto mi tirava degli schiaffoni sul culo. Poi quando decise che era abbastanza mi tirò un calcione che mi mandò per terra. «E ora finisci il tuo lavoro, puttanella sottomessa». Ripresi il lavoro sentendomi sempre più sprofondare nell’umiliazione, obbligato a svolgere i lavori domestici nel modo più umiliante, abusato sessualmente senza il minimo riguardo. Il mio piacere non contava più nulla. Mi stava facendo capire che da oggi avrebbe demolito dalle fondamenta la mia dignità di maschio.

Terminato di pulire i pavimenti tornai in soggiorno. Molto umilmente le dissi: « Ho finito con i pavimenti Padrona, ha altre istruzioni?». Rimasi a testa bassa ad attendere la risposta.

«Se hai finito lo decido io e ora vado a controllare come hai svolto il lavoro». Si alzò dal divano e prese lo strapon appoggiato sul tavolino. Poi me lo cacciò in bocca. «Rimani così in ginocchio e aspetta finché non torno dalla verifica». Sentivo il rumore dei tacchi sul pavimento mentre si spostava per le varie stanze e intanto l’ansia saliva. Temevo che se avesse trovato qualche difetto non l’avrei passata liscia.

Quando rientrò in soggiorno impugnava un cane, lo strumento che temevo di più. Poi mi disse: «Ho trovato degli aloni e per questo ti meriti 25 frustate con il cane! E ti va anche bene perché la prossima volta che succede te li faccio togliere con la lingua». Cercai di dissuaderla implorardola, temevo i segni e non avrei saputo come giustificarli a mia moglie.«Non me ne frega un cazzo di te e di quella troia di tua moglie, mezz’ora fa ti ho dato una possibilità di uscirne, ora sono cazzi tuoi. Mettiti in posizione e stai zitto! Devi imparare a eseguire i miei ordini in maniera impeccabile. Ora basta storie, mani dietro la nuca e se il cazzo che hai in bocca cade durante la punizione ricomincio».

La punizione fu difficile da sopportare sia per il dolore ma più per l’ansia di come sarebbe stato il mio sedere al termine. Verso la fine le lacrime mi rigavano il volto e mi rendevo sempre più conto che, non avendo più via d’uscita, stavo entrando in un nuovo livello di sottomissione. Ero davvero diventato lo schiavo di quella donna e la mia vita non sarebbe stata più la stessa. Quando ebbe finito mi toccai tremante i glutei, bruciavano e sentii che erano pieni di segni in rilievo.

La Padrona prese nuovamente il cellulare mi fece alzare e mi obbligò ad assumere diverse posizioni mentre scattava altre foto.

«Ottimo, direi che per oggi abbiamo finito, rivestiti e vattene! Ah, ho deciso che voglio tu apra un Tumblr come fosse una gogna pubblica dove ti esporrai pubblicamente umiliandoti come ti dirò. Per cominciare devi pubblicare le foto che ti ho fatto oggi, poi ti obbligherò anche di farti delle foto da solo. Ricordi come quando ti ho detto di penetrarti con il barattolo del deodorante spray e di madarmi le foto? Hahahahaha, veramente spassoso… Dovrai anche descrivere nei particolari le umiliazioni che ti farò subire. E poi voglio che fai di tutto per creare pubblico e favorisci i commenti e le derisioni. Hai due mesi per arrivare a 1000 follower, se fallisci subirai una punizione durissima che ovviamente poi dovrai rendere pubblica».

«Ah, e voglio che metti giù il nuovo contratto, quello definitivo con gli ultimi sviluppi, così lo firmiamo. Anzi, la prossima volta faccio venire anche il mio amico… sai, quello che fa l’avvocato, così quando lo leggi ci darà anche il suo parere. Così facciamo le cose per bene. Dai non fare quella faccia, non dirmi che ti vergogni…».

«Ora puoi andare, ci vediamo fra tre giorni, stessa ora».

 

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