Racconti dei miei faithful, Senza categoria

Flagellazione: estasi dei sensi e prova indiscutibile della sottomissione

scritto da Dasa
pubblicato da Elvira Nazzarri

Mi ero sempre chiesto perché, benché non sia un amante del sado/maso cruento e tutto sommato la sofferenza non mi interessi molto, la frusta, le scene di flagellazione, l’immagine di una donna con in mano una frusta mi eccitassero in maniera cosi perentoria e puntuale. Poche sere fa, sono stato da Lei, la mia Regina assoluta, Despota venerata e temuta. Mi ha tenuto ai Suoi piedi per un po’ perché li massaggiassi e adorassi come gradisce. Poi, con sfacciata dolcezza, mi ha messo il collare, il segno supremo del possesso, la cui legge è implacabile: una volta messo si è schiavi, senza appello e senza condizioni. Trascinato nella grande stanza, mi ha fatto continuare in una posizione per Lei più comoda, per me uguale supplizio in ginocchio così a lungo. Poi l’ordine perentorio di appoggiare le mani sul letto. Ha appoggiato il guinzaglio sul letto, si è alzata ed è venuta dietro di me. Ho voglia di frustarti schiavo. Eccitato come un cagnolino, mi sono girato per vederLa l’ultima volta prima della punizione, per ammirarLa in quel soffice vestito nero con una spalla scoperta, lungo fino ai piedi con un lembo e uno spacco vertiginoso che La mostrava in tutta la sua elegante bellezza. Le labbra inutilmente tese a cercare il lembo di pelle sopra la balza delle calze, rigorosamente tenute su dal severo reggicalze. Le prime frustate dolci, poi più forti, il rumore dei colpi e il contrappunto dei miei gemiti di dolore, sempre più sofferti, il corpo scosso dai fremiti di resistenza. Allora ho capito, ho cominciato a respirare per rilassarmi nonostante i colpi e ho capito, ho sentito il piacere del dolore, il piacere della rassegnazione al dolore, la devozione, l’adorazione della Sovrana, imposta da quei colpi ritmicamente sferrati sulle mie natiche. È solo così che il dolore si trasforma in qualcosa di naturale e poi, frustata dopo frustata, in sottile piacere. Non appena ha smesso di frustarmi mi sono sentito solo, abbandonato, privo della Sua sensale guida. Una Mistress Elvira stranamente pigra, si è di nuovo rilassata sul letto con le mie mani devotamente al servizio del benessere delle Sue gambe e dei suoi piedi. Così, ancora sconvolto dalla Sua bellezza e dall’arrogante potere che ne deriva, ho confessato che adoro essere frustato da Lei. Non dirmelo due volte, ha replicato con un sorriso. Poco dopo si è alzata e ha ripreso a frustarmi con maggior vigore, non ho avuto modo di contarle ma ero felice, sereno, soddisfatto dal dolore che mi stava procurando. Quel dolore, l’offerta di quel dolore per meglio dire, era il segno tangibile del Suo potere su di me e della manifestazione di quel potere, dell’espressione fiera di quell’arbitrio. Sentivo i colpi sempre più forti e la sofferenza si trasformava sempre più in estasi, lo desideravo, lo desidero ancora. Senza la Sua frusta sentirei meno la Sua forza e e godrei meno del piacere del Suo dominio assoluto. Il guinzaglio e la frusta sono i due elementi chiavi nella dominazione esercitata da Mistress Elvira perché denotano l’appartenenza e quello che Mistress Elvira vuole è possedere i Suoi schiavi. Li vuole oggetti, desidera sentirli completamente malleabili e pronti a tutto. Le punizioni sono uno strumento, l’essenza del Suo dominio è sentire il possesso del corpo del servo ed essere proprietaria inalienabile della sua mente. Ogni colpo, ogni risuonare di scudiscio mi ripetevano in modo drammatico ma così suadente questo semplice e inappellabile concetto. Le appartengo e solo sentendo il Suo diritto insindacabile sul mio corpo, solo riconoscendo la sostanziale identità fra piacere e dolore, in quanto espressioni paritetiche della Sua immensa forza, posso godere appieno dell’unica cosa che conta: l’esercizio sensuale del Suo dominio su di me.